Amore gay, da musa dell’arte a martire

29/06/2009 - Una passione geniale e perciò nascosta e un’icona erotica dei diritti omosessuali: da Bellini a Tennesse William Storie dell’arte, per imparare ad amare non solo l’opera che si guarda ma, soprattutto, quello che c’è dietro Giovanni Bellini (Venezia, 1428/1438-1516) perseguì

     
 

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Una passione geniale e perciò nascosta e un’icona erotica dei diritti omosessuali: da Bellini a Tennesse William

Storie dell’arte, per imparare ad amare non solo l’opera che si guarda ma, soprattutto, quello che c’è dietro


Giovanni Bellini (Venezia, 1428/1438-1516) perseguì con determinazione l’ideale umanistico della fusione tra uomo e natura. Egli tradusse in pittura una visione trascendentale dell’umanità, divinizzata e posta in una sfera ideale, al di sopra della comprensione intellettiva; le sue sacre conversazioni sono composte da santi tangibili ed aderenti alla realtà, che tuttavia non si accostano allo spettatore, anzi, creando una barriera invalicabile tra l’evento sovrannaturale e il pubblico dei fedeli, sottolineano l’irraggiungibilità del mistero. In egual misura, i suoi ritratti tesero a cogliere il carattere intellettuale ed eroico degli effigiati, posti in una dimensione senza tempo, eterne idealizzazioni di un attimo fuggente, che strapparono a Pietro Bembo, suo amico, cantore e committente, i versi “O immagine mia celeste et pura; / Che splendi più che ‘l sol agli occhi miei, / Et mi assembli il volto di colei, / Che scolpita ho nel cor con maggior cura; / Credo che ‘l mio Bellin con la figura/ T’habbia dato il costume ancho di lei: / Che m’ardi, s’io ti miro: et per te sei/ Freddo smalto, cui giunse alla ventura” (Rime, XV, 1530). Tuttavia scorrendo la sterminata letteratura critica si cozza, quasi per caso, in un carme di Bartolomeo Leonico Tomeo, steso ai primi del Cinquecento, i cui primissimi versi narrano che “Quid tibi sors potuit, Belline, parare / Conveniens arti conspicuumque tuae? / Cum puero toto formoso nocte quescis / Qualem non aetas protulit ulla prius / [...]” (Ad Ioannem Bellinum, c. 45; un abbozzo di traduzione potrebbe essere: “Caro Bellini, che cosa di più grande e ragguardevole e adatto alla tua arte avrebbe potuto prepararti il destino? Te ne stai a letto tutta la notte con un bel ragazzo, di quelli che finora nessuna generazione ha prodotto [...]”).

UN PECCATO – Una notizia questa sottaciuta, sminuita, quasi dimenticata dalla storiografia, nascosta come se fosse un peccato da celare, come se la bisessualità degli artisti nel Rinascimento non fosse usuale, come se Leonardo e Michelangelo non avessero anche loro i momenti gay. Un’omosessualità nel mondo letterario-artistico vissuta in maniera del tutto naturale, come un’appendice del venerato mondo antico, allorché il Grande Alessandro giaceva con Efestione o Achille con l’amato Patroclo, una notizia che avrebbe incontrato il gradimento, se conosciuta, di Comisso, De Pisis e Pasolini. Ma è vera notizia oppure semplice topos letterario, finzione scenica che oggi attrarrebbe, come api sul miele, la prouderie gossippara di cotante firme della carta stampata? Giovanni Bellini fu senza meno uno degli artisti di tutti i tempi più accarezzati dai poeti a loro contemporanei, assieme ad Andrea Mantegna, e la testimonianza non trova altrove un riscontro oggettivo. Il mistero può bensì essere risolto attraverso il concreto operare del pittore, analizzando le sue opere in cui compare San Sebastiano, santo su cui circolava nel Quattrocento, non ufficialmente, ma di nascosto, una leggenda sussurrata che lo vedeva protettore, per la sua aggraziata bellezza, quasi femminea, degli amori omosessuali. Se il giovanile San Sebastiano del Polittico di San Vincenzo Ferrer (Venezia, San Zanipolo), mostra ancora reminiscenze scultoree e pare intagliato in un legno duttile, il medesimo santo raffigurato nella Pala di San Giobbe (Venezia, Gallerie dell’Accademia) mostra i tratti di una bellezza eterea, i lunghi capelli ramati posati dolcemente sulle spalle in una cascata diboccoli, le fattezze delicate del viso intonate in una dolce espressione femminea, le carni eburnee appena sfiorate da una parvenza statuina resa attraverso la sottigliezza delle masse muscolari accennate, efebiche, impreziosite dal pulviscolo di luce che indora le zone in penombra e dal filo di chiaroscuro che si perde nelle parti più interne del corpo. Ma è la posa stessa, elegante, raffinata, leggera che rispecchia una “diversa” intonazione sessuale, rispetto ai volti scavati, induriti dalle privazioni degli altri personaggi agenti sul palco della piéce teatrale. Se tale interpretazione potrebbe lasciare ancora alcuni margini di dubbio, vi è un altro San Sebastiano, inscenato in un’opera ora al Louvre che lascia trasparire un particolare insolito, per il figurativamente pudico Giovanni Bellini: il santo è rappresentato in fattezze giovanili, il volto geometrico, quasi femminile, incorniciato dalla cascata di boccoli, le epidermidi compatte, tornite dalle lisciature degli anni più verdi della pubertà. Quello che balza con sconcertante evidenza all’attenzione dello spettatore è l’integrale nudità del giovinetto, che esibisce con disinvoltura il pube e l’inguine, non mostrato per una caduta improvvisa del perizoma abituale nei sacri consessi, ma sottolineato dalla sua completa assenza, con una compiaciuta esibizione della carne, quasi con sottile erotismo. Forse questa può rappresentare la prova dell’amore gay di Giovanni Bellini, sinora esaltato per la sua olimpica e devota religiosità. Forse il personaggio effigiato nel dipinto è lo stesso colto, chissà, nella dedica poetica a giacere con il grande artista.

