L’isolamento di Repubblica
29/06/2009 - Tra i grandi quotidiani, l’organo ufficiale di Scalfari è l’unico che si rifiuta di accettare una realtà diversa da quella per la quale si è sempre battuto. E continua a far danni tra chi, invece, avrebbe tutto l’interesse a prenderne
Tra i grandi quotidiani, l’organo ufficiale di Scalfari è l’unico che si rifiuta di accettare una realtà diversa da quella per la quale si è sempre battuto. E continua a far danni tra chi, invece, avrebbe tutto l’interesse a prenderne atto.
La sera di qualche giorno fa, guardando la televisione, m’imbattei sul canale Rai Storia del digitale terrestre in una vecchia intervista dei primi anni ’80 fatta da Minoli a Berlinguer. Il santino democratico mi parve ancor più mediocre e antropologicamente comunista del solito mentre recitava, accompagnandolo con la barriera impenetrabile di due occhi spenti,
qualche verso della triste litania della democrazia incompiuta e della questione morale. Dopodiché, con un salto di un quarto di secolo, sbucava fuori dal video un Alfredo Reichlin quasi commosso che con tanto di occhioni e calde parole sgorgate dal povero cuoricino suo rosso perorava l’attualità e il valore profetico delle parole di Berlinguer. “Sembrano parole dei nostri giorni, e invece sono passati quasi trent’anni. Lui aveva capito tutto.” Questo disse, più o meno.
COME ERAVAMO – Ah sì, somaro? Ah sì? E come mai? Non c’era mica il Berlusca allora. C’era stata e c’era ancora la brutta razza democristiana, per natura infingarda e faccendiera. Essa costituiva già un “regime”, pur se sberciato dalle pallottole brigatiste e dalle prime vittime della questione morale, come il poi riabilitato presidente della repubblica Leone, il primo trofeo della caccia grossa avviata dal partito di Repubblica. Ma Craxi non era ancora l’uomo nero e il capo della Banda Bassotti, tutt’al più in quegli anni nel suo cammino verso la depravazione aveva raggiunto solo il grado “decisionista”, ossia di fascista in pectore nel vocabolario untuoso delle gazzette democratiche, anche se non mi ricordo se nei giornali lo avessero già equipaggiato di ben lucidati stivaloni. L’eterno Andreotti non era ancora Belzebù, né il referente della mafia, anzi di lì a qualche tempo e per qualche anno – ma questo adesso l’hanno sbianchettato dalla loro vulgata, nessuno se lo ricorda e nessuno lo vuole ricordare – specie nella veste di ministro degli esteri dei governi Craxi, giocando abilmente e miserabilmente di sponda col PCI, fu il chouchou del gregge benpensante di sinistra; era l’unico a salvarsi dei barbari al governo lo zietto Giulio.
CONTINUITA’ – Osservando Alfredo Reichlin ho capito che a sinistra per rimettersi al passo con la verità storica e il più elementare buon senso devono fare una bella e semplice rivoluzione copernicana nella loro testa. Io suggerirei loro di prendersela l’un l’altro con le due mani ruotandola con ferma delicatezza di 180 gradi: finalmente cadranno loro le scaglie dagli occhi; e anche per loro, come per il resto del genere umano, uno più uno farà due. Reichlin infatti con plastica evidenza mostrava di non aver capito assolutamente una mazza: la continuità da lui ravvisata nell’Italia di ieri e quella d’oggi non era affatto quel male oscuro variamente nomato che a detta dei sacerdoti dell’emergenza democratica ci perseguita dal dopoguerra; la continuità e la vera anomalia è quella forma di paranoia di massa da cui è affetta la sinistra italiana e che mutatis mutandis – a destra e in casa propria – la costringe a parlare lo stesso linguaggio di sempre. Con la morte di Berlinguer il partito di Repubblica rimase il vero padrone della sinistra italiana e ne dettò la linea. Se il politico sardo e Scalfari presero in mano la bandiera della questione morale come succedaneo giacobino alla perdita di credibilità del mito del civismo democratico connaturato alla sinistra italiana e imposto all’opinione pubblica dalla propaganda del PCI, ciò costituì una via di fuga necessaria alla crisi del comunismo mondiale. Vi fu quindi anche una rivalità sotterranea fra i due personaggi che esplose con fragore quando Scalfari scrisse sarcastico sulla prima pagina di Repubblica che Berlinguer non era “la Madonna”.
