Il travaglio di Travaglio

18/04/2008 - Se li conosci li eviti”, ultima fatica letteraria del nostro, e qualche riflessione sul tema del giornalismo, della critica e della ricerca della verità. Un fine verso il quale tendere. Alla Feltrinelli di Pisa c’è un angolino monopolizzato dai libri

     
 

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Se li conosci li eviti”, ultima fatica letteraria del nostro, e qualche riflessione sul tema del giornalismo, della critica e della ricerca della verità. Un fine verso il quale tendere.

Alla Feltrinelli di Pisa c’è un angolino monopolizzato dai libri di Travaglio. L’ultimo in ordine di tempo, firmato con l’ottimo Peter Gomez è “Se li conosci li eviti”. Io Travaglio lo conosco abbastanza, quindi lo evito volentieri. Questo ha già venduto più di centomila copie, più di un grillino su tre se l’è aggiudicato. Niente male per un elenco di politici con a seguito fedine più o meno penali. Mi capita tra le mani un’altra recente fatica del nostro, di miliardi di pagine, firmata con gli ottimi Gomez e Barbacetto.

METICOLOSE SVISTE – L’occhio cade su strage di Peteano, leggo. “Un altro vuoto di memoria lo [Castelli, NdA] colpisce proprio mentre si oppone legittimamente alla grazia a Sofri scontrandosi col presidente Ciampi e, sul caso del latitante Cesare Battisti rifugiato in Francia, tuona contro <questa sinistra europea che difende assassini e latitanti mentre i cittadini hanno sete di giustizia e certezza della pena> e dichiara: <Molti sono dalla parte di Caino, io penso prima ad Abele. Chi sbaglia deve pagare>. Eppure Castelli da una mano a Carlo Cicuttini, il neofascista autore della strage di Peteano del 1972 (due Carabinieri uccisi, un terzo rimasto invalido).(…) [G.Barbacetto, P.Gomez, M.Travaglio, Mani Sporche. Chiarelettere, Milano, 2007 - p.36] Ora: l’attentato di Peteano di Sagrado (Gorizia) eseguito con un’autobomba, è stato predisposto da Vincenzo Vinciguerra, reggente di Ordine nuovo a Udine, condannato insieme a Carlo Cicuttini (segretario di sezione del MSI, colui che ha fatto la telefonata anonima per avvicinare i carabinieri), e il militante Ivano Boccaccio. I carabinieri morti nell’attentato non sono stati due, ma tre. Il brigadiere Antonio Ferraro e i militi Donato Poveromo e Franco Bongiovanni, più il tenente Angelo Tagliari, che rimane gravemente ferito. Queste disattenzioni, questa poca cura nell’inquadrare un contesto prima di scriverci libri e articoli è secondo me una peculiarità di Travaglio. Questo mi porta a fare un discorso più generale, prima di tutto per me stesso, per non finire anch’io nel dogma del fatto.

PROVOCAZIONI – I fatti non esistono. Mi scuserà Travaglio, ma il fatto, l’episodio in sé non c’è, non è oggettivo, e non può essere, da solo, il perno di un ragionamento sensato. Noi tutti dovremmo svegliarci da questo sonno dogmatico, da questo limbo nel quale pretendiamo che basti conoscere un singolo fenomeno, o una molteplicità di singoli fenomeni, per dare valutazioni etiche, morali, e per prendere delle decisioni di tipo politico. Tutto questo sminuisce prima di tutto noi stessi, la nostra capacità critica, la nostra possibilità di complicare un discorso che solo in apparenza è chiaro, e che noi pretendiamo di giudicare solo alla fine della sua evoluzione: pretendiamo di analizzare un’istantanea senza sapere i perché, i come, i cosa e i chi. Ha rubato? Sì. È un ladro: in galera. È un invito, il mio, a non accontentarci di una notizia così come viene posta (tanto più se apparentemente coincide con le nostre tendenze politiche). Poniamoci un critico distacco, una ricerca di una verità, sempre con v minuscola, che deve portarci a mettere continuamente in discussione quello che apprendiamo, e anche quello che vogliamo dimostrare. Dobbiamo farlo, metterci in discussione, dare voce al nostro advocatus diaboli, continuamente, metterci in difficoltà.

INTERPRETAZIONE E SINTESI - L’oggetto, l’episodio, il fatto, non può e non deve essere la spiegazione di se stesso. Siamo noi, attori protagonisti in quanto critici e interpreti del fatto, a dargli un senso, a collocarlo in un contesto, a sistemarlo. Siamo noi e non il fatto in sé attraverso delle categorie generali, direi kantiane, a trasfigurare il fatto e renderlo reale. Ognuno di noi, rende reale lo stesso fatto in infiniti modi diversi, perché infinite sono le categorie che ognuno di noi ha, infiniti e diversi sono i filtri attraverso i quali noi interpretiamo. E sulle categorie dobbiamo lavorare, per affinarle, per renderle strumenti interpretativi validi per ogni tipo di fattispecie.