MARTIRE - Tale particolare non sfuggì certo a Tennesse Williams quando iniziò, nel 1949 a Roma, la stesura del poema intitolato San Sebastiano de Sodoma, confluito dopo molte revisioni nella raccolta dal titolo In the Winter of Cities del 1954. L’autore, che ebbe un’educazione religiosa molto vicina al reverendo Walter Dakin e studiò presso un seminario retto dal nonno, venne particolarmente colpito da un dipinto raffigurante San Sebastiano di Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma e, attorno a questo, tratteggiò una serie di schizzi a matita del medesimo santo, estrapolati da altri dipinti conosciuti personalmente o tramite fotografia, tra cui il San Sebastiano di Giovanni Bellini del Louvre, contribuendo ad innalzare il santo, sia per i suoi aspetti gay, sia per quelli religiosi come patrono delle organizzazioni e i movimenti che si battono per i diritti dell’omosessualità, una sorta di icona omoerotica imputabile in parte all’immagine sadomaso delle multiple frecce conficcate nel corpo e alla raffigurazione come un giovane efebo, a cui contribuiscono gli aneddoti sulla sua presunta vita omosessuale, ipotesi ovviamente non sostenuta dalla chiesa romana.

     
 

15 Commenti

  1. cordapazza scrive:

    Flaubert? per me è tipo Dio!(a qualche modello bisogna pur ispirarsi:)

  2. FURIA scrive:

    CAVALLO DEL WEST

    dicheno che anche moi…..

  3. Vicky scrive:

    Cia Maria Teresa,
    ti leggo solo oggi. Grazie del benvenuto a te e a Alessandro.
    Il link è questo

    http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Giovanni_Bellini_-_Madonna_and_child_with_St_Peter_and_St_Sebastian.jpg

    Ciao ;-)

  4. Vicky scrive:

    @cordapazza.

    “Statuina/o”: termine coniato da Roberto Longhi negli anni ’30 ed usato con abbondanza dagli studiosi che seguono la sua impostazione. Non ho particolare simpatia per i longhiani, arroccati sulle loro posizioni, ma ogni tanto prelevo qualche termine eccentrico per variare il lessico.

    Spero che tu, per “studio del colore e della luce” in Giovanni Bellini intenda la rivoluzione tonale (termine esatto), che tuttavia viene posta in essere dall’artista verso lo schiudersi del Quattrocento. Nel momento cronologico del San Sebastiano del Louvre (http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Giovanni_Bellini_-_Madonna_and_child_with_St_Peter_and_St_Sebastian.jpg,)Giovanni ragiona ancora in termini di solidi geometrici, torniture ed epidermidi liscie di radice antonellesca, mentre i tagli di luce sono netti, portati a scolpire le forme. Da ciò esula appieno la mancanza del perizoma e l’erotismo insolito del San Sebastiano.

    Portare come termine di paragone i grandi della letteratura moderna e contemporanea è fuori contesto. Tu stesso citandoli li interpreti, ogni citazione di un artista passato è un’interpretazione, poi questa può rimanere nell’ambito dell’auto-referenzialità, della tradizione e del principio d’autorità che, per fortuna, oggi non vale più nell’ambito degli studi, ma rimane relegato nell’alveo della storia critica. Preferisco adottare, in determinati contesti, un’interpretazione dinamica, tesa a disvelare nuovi lati della personalità di un’artista. Proprio ieri un “travet”, impiegato in una soprintendenza, mi chiedeva, nel corso di una mia conferenza, come avessi interpretato la spiritualità di un artista coevo a Giovanni Bellini. Attraverso la lettura delle opere, ovvio, attraverso l’interpretazione di segnali stilistici e iconologici (ed in questo ho incassato il pieno appoggio di un iconologo di fama internazionale), mediante la lettura e la ritessitura ermeneutica del “kunstwollen” e della “weltanschaung”. Possono essere operazioni opinabili, ma se restiamo aggrappati al monolite della tradizione non faremo altro che citare noi stessi e i classici. D’altronde se ragionassimo in termini di probabilità suffragate da testimionianze certe, allora non dovremmo prestare alcuna attenzione al fatto che furono scolpiti busti in marmo di Giovanni Bellini, sfortunatamento non pervenuti sino a noi, non dovremmo credere all’eventualità che Giovanni Bellini si dedicò egli stesso alla scultura, dovremmo eliminare infine ogni precisa citazione che potrebbe essere d’ausilio a ricontestualizzare l’arte del ’400. I versi esistono in forma manoscritta, sono consultabili alla Marciana di Venezia, siamo quindi al di fuori del gossip e ci aggiriamo su tereeni più concreti.

  5. Walter scrive:

    Bravo Vicky Complimenti
    Bellissimo articolo detto da profano naturalmente …ma che sa apprezzare le cose belle.

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