C’è chi sale per andare in cielo, chi scende per ritornare a terra
In Sud Afrika fa freddo. Anzi no . Piove. E’ tutto bagnato a terra, saran le lacrime degli italiani dopo ier sera, sui campi di patate dove non ricresce l’erba. Forse per colpa delle trombette. Anche l’erba ha le orecchie. Forse ha ascoltato le sottili disquisizioni del rilassato calcio italiano pre-Egitto sulla giacca marrone cacchina di Dunga, uno che è stato anni a contatto con Pitti Uomo a Firenze senza restarne punto turbato e che profittava biecamente per sfidare il comune senso del maglione dei senza gusto amerikani. Perfetto: vantaggio, poi due contropiedi cinici e bari a capitalizzare il golletto casuale di Filippo Melo dalla Signoria. E mandare gli onesti ragazzoni dell’Impero del Male a ravanare la misteriosa e ostile erba del soccer in cerca dei bimbi scomparsi sulle buste di cornflakes e latte. Di contro, noi, signori dell’eleganza, depositari del più grande segreto morale del mondo ossia la giusta combinazione delle parole fine e mezzo, inventori di Roma imperiale, della cristianità, del pornocattolicesimo che puoi nulla e fai tutto e se ti confessi poi menti, che cosa rispondevamo. Il 4-3-3. Con gli onesti egiziani, gente afrikana ma di pagnotta, più di mestiere che di stregone, che marcavano a uomo e come servi furbi e acquattati aspettavano il passo falso della confidenza dei padroni, facevamo Accademia. Quagliarella, Rossi. Due attaccanti su tre erano dei pesi piuma narcisi, che non rientravano mai per guardarsi le scarpe. La manovra era del tutto assente. Vent’anni di rimbambimento di Sacchi, di zona pressing, intensità, zona veloce, zona sempre e al di sopra di ogni sospetto, andavano in fumo dinanzi lo spettro del sovrano passato. Il libero. Il francobollo umano. I Claudio Gentile, ombra della tua ombra. I Tagnin fin dentro la doccia. Vent’anni di rimbambimento di Sacchi, di calcio spettacolo, di sport per le scuole, morale, sportivo, gli applausi, gli ooh, i bambini felici ma poi de che, le targhe della Pro loco, gli apologhi, i lieti fini, le maglie ritirate, i prego passi lei che ha deliziato ma si figuri quant’è moderno lei, tutta questa matassa contronatura di iperboli bolse e cazzare disintegrate da un carico giallo di tenacia, bruttezza, tigna, calor bianco, palle in tribuna, catenacci orrendi, vincere vincere vincere, rubare vincere vincere rubare, e se vinci col golletto un po’ rubato è anche più gustoso e fanculo la scuola, gli abbecedari, il buon Geppetto e un popolo di pornocattolici trasformati calcisticamente in un torello contegnoso di fregnoni astratti da un paranoide di Fusignano, un carico da novanta di calcio vero, vincere vero e mafia mafia mafia proveniente nientemeno che dall’Egitto. Un popolo che credevamo imbalsamato. E invece.
Iaquinta era l’unico che faceva l’occhio della tigre. I suoi tagli non erano quelli che voi del calcio del tremila chiamate tagli. Erano tentativi da uomo di scienza di fregare il libero smarcandosi come ultimo uomo. Gli altri due, malati di lue fusignanesi, uno dei due, il Rossi tiratore, corrotto definitivamente dal tumore del calcio spagnolo (solo se puoi dar spettacolo segni, sennò i bambini come fanno ooh) che se non erano 40 i mt non si peritava neanche. Occasioni ce n’erano pure, ed erano un altro segnale che solo l’erba catturava ritirandosi sempre di più. Traverse, parate con la mano destra di Dio, Montolivo dalla Signoria che faceva il frocio davanti il peso massimo egiziano, facendo ridere l’intero Egitto italianizzato con un piazzato Dolce & Gabbana geometrico e improduttivo anziché il puntone à la Burgnich della nonna. La fortuna è finita, diceva l’erba che si girava per non vedere quanto sian ridicoli i furbi convertiti alle maniere. Tutta la presunta fortuna della carriera Lippi è andata questa sera, ma com’è che non capite. Niente. E le tre punte, e dopo lo svantaggio ancora le tre punte, e sul goal da angolo con la palla che nove virgola novantanove sbatte sul palo e basta e non sul palo interno, e sul goal da angolo nove contro quattro e nessuno che tenga la maglia, insulti la madre imbalsamata, dia dei colpi bassi al muso giallo per avvertirlo che se ci tiene alla gambetta non può mai segnare. Niente. Calma olimpica. E così si perde. E’ uno zero a zero scritto nel Libro della Vita che tagliato male da fantasie, sciocchezze e sordità diventa l’eliminazione.
Giacca marrone batte Accademia, sempre.























“con la palla che nove virgola novantanove sbatte sul palo e basta e non sul palo interno”
quindi è andato dove va il novanta virgola zero uno delle volte.
se su 100
ma se dico nove intendo nove su dieci
appunto
“C’è chi sale per andare in cielo, chi scende per ritornare a terra”
Ma da quant’è che ci stiamo, a terra? Altro che era Donadoni, è da prima del mondiale vinto che siamo nell’era Pecoroni, a brucar l’erbetta del campo.