LA VIE EN ROUGE – Come ho già scritto questa strategia ha una sola via d’uscita vittoriosa: la rivoluzione. Sul giacobinismo quasi un secolo fa Augustin Cochin scriveva: “Quella che così si palesa è l’immagine esteriore di una setta vigorosa e armata quanto basta per intimorire il nemico e imporsi alla curiosità dei
passanti. Perché dietro mura così grandi, ci si attende di trovare una grande città, o una bella cattedrale. Difficile immaginare, in genere, fanatismo senza fede, disciplina senza lealismo, scomunica senza comunione, anatemi senza convinzioni potenti e vive, proprio come non si può immaginare un corpo senz’anima.” Ed infatti il trentennio scalfariano ha condotto la sinistra al vuoto di questi giorni; ha prodotto dei replicanti sgraziati in Di Pietro e in Grillo; ha azzerato una tradizione cacciando nell’angolo del veterocomunismo una parte non trascurabile dell’elettorato di sinistra allergico a camaleontici nichilismi; costringe sia i nostalgici del “partito” della fazione dalemiana sia i giovani-vecchi nuovisti patrocinatori della tabula rasa a dar prova di legittimità democratica nell’ubbidire ad un vecchissimo decalogo oggi antiberlusconiano. E nell’assenza di un messaggio politico costruttivo riduce progressivamente la base del consenso.
QUEL CHE RESTA – Oggi le grida di Repubblica somigliano sempre più a quelle dei girotondini che a quelle di una setta potente. L’ultima “
spallata” di questa guerra di trincea trentennale ha trovato risposte insolitamente schiette da parte delle vittime predestinate. Non è nervosismo, come ha scritto un illustre commentatore politico della penisola. E’ la fine delle paure, che consente perfino al mite Biondi di prendere il toro per le corna e replicare oggi l’attacco frontale di qualche giorno fa; che consente a Minzolini di sopravvivere con disinvoltura alla sua disinvoltura; che consente al Giornale di sparare vagonate di contromerda dall’altra parte del fronte; che spinge i grandi giornali del nord ad attenersi ad una linea di prudenza in merito alle eventuali conseguenze politiche delle donnesche imprese del premier, nella quale il bene della stabilità politica fa premio su qualsiasi altra considerazione; che rende agevole al popolo cattolico, nonostante il dibattito interno, sfuggire alla seduzione di forme moralistiche dello Spirito del Mondo. Oggi, tra i grandi giornali, Repubblica è sola, a torto o a ragione e con l’esemplare asprezza dei toni usati da Scalfari o Boeri, nel non dare un parere favorevole sulla manovrina varata dal governo Berlusconi. Nel frattempo la forza delle cose fa sì che a sinistra faccia capolino la candidatura alla segreteria del PD di Chiamparino, esiziale in caso di successo per la consorteria di Repubblica, una delle poche voci autenticamente socialdemocratiche della sinistra, uno che parla di laicità e di sicurezza, che non si vergogna del suo passato comunista ma che è alieno dall’antiberlusconismo. E a ben vedere l’unico successo conseguito da Repubblica è il riverbero grottesco della sua campagna estiva nei coccodrilli sul nostro duce apparsi in questi giorni sui sempre autorevoli giornali stranieri.













A parte il fatto che secondo me sinistra è quel 35% di italiani che ha opinioni di sinistra e destra è quel 35% di italiani che ha opinioni di destra, piu o meno è cosi da 30 anni come diceva Gaber non sono le persone che cambiano idea sono i partiti che si spostano.
Forse il fatto che leggo Repubblica molto raramente, quando la trovo sul bancone di qualche bar, ma siceramente non ho mai visto nessuna correlazione tra le opinioni di Scalfari e successive scelte dei suddetti notabili di partito, tutto il discorso di Zamax mi sembra pura paranoia, la ricerca del grande vecchio che ci frantuma i testicoli da 30 anni, le solte banalizzazioni di serie B delle teorie di Mosca sulle elite.
