Sempre a causa del caldo, è scoppiata da qualche tempo una polemica cinematografica di altissimo conio tra il ministro della cultura Sandro Bondi e gli autori del film “Il Sol dell’Avvenir“. Dice Bondi: “Il film, diretto Gianfranco Pannone, rappresenta l’Italia alla 61.ma edizione del festival del cinema di Locarno, nella sezione ‘Ici & Ailleurs’, dopo un colloquio con Giovanni Berardi dell’associazione delle vittime del terrorismo, mi ha suscitato un senso di amarezza e di sconcerto“. Perché è una ricostruzione che dà voce “esclusivamente ai protagonisti di un’ideologia criminale che tante sofferenze ha provocato a tante famiglie, senza che dalle loro testimonianze emerga un solo segno di pentimento o almeno di consapevolezza critica delle proprie responsabilita‘”. Cio’ che emerge, secondo il ministro, e’ una “giustificazione storico-politica, tutta interna alla storia della sinistra italiana, di un movimento terrorista, che ha continuato ad operare e a commettere omicidi efferati fino a pochi anni fa, debellato in parte solo grazie al sacrificio della magistratura e delle forze dell’ordine“. Il ministro assicura poi che ha gia’ dato “precise direttive affinche’ venga impedito in futuro che lo Stato possa finanziare opere che non solo non mostrano di possedere alcuna qualita’ culturale, ma che riaprono drammatiche ferite nella coscienza etica del nostro Paese“. Ovviamente, nella polemica si sono buttate subito le “agenzie del risentimento“, le quali, spesso prescindendo da qualsiasi valutazione qualitativa del film, hanno colto la palla al balzo per parlare di vergogna nazionale e così via. Il più gasato di tutti era Libero, che ha firmato una serie di editoriali di
fuoco, ma anche Radio24 non si è fatta pregare: ha organizzato una trasmissione dal significativo titolo “Può lo Stato finanziare un film che offende le vittime del terrorismo e fa apologia delle Brigate Rosse?“, nella quale tra i più scatenati c’era Marco Bellocchio, anche lui autore di un film sulle Br e il caso Moro.
Per fortuna, mentre l’aggressività si scatenava, è intervenuto Giovanni Fasanella, autore del libro da cui è tratta la pellicola di Pannone. Nel suo blog, ha ricordato un paio di cosine che stavano scivolando via sotto silenzio nel frastuono del dibattito. In primo luogo, che Bellocchio dovrebbe migliorare la propria memoria. Anche il suo “Buongiorno Notte” ha ricevuto finanziamenti pubblici; anche il suo film era tratto da un libro di una ex Br, Anna Laura Braghetti, oggi in prima linea nel perorare la causa di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. E, guardacaso, la stessa Braghetti, dipinta nel film come preda di pentimenti e sensi di colpa e poi dissociata, ma che non ha mai però fatto i nomi dei restanti “compagni” che hanno operato durante il sequestro dell’onorevole Dc: dovrebbe sapere che all’appello mancano ancora due motociclisti, dei quali i terroristi in carcere e quelli come lei, che usufruiscono della liberazione condizionale, ancora nascondono le identità. In più, la stessa Braghetti è quella che un anno dopo il sequestro Moro fece parte del commando che sparò in faccia al professor Vittorio Bachelet. Non è che Br è l’acronimo di Bravi Ragazzi, eh? Senza contare, ricorda giustamente Fasanella, che un ex brigatista rosso è stato consulente di Confindustria, nonchè apprezzato editorialista del suo giornale, il Sole 24 Ore. In tutto ciò, francamente ridicola è la corsa dei quotidiani e dei settimanali nostrani ad accaparrarsi, ogni volta che l’attualità lo richiede, l’intervista del Franceschini, del Negri, del Piperno di turno, i quali spesso approfittano dell’occasione mondana per lanciare segnali trasversali a chi di dovere oppure per minimizzare quanto accaduto nei “meravigliosi” Seventies, oppure per addossarne in toto la colpa allo Stato e alle forze del “grande gomblotto mondiale“. Non c’è nulla di più irritante di chi, dall’altare costruito a spese di qualche gambizzazione – nella migliore delle ipotesi – o di un paio di “omicidi di classe” – nella peggiore – spiega agli altri come va il mondo. Le testimonianze storiche dell’epoca sono utili agli storici, d’accordo. Ma difficilmente possono costituire una favoletta morale alla Esopo.
