La Banda Fioravanti, a due anni dal Don Bosco, debutta (sul serio) nel mondo dei grandi
«Oggi 23 giugno 1980 alle ore 8.05, abbiamo eseguito la sentenza di morte emanata contro il sostituto procuratore Mario Amato, per le cui mani passavano tutti i processi a carico dei camerati. Oggi egli ha chiuso la sua squallida esistenza imbottito di piombo. Altri, ancora, pagheranno».
ALL’ARMI – Fatevelo bastare. Non siate schizzinosi. Questi qui non eran mica le Br. Dagli studi universitari e la mente raffinata e bizantina da cattolici. Ques
ti al massimo il liceo e poi pensiero e azione ma più che altro se eran vivi lo dovevano alla reazione. E poi. Mica solo la Banda Fioravanti stava dando dello squallido al suo giudice, ora che l’aveva ammazzato. Certo, in tal senso che portasse le scarpe lise con suole sfondate non aveva proprio aiutato. Ne eran piene le cronache e le corone di quelle scarpe rotte. Le foto come le pallottole: non avevano indugiato sul punto debole. E se la pallottola era stata appena una, quelle immagini di decoro, e di malizia, di un servitore dello stato con la vacanza prenotata ogni anno stessa spiaggia stesso mare, l’utilitaria dal meccanico e le estremità del matrimonio per fare l’unica bella figura possibile (quella ai piedi) logorate dagli anni e dalle aspettative, morto con i buchi ai piedi e con le pezze al culo, quegli sfottò borghesi con la scusa della modestia molti di più. Ci si era proprio scompisciati sotto dalla eccitazione. All’armi, son fascisti. Il giorno stesso delle esequie le armerie di Roma avevan venduto a tutta la Procura. Una cosa era certa, anzi due. Mario Amato anzitutto era morto. Era morto ed era stato onesto. Ma onesto non vuol dir perfetto. Solo morto fa diventare tale. Da vivi, è tutta un’altra storia.
AMA’, FA CALDO – A giugno fa caldo. Ogni anno, a ogni giugno. Anche in quel giugno dell’80 le cose devono andare così. Fa caldo, c’è il sole, si ha voglia di fare due passi a piedi, si ha voglia di lavorare. Questa poi. Tra l’altro a Roma. Quasi una provocazione per le tradizioni sia del Giugno che dei romani. Mario Amato che ne sa. Tra l’altro con quei buchi, gli fan aria. Ha vissuto tardi. E’arrivato sempre dopo. E’ un eclettico come ben lo definirà il figlio credendo di fargli un complimento. S’è formato tardi, a Rovereto proprio dove è nato Fioravanti. Ha scelto tutto tardi. S’impegna ma non brilla. Studia, si applica signora mia però. E’ determinato ma non ha senso pratico. E’ ambizioso ma non è veloce. E’ scrupoloso ma non è poi così intelligente. Non stupitevi. Quel piccolo giudice dalle scarpe sfondate che i Nuclei Armati Rivoluzionari vogliono ammazzare (per un mero fatto di look tra l’altro) è ben distante dalle agiografie che si sono tramandate. Da quando non c’è più. Sempre perché gli assenti hanno ragione. Lungi dall’essere la mente giuridica che ha anticipato la strage di Bologna figurando meticolosamente un quadro unitario dal blob umano di persone e sigle dell’eversione nera nella Capitale, quel sostituto oberato di lavoro e con le ali ai piedi è semplicemente l’erede del precedente, perfetto, “mori ammazzato” che faceva danni prima. Vittorio Occorsio. L’uomo dei cento indagati e cento assolti. L’uomo del tutti dentro in ordine alfabetico e poi si vede. La Krudelia De Mon che voleva farsi l’ermellino con la pelle dei centouno in attesa di giudizio. Uno che ha portato il fascio all’ammasso e ha trovato poi la morte che tutto archivia. E aggiusta. Amato è come Occorsio. Lavora, lavora, lavora. Non importa cosa ottenga. Lui va avanti. Sembra Di Pietro. Coordina gli interrogatori nel senso che presenzia e alza la musica quando qualcuno, dopo un suo ordine, strilla. E’ ottuso come un burocrate cui abbian chiesto un qualche obiettivo disumano da piano quinquennale. Deve produrre, e non importa e al diavolo la qualità e al diavolo i malciki. Non merita la morte, meriterebbe una settimana di riposo ad Ostia dalla Sora Gina e il trasferimento ad altro incarico. Dove farebbe meno danni all’intelligenza delle cose che succedono. Che so, il vero porto delle nebbie cioè il processo civile.
GIUGNO ’80 – Ed a quello in quel Giugno dell’80 che il nostro piede amaro punta. Perché sta per scoprire qualcosa di grosso, il Grande Vecchio con la bomba per Bologna ? No. Perché non ha cavato in tre anni un ragno dal buco. Totalmente inc
apace di leggere la realtà. Si, certo, non ha mezzi. Stanno tutti a fare altro. Quattro giudici soltanto per Giordano, Cacciatori e il Toto nero. Ma Amato si è isolato. Non frequenta. Si è eclissato. Pretende di capire la destra romana saltando i parties in procura del dottor Semerari. Uno Stranamore utile più di cento pestoni. Potrebbe guadagnare tre anni sprecati a guardar dal buco una sua immaginazione, cioè una squadra di ragazzini assoldati e fedeli ai vecchi marpioni, soltanto con una conversazione informale. Quella col suo peggior nemico, il capo dell’Ufficio Istruzione, Alibrandi. Il padre di Alì Babbà. E invece. Amato ha le fisse. Alibrandi lo cerca ma non il padre. Il figlio. Se lo cercasse nel modo giusto, saprebbe tanto. Che il suo disegno di destra unitaria con al vertice il vecchio stato maggiore delle stragi e delle sigle e delle cattedre e le bombe è sscientifico come la pasta e ceci dei soliti ignoti. Che non è vero mica che dal ’68 al ’77 non sia cambiato il mondo. Che non è vero mica che comandi ancora la destra tramona. Amato è pigro, gran lavoratore ma intellettualmente antico. Anchilosato. Cosa crede, che i ragazzini cresciuti con la tv di Zorro abbiano capi, vertici. Padri. Tze. E Amato una occasione per capirlo l’ha avuta. Quando sequestrano l’archivio del neofascismo baby a Roma a un ragazzino senza padri come loro. Uno che li conosce bene, perché è nato insieme a loro. Verbano. Valerio Verbano. Magari se anziché bloccarsi con l’elenco alfabetico alla A di Alibrandi il nostro fosse sceso sino alla V. Verbano si che potrebbe chiudere le inchieste. Amato gli saccheggia solo l’archivio fotografico e non capisce il resto. Quello che lo uccide è un vecchio come lui.



Mi è piaciuto moltissimo.
Una storia miserabile con molti protagonisti miserabili, raccontata in modo originale e senza indulgere alla retorica, ma anche senza nessuna indulgenza per gli assassini.
Un sorriso.
C.
grazie
Un contibuto importante, chiarificatore anche per chi come me non ha vissuto in diretta quegli accadimenti.
E poi…Enzo Ricchiuti: LA CLASSE NON E’ ACQUA!
capolavoro ricchiuto, in effetti.