Economia

Cosa c’entrano i Tremonti Bond con Banca d’Italia?

25 giugno 2009

Il mondo del credito è in agitazione, tra il governatore Draghi che spinge per una ricapitalizzazione delle banche e i Tremonti Bond che sarebbero lì a disposizione proprio per questo. Intanto esce un piano per sistemare la questione della proprietà della nostra banca centrale. Facendo due più due, qualcuno sta facendo il furbo.

Il sistema bancario italiano è solido, con un coefficiente di patrimonializzazione oltre il 10% (una roccia rispetto alle banche estere) e una leva finanziaria sotto alla media europea (27 contro 33). A parte il fatto che prestare 27 contro 1 di raccolta a me tanto poco non pare, ma il Roe sceso nel 2008 al 4,8%, poco più di un terzo rispetto al 2007, e le sofferenze attese nel 2009 sono a 30 miliardi di euro (+167% sul 2008 e + 230% sul 2007) mi sembra lascino spazio a importanti preoccupazioni. Con tutte le rassicurazioni venute dai nostrani stress-test, il Governatore di Banca d’Italia (Bankit) Draghi continua ad auspicare un rafforzamento patrimoniale, e sicuramente questo qualcosa significa. Che  ci possa essere all’orizzonte, proprio quando la crisi a detta di molti dovrebbe aver ormai toccato il fondo, l’inizio di un periodo di difficoltà per il sistema bancario è un po’ sconcertante (se si riprendono le considerazioni fatte qui su IHC in merito alla natura reale della crisi, tutto sembra invece molto coerente), ma non è su questo che voglio soffermarmi, bensì sul curioso intrecciarsi delle tematiche di rafforzamento patrimoniale bancario, Tremonti Bond, e proprietà di Bankit.

LA PROPRIETA’ DI BANKITALIA – Il perno di questo intrecciarsi di argomento è stato fornito da Salza, presidente del Comitato di Gestione di Intesa Sanpaolo. Presa al balzo la palla lanciata da Draghi (a febbraio è scaduto il termine per la riconduzione in mano a enti pubblici del capitale di Bankit, ora in mano a banche private e in particolare a Intesa Sanpaolo con un allegro 43%), Salza ha proposto che Bankit si riacquisti le proprie azioni (un buy-back dal valore oscillante tra 800 milioni e 30 miliardi di euro, dipendentemente dal metodo di calcolo), e che le banche private utilizzino (parte) del ricavato per la sottoscrizione di strumenti di capitalizzazione di banche minori (in pratica, prestiti subordinati o convertibili in azioni) in modo da estendere a tutto il sistema bancario un beneficio che altrimenti rimarrebbe confinato agli attuali azionisti di Bankit. A detta di Salza, questo lascerebbe illese le tasche dei contribuenti, e risolverebbe l’anomalia formale della proprietà di Bankit senza trasferirne la proprietà allo Stato con conseguenti problemi di protezione dell’autonomia conquistata nel 1981. Ma noi sappiamo bene (si vedano le precedenti discussioni qui e qui) che la proprietà privata di Bankit è solo formale, quindi non c’è un problema sostanziale da risolvere, e che l’ente è di fatto sotto il controllo statale (si vedano le nomine politiche degli esponenti e la riconduzione del risultato del bilancio al Tesoro), quindi discutere dove vadano queste quote non inciderà sulla conduzione della politica monetaria ed è solo fumo negli occhi. Parimenti noi sappiamo bene che, venendo pareggiato il bilancio di Bankit dal Tesoro, quanto uscirebbe per il buy-back delle azioni o proverrà da utili che sarebbero andati al Tesoro o comporterà un buco che verrà ripianato dal Tesoro (questo significa anche che il prezzo di tali quote può essere qualsiasi, anche sopra quei sopraindicati € 30 miliardi); insomma, sempre soldi dei contribuenti sono, è tutto un grosso gioco delle tre carte come sempre, e le carte sono quelle dei contribuenti.

UN PIANO “GENIALE” – Di sicuro il ricavato farebbe comodo al sistema bancario. Tanto per fare un esempio basta guardare quella possibile stima di 30 miliardi di euro di valore delle azioni Bankit da restituire al sistema bancario contro quelle sofferenze attese proprio per 30 miliardi. Forte vero? Sembra fatto apposta: qual’è il buco di quest’anno? Ah bene, si pareggia con il prezzo delle azioni Bankit… Ma in fondo la proposta di Salza ha un che di “altruistico”, volendo “redistribuire” i proventi di questa operazione di “liberazione” di Bankit a tutto il sistema bancario senza tenerli concentrati in quella élite di ex-azionisti, no? No: come sempre se qualcuno fa il generoso sa già come far tornare i soldi indietro, ed infatti gli attuali azionisti sono le case-madri di gruppi bancari, i cui controllati non sono azionisti di Bankit; quale miglior occasione per far emettere strumenti di capitalizzazione alla catena di banche controllate sottoscrivendoli con soldi “nuovi”, alla fin dei conti rafforzando non solo la capo-gruppo ma anche tutti i controllati a spese (si sarà capito) dello Stato? Tra l’altro questa soluzione risolve un dubbio esposto da Carabini sul Sole24Ore del 30/05/09, e cioè che la sottoscrizione di nuovi strumenti di capitalizzazione avrebbe creato una pericolosa rete di interconnessioni tra istituti: se la capo-gruppo trasforma il denaro del buy-back in ricapitalizzazione delle controllate, non cambia nulla a livello di intrecci tra istituti, facendo contento anche l’Antitrust. Geniale, vero?

2 commenti a Cosa c’entrano i Tremonti Bond con Banca d’Italia?

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