Finestrella Confederescion cap – Volume 6

22/06/2009 - Maicon all’Inter oggi chiede riconoscenza ? Noi la chiedevamo a lui, appena ieri “Vergogna”. E’ così che titolano oggi i giornali, dopo la rocambolesca terminazione della nazionale italiana al torneo confederato nel gelo delle trombette a sud. Vergogna. Che poi.

     
 

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Maicon all’Inter oggi chiede riconoscenza ? Noi la chiedevamo a lui, appena ieri

Vergogna”. E’ così che titolano oggi i giornali, dopo la rocambolesca terminazione della nazionale italiana al torneo confederato nel gelo delle trombette a sud. Vergogna. Che poi. Vergogna ? Bah. E perché mai. Non capisco. Prendere tre goal dal Brasile senza alzare un solo dito, senza beneficiare di un solo aiuto, uscendo in favore dei deliziosi e freschi ragazzoni degli Usa, perché sarebbe vergogna ? Non capisco. No intiendo, ai dont andstend. Si era detto che siamo il calcio pulito, il calcio che fa simpatia, il calcio che all’estero deve dare bella e buona prova di sé, s’era detto che oramai siamo quelli del 4-3-3, del gioco lavato, dello spirito olimpico, della manovra a sorriso. E allora. Se siamo oramai come tutti gli altri, ben sta prenderne tre dal Brasile. Che pensavate fosse la normalità, o italiani.

BRUTTE FIGURE – In un paese calcisticamente normale si fanno ottime brutte figure, si esce ai quarti, si gioca a zona col centravanti, non si sollecita aiuto a quelli che paghi, non fai storcere il naso a Blatter. E nella partita in cui devi menare sei tu che porgi rispettoso e civico il culo alla pedata di Filippo Melo, per figurare signore ancora di più. V’è piaciuto il consenso degli altri ? Godetevelo. Si ottiene così, perdendo, giocandosela come più piace a loro, sul loro stesso terreno, si ottiene così consenso e rispetto dagli altri. Non contando più un cazzo. Ora sarà almeno curioso sentire le prefiche interiste lamentarsi della poca Inter in nazionale. Del mancato utilizzo di Santon e Balotelli. Poca Inter, scherziamo. La nazionale che ha forato il passaggio a passeggio, cioè a pareggio, e che le ha prese di santa ragione ier sera è la Benamata in persona. Impotente. Gregaria. Vanitosa. Vecchia. Bolsa. Pretenziosa. Boccalona. Stanca. Stracca. Svampita. Straniera. Miserabile. Fallita. Una che al Fabiano tra le linee permette di fare qualsiasi cosa, anche inguattarsi nelle mutande i posacenere. Perché se controlli a uomo il tuo ospite indesiderato poi perdi il saluto di Ninni, la Wanda e di tutto il Burraco giù al Forte. Una nazionale svirilizzata, smilitarizzata. Una copia blasè degli azzurri imposti da Amnesty ai bauscia di Desio. Una selezione simpatia regolamento alla mano e lo specchio nell’altro da giochi senza frontiere al villaggio vacanze per i morti vivi d’Abruzzo. Una volta non eravamo così.