Come dice ricchiuti una cosa molto semplice, ma secondo me una semplificazione irreale, un discorso da bar che trascura per esempio un fattore che ovviamente nel pdl non conta niente, ma nella sinistra esiste ancora, i militanti di partito, insomma il rapporto Media-elettori-militanti-notabili funziona come una rete in cui le influenze reciproche sono forti e in entrambe le direzioni tra tutti gli elementi.
Per questo teorizzare un importanza esagerata del l’influenza di Repubblica sui notabili di partito mi sembra una stupidaggine, sopratutto perchè andrebbe documentata con fatti concreti, non con fumose circonlocuzioni verbali.
Per esempio si potrebbe chiedere a Zamax quando e come esattamente Repubblica ha convinto Prodi a impegnarsi contro Berlusconi nel 1996?
Forse non sa che il mezzo di comunicazione usato da Prodi per prepaparsi la strada non è stato Repèubblica, ma Famiglia Cristiana.
Se repubblica non ha avuto nessun ruolo in quello che potrebbe considerarsi uno dei momenti più importanti della sinistra negli ultimi 30 anni, come è possibile affermare che repubblica detta la linea?
Senza considerare il fatto che comunque la sinistra italiana non ha mai avuto una linea minimamente unitaria negli ultimi 30 anni quindi l’affermazione in sè non ha senso.
@pietro: “La forza dei media nel guidare le persone è pura mitologia marxista sessantottina, è un disprezzo per l’intelligenza delle persone veramente penoso.”
Guardacaso i partiti si sono sempre scannati per strapparsi l’un l’altro una sottopoltrona in Rai. Guardacaso il debuttante assoluto della politica nel 94 vinceva con alle spalle una gioiosa macchina da guerra mediatica, approntata in fretta e furia in neanche due anni. Sò coincidenze, per carità.
Tornando alla fantasiosa ipotesi che Repubblica sarebbe il deus ex machina della gauche de noantri: a me Scalfari non piace e non lo seguo granché ma Maltese e soprattutto Serra sì, e mi pare che i loro ultradecennali pezzi ipercritici verso la classe dirigente ex-piccì ora-piddì siano rimasti talmente lettera morta che ormai li leggo soltanto quando ho avuto una giornata eccessivamente felice e voglio intristirla quanto basta.
“Oggi non Zamax, ma Davide Giacalone”
Ah, ma noi Giacalone lo conosciamo, una vera volpe! Nel suo pezzo il consueto armamentario ideologico berlusconiano, nihil novum. La chiamata di un Giacalone e un Panebianco a soccorso di un pezzo così esile e gracilino che ci si guarda attraverso mi fa continuare a chiedere: vabbè che giornalettismo vuol fare il sito controcorrente e pure un po’ stronzetto, ma non ci bastava e avanzava già ABR?
Cos’altro ci aspetta, una articolessa di Antikom?
“vabbè che giornalettismo vuol fare il sito controcorrente e pure un po’ stronzetto, ma non ci bastava e avanzava già ABR?
”
Cos’altro ci aspetta, una articolessa di Antikom?
Ma come Ricchiuti dice che è il meglio che c’è in giro… un fine scrittore che crea corposi ed utili dibattiti… insomma un pennivendolo coi fiocchi… roba che a Libero ed al Giornale stanno schiattando di invidia!.
“Tetzuo…”
Si scrive TetSuo con la S, capisco che solitamente la cosa più semplice è storpiare un nome a sfeggio, come se io ti chiamassi Ricchione invece di Ricchiuti… ao può essere anche che ti piace, ma da un fine intellettuale criptico come te mi aspetto di meglio…
“dibattere significa mica darti ragione.”
Dibattere vuol dire esporre idee e confrontarle… almeno si parla in due come minimo…che mi si dia ragione è assurdo, uno ha le proprie idee ed è giusto che le porti avanti… infatti scrive lui gli articoli e gli altri commentano… ma se uno gli muove qualche critica e porta qualche esempio… almeno ribatti su quello, senza fare ogni volta un comunicato stampa del PDL, che per quelli bastano Cicchitto e Gasparri.