La crescita, culturale in senso ampio, di ognuno di noi, è la conseguenza del confronto tra le interpretazioni. La sintesi non dev’essere la pretesa di sapere, ma esattamente il contrario. Poniamoci un obiettivo diverso da quello di un certo giornalismo, che tende a far parlare di sé a raccogliere approvazione e meriti. Basta con “un omicidio è un omicidio”, basta tirare sassi nel mucchio, basta con l’appiattimento e la omologazione del pensiero. Abbandoniamo l’idea di strumentalizzazione del fatto per interesse. Poniamoci un fine etico, che è molto lontano dal bisogno di vendere un libro.

     
 

26 Commenti

  1. claudia la solita scrive:

    Ribadisco le mie posizioni, sicuramente “preconfezionate” o per meglio dire forgiate in anni di luoghi comuni, servilismi, inchini a 90° verso i poteri più o meno occulti ed i taccuini ridondanti che la casta dei giornalisti ci ha propinato: siamo ancora in parecchi ad apprezzare chi “ci prova” a fare delle indagini ed analisi giornalistiche serie, quindi grazie all’inflazionato Travaglio, con l’occasione infinite grazie alla Sig.ra Milena Gabanelli e per allargarmi grazie a Roberto Saviano, Rizzo e a quanti altri ci aiutano, svolgendo con onestà intellettuale il lavoro di giornalisti, a vedere “oltre” (che non è per forza a destra o a sinistra, è OLTRE.) Per quanto riguarda i riscontri e gli approfondimenti preciso che è mia abitudine esprimere opinioni in seguito ad attente analisi, a verifiche con fonti diversificate, ad un allenato uso del mio cervello (normodotato s’intende), e, ahimè, all’elaborazione di personali esperienze vissute.

  2. alice sisti Torino scrive:

    Tutta invidia, caro Corrini, solo perchè, per usare un’espressione gergale, ma efficace, “a te non ti si fila nessuno”…d’altronde il coraggio se uno non ce l’ha, non se lo può dare!! Bye bye Corrini

  3. Corrini Marco scrive:

    Mi chiamo anch’io corrini e poichè mi diletto a scrivere, sia pur in chiave ironica, di politica, leggere un altro Corrini che scrive cazzate mi da un po fastidio. Non condivido il Travaglio pensiero ma credo che la presenza di un giornalista non allineato,un cane sciolto, capace di scrivere e parlare anche se condizionato dalle proprie idee e non obiettivo, possa comunque fare emergere una parte, anche se piccolissima, di verità nascoste nel nostro Paese e quindi, pur essendo di destra ma democratico dico “ce ne fossero di Travaglio” anche se a volte spara stupidaggini.
    A chi etichetta Travaglio come figlio politico di Montanelli ricordo che Montanelli era considerato Fascista dai Comunisti e Comunista dai Fascisti e forse proprio questa caratteristica testimonia il suo equilibrio.
    Travaglio è tutto fuor che un giornalista equilibrato e quindi non può essere figlio ne politico ne professionale di Montanelli dal quale ha probabilmente solo imparato a scrivere.
    Concludo dicendo che un giornalista, per missione, riporta i fatti e i fatti per loro natura sono incontrovertibili. Quando un giornalista viene criticato per il suo pensiero è perche i fatti li ha manipolati, quindi sia lui che il suo critico cercano di orientare il pensiero dei lettori. A tutti i lettori dico “chi pensa quello che crede è schiavo del suo tempo, chi crede in quello che pensa ne è il protagonista”. Credete fermamente in quello che pensate e non avrete più bisogno di credere in Travaglio, Corrini o chi altri.
    Marco Corrini

  4. fast scrive:

    travaglio e gomez sbagliano a citare il numero dei morti e non citano chi ha ‘predisposto’ l’attentato. da questo l’autore dell’articolo non trae l’ovvia conclusione che travaglio e gomez abbiano sbagliato una cifra, e omesso alcune cose (peraltro irrilevanti nel senso del discorso, che mirava a dimostrare l’incoerenza di castelli): no, la conclusione dell’autore è che o fatti non esistono. Seguono soliti deliri su fatti che non esistono, interpretazioni che sono infinite (interpretazioni di cosa? boh) verità che non esistono o che al massimo sono minuscole ecc…
    Quali altre prove servono per capire che i corsi di laurea in lettere e filosofia andrebbero aboliti e i laureati in simili facezie accademizzate riconvertiti in manovali?

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