Esteri

Le rivoluzioni possono attendere

30 giugno 2009

La repressione in Iran mostra il volto duro del regime degli ayatollah, compromettendo sostanzialmente la linea del dialogo impostata dall’Amministrazione. La Camera intanto approva la prima legge per affrontare il cambiamento climatico. La vera vincitrice è però la Speaker Nancy Pelosi

Dopo lo shock globale delle morti seguite alle proteste, [[Obama]] è intervenuto per condannare duramente la repressione delle manifestazioni pro Mousavi. Khamenei e Ahmadinejad hanno risposto al presidente americano accusandolo di interferenze, e paragonandolo al suo predecessore Bush. Il dialogo con l’attore più importante della regione medio orientale sembra ormai essersi interrotto, dopo la violenta chiusura mostrata da chi governa attualmente l’Iran. Mousavi  è attualmente isolato nell’apparato militare, sotto il controllo della Guida Suprema, ma grazie all’appoggio di Khatami e del presidente dell’Assemblea degli esperti, Rafsanjani e il movimento popolare a suo favore la situazione in [[Iran]] è mutata. Uno scenario ricco di potenzialità ma anche di numerosi rischi che la cautela preventiva di Obama non intende affrontare per il momento.

DIALOGO VS. PERSUASIONE – Il Washington Times, quotidiano molto vicino alla destra repubblicana, ha rivelato l’esistenza di una missiva a firma Obama e indirizzata alla Guida Suprema Khamenei, spedita nei primi giorni di maggio, qualche settimana prima delle presidenziali. Nel testo, ufficialmente non smentito, il presidente americano chiedeva alla Guida Suprema un nuovo inizio tra Iran e Stati Uniti, che non intrattengono più relazioni diplomatiche dalla rivoluzione del 1979. La richiesta di Obama è stata negata  nell’intervento svolto da Khamenei, che ha legittimato la vittoria fraudolenta di [[Ahmadinejad]] e dato il là alla repressione delle manifestazioni di Tehran. La lotta interna del regime mette in difficoltà la politica estera di Obama, che aveva nello scongelamento dei rapporti con l’Iran uno dei suoi capisaldi. Cautelandosi con il Paese più importante del Medio Oriente, gli Stati Uniti avrebbero potuto concentrare i loro sforzi bellici contro Al Qaeda in [[Afghanistan]] e prevenire il temuto collasso del Pakistan, un’ipotesi un po’ più lontana dopo la fuga dei Talebani dalla Valle dello Swat  ma comunque ancora minacciosa per la stabilità dell’area, particolarmente ricca di uranio nelle bombe. I fatti dell’ultimo mese hanno però alterato lo scenario, facendo cadere l’ipotesi del dialogo e della cooperazione con Khamenei e Ahmadinjead, interessati alla trasformazione dell’Iran in una dittatura militare e consapevoli dei rischi insiti in un confronto con il Grande Nemico del regime. Una nuova situazione evidenziata dall’analista Afshin Molavi, che ha rimarcato come l’obiettivo dell’engagement, promesso durante la campagna presidenziale, appaia ormai sfumato. E’ di conseguenza  più probabile un ritorno alla persuasione diplomatica, iniziata da Bush nel 2005 per evitare l’arrivo dell’atomica sciita. Una strategia di negoziazioni multilaterali fallita per le sue contraddizioni, che Obama avrebbe voluto risolvere ampliando le possibilità di confronto. Una strategia che si è esaurita quando il regime ha deciso di truccare le elezioni e far finire nel sangue le proteste degli elettori di Mousavi. L’arresto di funzionari iraniani dell’ambasciata britannica è un’ulteriore prova della svolta repressiva di Khamenei.

CAMBIAMENTO INTERNO – Nell’Amministrazione la linea sull’Iran ha acceso un dibattito molto vivace, culminato con il trasferimento di Dennis Ross dal Dipartimento di Stato al Consiglio di Sicurezza Nazionale guidato da Jim Jones. Ross avrebbe dovuto svolgere la funzione di inviato speciale in Iran, ma l’improbabilità di missioni diplomatiche nell’ex Persia ha consigliato un cambio di ruolo. La squadra coordinata dal generale Jim Jones avrà così un supervisore sulla regione centrale del Pianeta, un’area che va da Israele al Pakistan, che è il focus principale della politica estera americana. Un maggior ruolo sarà a breve richiamato anche dal Segretario di Stato Hillary Clinton, che ha chiesto una più dura condanna delle repressioni iraniane delle manifestazioni di Tehran. Il capo della diplomazia americana ha nominato Farah Pandith, un funzionario dello Stato, come speciale inviata per le comunità islamiche, corroborando la linea di dialogo con il mondo musulmano, nonostante il netto irrigidimento con l’Iran.  Un’apertura al regime, con l’appoggio alle proteste più che con un intervento militare al momento impossibile, è però un’ipotesi al momento non realistica. L’Amministrazione Obama si è finora concentrata sulla stabilizzazione degli elementi critici della presenza americana all’estero, Iraq e Afghanistan, e l’apertura di un nuovo fronte è giudicata non sostenibile in un momento di difficoltà economiche così marcate, al di là della desiderabilità. La fine di Khamenei in Iran avrebbe un impatto enorme sulla questione palestinese così come sul terrorismo internazionale, che potrebbe perdere il suo principale sostenitore. La storia dell’Iran insegna come i moti di piazza siano spesso prodromi di profondi cambiamenti all’interno del Paese, ma il ferreo controllo dell’apparato militare non lascia molti margini al fronte riformista, che vorrebbe mantenere il carattere religioso del regime temperandone le pulsioni antioccidentali. Solo un palese cedimento dell’influenza di Khamenei potrebbe sollecitare l’attivismo dell’Amministrazione americana, ancorata ad una linea di cautela imposta dalla difficile fase vissuta ora dagli Stati Uniti.

3 commenti a Le rivoluzioni possono attendere

  1. Pingback: diggita.it

  2. gloriademo

    sei sempre impeccabile Andrea.

  3. merci gloria, che gentile ^_^

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>