“O fare i boy scout delle idee manco avessimo 13 anni e potessimo ancora cambiarle.”
Veramente si può cambiare idea anche a 40-50-60 anni, basta trovare il motivo giusto per cambiarle…
“Da quando assisto ai dibattiti non ho mai visto alcuno convincersi delle ragioni altrui. E’ sempre stato muro contro muro e quando va bene, cioè quando almeno c’è quello.”
Come detto prima il dibattito non serve a cambiare idea nell’altro, ma nell’arricchire la discussione di contenuti e va bene anche il muro contro muro… ma un muro ti ascolta, Zamax no… lui emette comunicati stampa (come detto prima) e li scrive come un cinegiornale… parla di repubblica e se gli dici che il suo idolo ha ben più di repubblica come media… ti risponde che sei antropoligamente malato di comunismo, che mangi i bambini e sei nemico della patria… ma a Ricchiuti piace e quindi va bene tutto.
“Quindi ringrazia Zamax e accontentati.”
Grazie Zamax e continua cosi… Repubblica ha organizzato Gladio e la Strategia delle Tensione, forse anche l’attentato al Papa ed è causa dell’enorme debito pubblico italiano… e sospetto abbia commisionato anche il terremoto in Abruzzo… da domani leggero solo i giornali del Cavaliere e ritornerò sulla retta via.
Cosi potrò leggere di inchieste come Telekom Serbia e Mitrokin… e capirò che tutti i mali dell’italia sono colpa di repubblica e dei comunisti!
Che la stampa italiana più venduta sia un potere anche politico nel senso di partecipare da soggetto alla guerra tra bande, a mio avviso è indiscusso.
Io credo che oramai i giornali servano solo a quello, a fare politica di sostegno o di contrasto allo stesso modo degli investigatori privati. Cioè adoperando lo strumento del ricatto.
Non viene avvertito questo perché la gente non legge e chi legge pensa ancora che il giornale venga fatto per lui. Non viene fatto per lui che in minima parte, tanto i giornali per chi li compra sono più una abitudine come il caffè al bar che una scelta. E al resto pensano sponsor e stato.
I msg che si scambiano i giornali non riguardano il lettore comune ma le istituzioni. Perché sono le istituzioni a leggere sul serio i giornali. A tutti i livelli.
Sono avvertimenti, ti dicono dove sto io e il mio gruppo, dove puoi stare tu.
Quando il giornale è particolarmente in forma, basta una riga e ti scatta la notitia criminis.
Non è una novità. Ai tempi di Tangentopoli, si realizzò una sinergia perfetta tra la stampa che contava e la magistratura.
La gente pensava stessero facendo indagini mentre invece la lista degli avvisi di garanzia la concordavano i redattori capo.
Al resto bastava il carcere preventivo.
Lo stesso Scalfari ha ammesso che Rep sia molto più di un giornale, non capisco il problema.
Scalfari sta per morire quindi dice la verità.
Il problema di chi non vuole ammetterla è il problema di chi non vuole sentirsi una parte, una fazione del bigoncio. Ma lo siamo tutti e la differenza tra le nostre ragioni particolari la fa solo la forza. Non l’oggettività.
Il sopravvissuto nel deserto sindaco PD di Padova, non Zamax. Leggere per credere:
[Flavio Zanonato manifesta le sue opinioni in libertà nell'ultimo numero del settimanale L'Espresso. Il Pd? «Costruire un'organizzazione vera. Un partito bene organizzato sul territorio, con tanti iscritti, è essenziale per chi ha ambizioni di governo. Oggi, con una struttura quasi evanescente, non siamo più in grado di decidere le linee politiche. Oltretutto, mi pare, siamo abbastanza eterodiretti». Zanonato lo esplicita: «Dal gruppo Espresso-Repubblica e da altri sistemi informativi. Lanciano una campagna, e noi a correr dietro».]
http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/flavio-pd-del-nord-modello-lega/2103619