Nelle more delle Olimpiadi, ecco la polemica sulla detassazione dei premi per le vittorie degli atleti azzurri. “Non siamo calciatori“, dicono, “i nostri guadagni non sono stratosferici: sarebbe giusto detassare i premi per le medaglie olimpiche, e non versarne la metà“. La richiesta arriva da Valentina Vezzali, e trova ovviamente d’accordo tutti gli altri ma – sopresa – anche il presidente del Coni Gianni Petrucci, che però poi subito dopo si copre: “Se il ministro Tremonti è d’accordo…“, ricordando che in Parlamento c’è già una proposta di legge portata da Luciani Rossi, onorevole e presidente della Federazione Tiro. C’è anche da dire che quando il trevigiano Tagliariol ha vinto il suo oro, il ministro Zaia l’ha proposto come “ambasciatore della Marca nel mondo“, il che non è poco.
Teoricamente, la proposta suona strana in un paese nel quale la pressione fiscale non è stata abbassata dal centrodestra che ha appena vinto le elezioni: da un ministro come Tremonti, che ha appena concesso la tessera annonaria agli anziani, una detassazione ai “relativamente” (rispetto ai calciatori) ricchi dovrebbe essere respinta con sdegno. Ma di sicuro dall’altra parte sembra strano che un Berlusconi si lasci scappare la possibilità di un gesto liberale che provi la generosità del premier (a carico dell’erario, ma questo è un dettaglio). Strano, però, che Petrucci, se aveva tanto a cuore la situazione, non sia intervenuto a tempo debito, ovvero prima delle Olimpiadi, e direttamente nei confronti del ministro. Poteva, visto che il Coni ha ricevuto una serie di finanziamenti dal governo proprio alla vigilia delle gare, presentare anche le sue lamentele per una situazione che sembra così insostenibile. Un vero peccato.
Vignetta di Artefatti






















Di altissimo conio culturale, appunto. I rappresentanti del governo di centro-destra, e la loro corte di “intellettuali” (hanno letto e studiato alacremente “Il cortegiano” di Castiglione, immagino) continuano ad applicare una visione strettamente pedagogica ad un prodotto che si suppone artistico, e che ha quindi bisogno di specifici criteri di analisi e lettura COERENTI, omogenei e congrui rispetto al testo considerato. E’ un atteggiamento, questo, che è visibilissimo nell’attenzione morbosa che i suddetti riservano alla scelta dei contenuti e dei personaggi storici delle fiction nostrane, per esempio.
Si invoca una ridicola par condicio di punti di vista per cose in cui non ha alcun senso (l’unico senso è se sia riuscito o no artisticamente, visto che il pubblico non è sempre il solito gregge che ha bisogno di essere imboccato per cogliere i significati o così messo a malpartito da non saper esercitare uno straccio di spirito critico.Faccio un esempio: applicando un angusto criterio del genere, un capolavoro letterario come “Le benevole” di Jonathan Littel, scritto, mirabilmente, dal punto di vista di un carnefice delle SS, sarebbe a priori strozzato nella culla).
Mi ricorda una polemica di tempo fa. Ne fu protagonista Mauro Mazza, direttore del tg2,all’epoca dell’uscita del “Caimano” di Moretti, con quella sua frase da scolpire nella pietra: “non ne parlo per par condicio, visto che non è in uscita un film su Prodi”. E non ne parlò! Chiaro che essi vedono nella cultura uno strumento dall’immediata ricaduta ideologica, politica, spesso elettorale. Impoverendola irrimediabilmente.
Il cinema è un mezzo inadatto per fare riletture “storiche” di avvenimenti passati o anche trapassati. Il cinema è per forza di cose invenzione, invenzione di dialoghi, di caratteri e per questo fortemente non indicato per operazioni del genere, per le quali si dovrebbe utilizzare il mezzo del documentario.
Il pericolo di dare letture parziale e interpretazioni fantasiose è sempre presente (basti ricordare il finale ridicolo del film di Bellocchio). Meglio sarebbe allora scrivere una sceneggiatura romanzata, liberamente ispirata al fatto storico, in modo da essere liberi dal ricercare una verità che nessuno veramente conosce.
Credo che Asdrubale abbia ragione: se neppure i documentari reiscono del tutto ad evitare l’infiltrazione della finzione nella narrazione dei fatti, il cinema “narrativo” non può certo sperare di essere più oggettivo di un romanzo storico. La responsabilità di evitarlo ricade tuttavia anche sui cineasti, che dovrebbero rendere chiaro come le proprie opere siano finzione, narrativa – altrimenti è ovvio che nascano polemiche come quelle apparse in questi giorni. Non nascondiamoci quello che accade continuamente: in troppi prenderanno per vero quello che vedono presentato in immagini, senza sapere che si tratta della versione di una parte sola.
Nell’intervista sul “Corriere” però Bellocchio difende Pannone:
“Con i soldi pubblici non si fanno mai per nessuna ragione film a favore del terrorismo, sarebbe osceno e vergognoso; ma Pannone voleva solo ragionare sui fatti, interrogarsi e far conoscere un pezzo della nostra storia”