Finestrella Confederescions Cap-Volume 3-

17/06/2009 - Sowing in the seeds of love ovvero una tribù, che palle Posto che nella disfida a pelota, a sacchi muscolari, tra noi e gli yankees finì bene quando smettemmo di dimenticare che il calcio lo si fa essenzialmente con i

     
 

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Sowing in the seeds of love ovvero una tribù, che palle

Posto che nella disfida a pelota, a sacchi muscolari, tra noi e gli yankees finì bene quando smettemmo di dimenticare che il calcio lo si fa essenzialmente con i piedi e decidemmo all’italiana di sfruttare la leggerezza (del pallone) facendone uno schema. Posto che questi amerikani pare che giochino tutti al soccer fino ai dieci anni e poi smettano e dovrebbero continuare a smetterla, e che neanche rinunciando ai Brius Arena, ai soliti oriundi in panchina e la loro vulgata di pallone orecchiata tra un disco di Villa e un chiaro discorso in italiano di Chinaglia, per affidarsi direttamente a Ballardini potranno mai evitare l’inevitabile posto che a De Rossi in corsa non parve possibile non smuovere neanche di un grammo il monumento rubato al football falso delle sue parti, quello della pancetta che chiamano muscoli e della palla ad uova. E si che De Rossi pose perimetri intorno a sé prima ancora di battere in velocità il primo dentino. Posto che il fornaretto lo vedremo prima o poi in bianconero più disinvolto e più cattivo che mai come l’estate per recuperare il tempo perduto. Posto che se agli interisti Bagni e Civoli non piace la nazionale campione del mondo per nove undicesimi, juventina per (settanta volte) sette, se la prendessero con l’esterofilia delle loro parti e si ripassassero la storia. Che in nazionale la Juve scende in campo e fa cantare l’inno, l’oooo e fa sentir fratelli. L’inter resta in panca coi suoi mediani a rosicare.

Posto che se non gli piace la nazionale dei nove campioni sappia che alla prossima con l’Egitto quei campioni saranno dieci. Con il rientro di Fabio Cannavaro. Posto che finché Pirlo c’è speranza che qualcuno sappia passare e che l’errore Paròn Lippi lo commise quando mise il cervello a sinistra per far giocare quel Gattuso, un metro di Bagnara Calabra contro i due metri in media from Hollywood.

Posto che Tony entrò in tempo per far capire a tutti che segnare, lui, non può. E la selezione Kulturisti Yankee con quel Brasile troppo Brasile può. Posto appena questo.

Una tribù che balla ? una tribù che palle. Sugli spalti e in campo.

Nel pomeriggio la giovine Spagna ricevette una autentica e servile stending ovescion da parte dei telecronisti Rai. Capirai, Ubaldo Righetti, uno che faceva il cameriere anche a vent’anni, avessi detto Falcao. Che qualità, che quantità, che beltà, che biondità. Era la retorica del gran calcio spagnolo, quello del Barcellona, di Kakà e Ronaldo e Cannavaro, quello degli spagnoli Etò, Messis e Enrìs, dove non tramonta mai il sole neanche se giochi di pomeriggio per avere il pubblico che non va alle corride. Gli animali. Tutto questo mentre da parte dei Torres e compagneros vedevamo sugli schermi ganci di sinistro al volo stortignaccoli e neri che Ibra la menava dentro di karate già al primo dan, passaggi sbagliati, colpi di tacco imbarazzanti. Tiri alla distanza che vi mandiamo De Rossi a imparare come si fa. Il Nigno, Nigno va via, e puntualmente la girava dietro. O anticipava o anticipato. Quest’è la Spagna, bolla dei sogni. Contro un Iraq dignitosissimo e neanche troppo affaticato. Fraseggi ripetuti da uomini almeno col cognome corto, Viglia, Biglia, Silvan, Capdecaz, finché non ci pensava Sergio Ramos, un vinaccio tra tanti vinelli, l’onestissimo difensore ben poco spumeggiante, a tirare la castagna da fuori nello specchio della porta senza farle fare il giro del mondo in 365 piedi tutti uguali.

L’arrocco sorridente del giramondo sulla panca irachena dimostrava in questo torneo utile solo a ribadire la legge della jungla, che il forte se può evita il forte e che le colonie stanno meglio quando poi stanno peggio e che posto tutto quanto sopra Nuova Zelanda ed Africa del Sud non potete farmi questo, che la difesa fa la differenza tra il cinque a zero da monta e l’uno a zero in sofferenza. Tra le zingarate e il calcio vero.

     
 

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