NON ERA UGUALE – Era tutto diverso. Eravamo italiani. Odiati, schifati, puzzavamo di capra, di magro, di tigna, di uomo, di fame. Uscivamo tra i buu. Vincevamo e mai una volta che preferissimo in cambio dare l’esempio. Oggi che siamo. Un centravanti più alto che uomo che da quando sverna in Baviera è diventato tedesco inside. Un marmittone da compitino a partir dai riflessi. Poi. Un nanerottolo giustamente scartato dalla nostra, oggi mediocre, Serie A in favore della Liga che mediocre lo è da sempre, un fuscello che basti soffiare per tirarlo via impegnato a battere i fuoricampo. Una sinistra di ieri sera rappresentata da Dossena tornato dall’Inghilterra più signore e meno pirata che mai e Messer Montolivo. Uno che, l’ho visto io, come qualcuno tira lui si scansa. Volesse il Cielo che sia da ostacolo tra il suo simile e la propria riuscita nella vita. Poro Chiellini oggi messo in croce da tutti che tra Montolivo lo scansaguai, Dossena il suddito di Maicon e di Sua Maestà e il mistero De Rossi, un uomo schiantato da un cedimento interno e strutturale prima nelle motivazioni e poi nella voglia, prestava la sua stracciata Pinna alla nazionale campione “in scadenza” come l’ultimo fesso che lasciava la girata. Sulla cambiale. Cannavaro Fabio, uno che nel 2006 ha impersonato la vecchia odiata vera Italia, che come la Honved del ’56 manco più a casa poteva tornare per i carri invasori di Calciopoli, giocando come mai all’insegna del io so chi sono e soprattutto chi siete voi, merde, eccolo là. Tre anni di Liga di Spagna come ti riducono un uomo, di più , un italiano. Via i tackle, le ripartenze furibonde, la mamma di Fabiano e la sua virtù strillata in campo, gli avi di Robinho, gli arti di Robinho. Via tutto questo, troppo da Pallone d’Oro conquistato nelle bische. Ed oplà ecco la Spagna, terra dei sogni, in quei quadri plastici da fermo. Gamba tesa alla perfezione da terra, in netto anticipo sui tempi. Onde non far male a nessuno e prendere 10 dalla giuria di Amicis.

SIAMO DIVERSI  - Ora si parlerà di Santon, perfetto bravo giovine per il segretario galante, per il fine secolo di due secoli fa. Un educatino pulitino, uno che s’è fatto un anno a sinistra da destro senza mai protestare o far flanella all’italiana al suo allenatore, un educatissimo professionista all’inglese. Un Facchetti prerisorgimentale. Manco ieri con Maicon avesse avuto scampo. Si parlerà d’innesti. Di naturalizzare Maicon magari. Si dirà di tutto e di più, nessuno terrà fede alla verità del post partita del Fabio Cannavaro ora che parla spagnolo e nessuno più lo intiende, che la nazionale ai Mondiali sarà figlia del campionato. No, vorranno farla ora, con gli esclusi, con gli interisti, coi giovani turchi, coi veri turchi magari, coi Santon, Balotelli, Cambiasso, Beccalossi, Julio Cesar, Mourinho perché no. Coi brasiliani. Quelli che son diventati uomini in Italia e per carità neanche un goal potevano concedere. Quelli che esultavano, tiravano la lingua fuori, che chiedono riconoscenza e non ricambiano. Quelli come Julio Cesar che invitava l’arbitro a finirla, roba che se avesse Gaucci come presidente e non l’epitome italiana del Figo d’Oro stamattina farebbe la fine del coreano Ahn nel 2002, disoccupato a selciate. Quelli che le merde. Quelli che bastava fare due conti e capire quanto sarebbe stato conveniente avere in finale una Spagna provata dall’Italia anziché in gita premio con il soccer o una stessa Italia che con loro in finale non la becca mai. Quelli che i conti a favorire il nuovo padrone, l’euro della Liga, se li son fatti anche meglio. Andata. Battuti con le nostre stesse armi secolari. Ma in fondo. Abbiamo perso poi ? Con quelle maglie lì, con quello spirito. Chissà chi era, chissà cos’è successo. Niente. Niente, siamo diversi, siamo altri, siamo stranieri, siamo fuori. E almeno così sembra quasi che sian fuori gli altri.

     
 

2 Commenti

  1. CLAUDIA77 scrive:

    Azzeccatissima analisi Enzo! Abbiamo vergogniosamente abiurato le nostre antche genetiche virtù pallonare (sangue, sudore, contropiede, cazzimma, marcamento/sfinimento ad uomo) sempre da tutto il mondo dileggiate, ma poi sempre utilizzate da tutti ed a tutte le latitudini PER VINCERE (salvo che in 2 soli casi).
    Ma la genesi di quello, da te mirabilmente definito, svilimento italico è da ricercarsi in un unico nome (che nulla inventò, era in Italia giunto ben 10 anni dopo): SACCHI

  2. Pingback: diggita.it

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