di Giovanni Gasbarri (Zosimos)
postato alle 07:51 del 19 Aprile 2008 in CulturaTorna alla home

La comune pratica della visita alle mostre d’arte rappresenta forse l’esperienza culturalmente più appagante e socialmente più straniante che l’Europa post-illuministica sia riuscita a concepire.

L’IMPORTANTE È COMPIACERSI - Esiste infatti la diffusa illusione che, come in una sorta di SuperQuark in presa diretta e senza Alberto Angela, un’esposizione di opere sia perfettamente in grado di supplire alle lacune educative di ciascun visitatore, e di fornirgli tutti gli elementi per acquisire la migliore delle conoscenze possibili di quel determinato argomento su cui la mostra è incentrata. Arte modernaPoco importa che si tratti di incisioni del Pollaiolo o di vasi di Faenza, di fotografie postmoderne o di gioielli etruschi: il visitatore emerge dalle sale con la gratificante consapevolezza di aver assunto, grazie alla semplice visione dei pezzi presentati, la più approfondita delle erudizioni. La situazione si fa poi più paradossale laddove l’oggetto dell’esposizione sia una realtà culturalmente assai distante da quelle sulle cui è stata improntata la nostra formazione (amatoriale o specialistica che sia). Laddove, cioè, al posto delle canoniche madonne con bambino, subentrino invece collezioni di oggetti esotici, provenienti da ambiti lontanissimi nel tempo e nello spazio. Un esempio su tutti? La Cina, naturalmente.

NEL MUCCHIO - Da un paio di anni a questa parte, l’arte estremo-orientale sembrerebbe aver goduto di una notevole e “inaspettata” considerazione presso gli organizzatori culturali nostrani, tanto che numerose sono stati gli eventi ad essa dedicati, specialmente nelle grandi sedi espositive di Roma. La qualità dell’offerta, nella stragrande maggioranza dei casi, è piuttosto mediocre. Del resto, parlare genericamente di esposizioni sulla “Cina“, da intendersi come quella mal nota e sterminata entità politica dal millenario percorso storico, sarebbe non dico impreciso, ma anche abbastanza idiota. Suonerebbe cioè più o meno come voler organizzare una mostra sull’”Europa“, senza precisare di quale Europa si tratti: quella dell’Egitto dei faraoni o quella dei druidi celtici? Quella assolata e poliglotta del Mediterraneo rinascimentale, o quella dei silenziosi fiordi scandinavi? In qualche caso l’errore in questo senso è stato piuttosto grossolano. Cito, per fare un esempio, la grande e pomposa “Cina. La nascita di un impero” delle Scuderie del Quirinale, che aveva la pretesa di presentare al pubblico un’improbabile panoramica di dieci secoli di storia cinese: in pratica, come se si esponessero in uno stesso spazio un aratro dell’ XI secolo e un Commodore 64.

Le mostre attualmente in corso, invece, hanno cercato di correggere il tiro selezionando aree cronologiche e culturali molto più ristrette, con risultati in alcuni casi abbastanza convincenti (è il caso di “Capolavori della città proibita“, presso il Museo del Corso, in altri decisamente meno. Assai interessante, in questo senso, è la controversa “Cina XXI secolo. Arte fra identità e trasformazione“, che, rispetto alle due sopra citate, propone opere di arte contemporanea e, di conseguenza, una visione teoricamente “nuova” e “moderna”, maggiormente rivolta ai problemi della complesse trasformazioni della società cinese negli ultimi anni. Un aspetto sottolineato dal comunicato stampa, impegnato a lodare “artisti che con il loro lavoro riflettono sull’impatto che l’attuale società ha sull’esperienza personale, oltre a denunciare l’alienazione degli individui nell’odierno ambiente urbano“.

SE QUESTA È ARTE - Il “riconoscimento internazionale” che sarebbe stato tributato a questi artisti (e che il catalogo, edito da Giunti, tende a sottolineare con veemenza) non basta tuttavia a nascondere una produzione in larga parte debole e superficiale: banalotte pseudo-provocazioni all’acqua di rose, linguaggi artistici invecchiati di almeno un secolo, facili espedienti ad uso e consumo di un pubblico intellettual-sinistroide tanto snob quanto inquadrato e, conseguentemente, innocuo. I feti svolazzanti su sfondo new-age li aveva già dipinti Kupka nel 1903, e meglio. Le magliette di Zheng Guogu in vendita sulla bancarella sanno fin troppo di vieta e allineata pop-art, declinata in salsa Keith Haring. La “trasgressiva” staged photography di Wang Qingsong impallidisce di fronte alla produzione americana, Crewdson in primis, paradossalmente presentata solo pochissime settimane prima nella medesima sede. Anche il neo-impressionismo di Liu Xiaodong, impegnato in occasione dell’esposizione in una grande tela dal titolo “Prima mangia“, appare poco più di un gradevole ed allegro esercizio formale, privo tuttavia di reale mordente, e tutto sommato lontano dagli altisonanti propositi di “denuncia sociale” dichiarati dagli organizzatori.

MANCÒ IL CORAGGIO - L’impressione che si ha è quella di un’occasione sprecata. E spiace soprattutto constatare l’assoluta mancanza di coraggio di un’esposizione di questo genere, la quale, del resto, non riesce a celare la volontà di offrire un’immagine quanto più possibile “piana” e fondamentalmente non problematica del Paese in questione: la presunta “modernità” cinese si ridurrebbe così ad un sostanziale adeguamento ai temi e ai linguaggi occidentali, ad un sistema di valori “di rottura” comunque già ampiamente assimilati ed esorcizzati dal pubblico europeo. Sarebbe forse illecito proporre facili riflessioni sulle attuali, brucianti necessità politiche che possono aver spinto ad episodi “pacificatori” di questo genere; il dubbio, seppure illecito, tuttavia permane.

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