L’importanza di chiamarsi Amato
24/06/2009 - SE QUESTO E’ UN EROE BORGHESE – «Lo spontaneismo armato rappresenta il momento di sublimazione simbolico per la componente ribellista e per quella essenzialmente rivoluzionaria tendente all’affermazione della propria identità e alla definizione di una strategia di lotta conseguente». Eh
SE QUESTO E’ UN EROE BORGHESE – «Lo spontaneismo armato rappresenta il momento di sublimazione simbolico per la componente ribellista e per quella essenzialmente rivoluzionaria tendente all’affermazione della propria identità e alla definizione di una strategia di lotta conseguente». Eh ? Eh. Questo è Gilberto Cavallini, l’omicida Amato. Un vecchio arnese. Ha trent’anni quasi. Non è romano. Lavora per O
rdine Nuovo perché è Ordine Nuovo da quando è latitante che gli passa la mortadella da mettere nel pane. Non ha ancora ucciso nessuno perché ha gli scrupoli morali perciò mangia solo pane e mortadella. Gli scrupoli morali li veste di barbari giri di parole come in quel virgolettato. Vecchio, tramone, del nord. Ironia del destino morire per mano di uno simile tanto all’antitesi della sua materia di studio, la ragazzineria romana che ammazza e non scrive mai. Non quando pasteggia a ostriche e champagne. Destino strano. O degna sigla di un lavoro tutto sbagliato. Amato inizia male. Chiude la sezione del Mis alla Balduina. Per ricostituzione del partito fascista. Le solite cose à la Occorsio. Spreco di danaro del contribuente, pestaggi in questura, inutili inimicizie, gente che se era violenta ora lo sarebbe stata di più, nulla di fatto, potete andare. Che poi. Alla fine del ’77 se c’è una cosa che può salvare dall’illegalità armata, ossia il munirsi di una rivoltella per cercare di non farsi ammazzare come sorci in un tiro al bersaglio quotidiano e togliersi gli sfizi, sono le sezioni aperte del Movimento di Almirante. E la sua linea ultralegalitaria. Amato chiude, bon. Dopo il nulla di fatto, verrà Acca Larentia e la nascita sul campo della sigla Nar. Si, c’è un gruppo ben preciso che lo fonda ma ognun fa storia a sé. Sono fasci ma non stronzi. Niente duci, niente coordinazione. Amato pensa di aver trovato l’uovo di Colombo, le bombe rubate dal Tenente Fioravanti sono usate in diversi attentati. E scambia un porto di mare anarchico, le armerie comuni di un gruppo di solisti, per una sorta di stella rovesciata delle Brigate rosse in formato nero. Il capo? Signorelli. Un professore di liceo. Età ? Tant’anni. Figurarsi. Al giudice gli basterebbe leggere del coevo punk inglese e di Paul Simonon che dà di vecchia scoreggia a Jimmy Page per capire come un Alibrandi possa riderne di Signorelli. Ma tant’è. Signorelli viene arrestato dal brillante Mario Amato come capo dei Nar. Il bello è che questi tromboni se la godono. Oramai ai margini, senza eserciti e spessore, vecchi polmoni come il professore chiavatore possono bullarsi di essere il demonio per rimorchiare al bar.
L’EPILOGO – Signorelli in cella incontra Fioravanti. Si vanta anche con lui di essere il capo dei capi dell’esercito che su Roma marcia. Fioravanti ancora ride. Mentre a Signorelli dalla verità gli si sgretola la faccia. Ad Amato no, non gli succe
de nulla. Lui va avanti per la sua strada. La sua strada ha sempre la fissità del cognome del capo Ufficio Istruzione. Hanno ammazzato Arnesano ? Orsù, chiamatemi Alibrandi. Ma non si può, è protetto. Ad Amato l’ultima volta il papà di Alì Babbà lo ha minacciato. Da giudice a giudice, se non la smetti ti faccio arrestare. E allora. Amato convince il pm Catalani ad emettere il fermo. Alì Babbà, che con Arnesano non c’entra niente, viene portato. E “interrogato”. Ti faccio cosa, eh ? Le urla nel porto delle nebbie dicono che le puoi sentire ancora. Come quelle della Mambro quando arrestano Pedretti con il quale sta mentre aspetta Giusva. Ma col Sellerone è vero amore. Un pestaggio in piena regola. I testimoni hanno visto un biondo e un ragazzo di colore, Alibrandi è moro e lavora solo. Ma Amato sa che è l’ultima volta che può fare qualcosa anche lui. I poliziotti che al figlio del giudice l’han dovuto riportare a casa con le scuse più volte del dovuto, pure. Ma Amato nonostante tutto continua a non poter fare paura. Non è un pericolo per alcuno, neanche per se stesso. Anche i Nar lo sanno. Dipendesse dalle inchieste, non morirebbe mai. Ad un certo punto ha anche un pentito in mano. Le conclusioni sono terrificanti. A distanza di tre anni, solo e senza interferenze di manine amiche o interessate, per Mario Amato, il perfetto uomo onesto morto in costanza di servizio per difendere lo stato e conoscere la verità, i Nar sono tutta la devianza armata della Capitale organizzata come mafia al comando di, tenersi forte, Signorelli, Mutti e Semerari. Niente da fare. Fosse dipeso dal suo lavoro, Amato Mario sarebbe ancora tra noi, altri cent’anni come la birra e i Di Persia. Ma i Nar veri, pur non avendo una struttura hanno un problema. Non di capi ma di immagine. Devono finir la pace coi magistrati. Amato è l’ideale ma non perché sia bravo. Perché ha menato quello e insultato quella. E non stupitevi, che motivazioni cerchi a vent’anni, magari così è più onesto, so’ragazzi. Accontentatevi della realtà. “Papà l’hanno ucciso con la pistola”, dirà il figlio. No, con la pietà. Cavallini lo fredda con quel caldo da dietro la nuca facendogli volare i capelli del riporto. Lui lo chiama il vento della morte, la brezza di quello spostamento. D’aria.













Mi è piaciuto moltissimo.
Una storia miserabile con molti protagonisti miserabili, raccontata in modo originale e senza indulgere alla retorica, ma anche senza nessuna indulgenza per gli assassini.
Un sorriso.
C.
grazie
Un contibuto importante, chiarificatore anche per chi come me non ha vissuto in diretta quegli accadimenti.
E poi…Enzo Ricchiuti: LA CLASSE NON E’ ACQUA!
capolavoro ricchiuto, in effetti.