I principi del federalismo fiscale secondo Calderoli sono diventati legge. Adesso bisogna passare dai principi alle scelte concrete, a partire dai dati e dalle stime che ci sono. Uno studio dell’ISAE, l’istituto di studi economici del governo, ci annuncia che non mancheranno sorprese
La bandiera leghista del Federalismo fiscale è legge. Ha raccolto consensi (o comunque benevole astensioni) anche da parte dell’opposizione. Ora si passa ai fatti, anche se ci vorranno 2 anni per i decreti legislativi di attuazione, e poi 5 anni di sperimentazione. I 2 anni iniziali serviranno per avere i numeri, le gambe con cui la riforma Calderoli
camminerà. Ci sono le prime simulazioni che mostrano realtà un po’ diverse da quelle che la “vulgata popolare” immagina. L’ultima in ordine di tempo è quella dell’ISAE, un ente pubblico non governativo alle dirette dipendenze del Ministero dell’economia, del Governo e del Parlamento, pur se dotato di una propria autonomia scientifica. Il recente rapporto “Finanza pubblica ed istituzioni”, fornisce tanti spunti di riflessione e alcune simulazioni sorprendenti sul Federalismo fiscale che verrà.
PICCOLO SUNTO DELLA LEGGE – Prima di analizzare i principali esisti del rapporto, ed aiutandoci con i diversi articoli già scritti sull’argomento, vediamo cosa dice la Legge delega sul federalismo fiscale. Si prevede il finanziamento integrale per tutte le regioni di funzioni fondamentali come Sanità, Istruzione, Sociale e Trasporti, ma limitata ai “costi standard” (il costo “giusto”, normale) relativi ad un non ancora definito LEP, livello essenziale di prestazione, che deve essere garantito a tutti i cittadini in modo uniforme. Per le altre funzioni si perequa solo in base alle diverse capacità fiscali: ci si dà un mano tra regioni ma fondamentalmente bisogna provare a fare da soli. Il federalismo fiscale è utile, ed è un grande merito della Lega nord averlo riportato al centro del dibattito politico, perché il decentramento di entrate e spese a livello locale responsabilizza i politici locali. Ma i numerosi problemi applicativi non si risolvono con la propaganda, o con il “comune sentire” della “gente”. Ma sui numeri, sui fatti. Come quelli dell’ISAE. Il rapporto parte da un assunto, che non tutti hanno chiaro: il federalismo fiscale in Italia in buona parte c’è già. Le entrate tributarie locali sono ormai circa il 30-40% delle entrate totali nei loro bilanci, come in molti paesi “federalisti”, Germania in testa.
L’ERRORE DELL’ ABOLIZIONE DELL’ICI –Si tratta di completare, non di rivoluzionare. Completare seguendo un percorso lineare, evitando marce indietro. Come l’abolizione dell’ICI sulla prima casa. Il rapporto ISAE in questo senso, è molto duro: “La detassazione della prima casa, prima disposta parzialmente dalle norme della legge finanziaria per il 2008 (Governo Prodi) e poi totalmente da quelle del decreto legge 93 del 2008 (Governo Berlusconi), costituisce un’anomalia nel sistema del finanziamento comunale dei paesi europei.” Ed è una sciocchezza quella di chi ora sostiene che basterà riunificare tutti i vari tributi che gravano sulla casa per ridare fiato alle esangui casse dei comuni (quelle del Nord più di quelli del sud, vedi la rivolta fiscale dei comuni del nord-est). Dice sempre l’ISAE: “si deve escludere l’ipotesi della istituzione di un tributo unico sugli immobili in favore dei comuni (come previsto dalla legge delega). Risulterebbe complesso riunire in un’unica imposta fonti di entrata molto differenti, quali le imposte sui trasferimenti immobiliari (registro, successioni e donazioni, ipotecarie e catastali, IVA), la TARSU (o TIA) e l’imposizione sui redditi fondiari. Imposte caratterizzate da imponibili, soggetti passivi, metodi di calcolo e di funzionamento nonché finalità assai diversi.” Pagare le tasse non piace a nessuno, ma l’abolizio
ne dell’ICI è un tarlo grave nella costruzione del federalismo.
LA DELICATA QUESTIONE DEI COSTI STANDARD – La vera partita del federalismo fiscale modello Calderoli è quella della definizione dei famigerati costi standard. Che sono in linea di principio giusti: un servizio pubblico non può costare a Catanzaro il doppio che a Mantova, o a Varese il doppio che ad Arezzo. Ma ricordando che costruirli non è semplice, che ci vorrà tempo e che le scelte influenzeranno profondamente quantità, qualità e prezzo dei servizi pubblici offerti ai cittadini. Quindi, il concetto di cittadinanza. Perché se si passa dai principi ai fatti, ai numeri, arrivano le sorprese. Come il rapporto ISAE mette in evidenza, con riferimento a due casi specifici: il finanziamento dell’istruzione (la scuola) e i costi standard a livello delle amministrazioni comunali.
SORPRESE NEI “VIRTUOSI” PER ISTRUZIONE – L’istruzione è uno dei piatti forti della riforma: l’attuazione della legge 42/2009 richiederà la determinazione dell’ammontare di risorse finanziarie standard da assegnare alle Regioni (partendo da quelle sinora a carico delle Regioni e da quelle sinora assegnate dal MIUR alle singole istituzioni scolastiche) e, soprattutto – la vera grande novità – la determinazione della dotazione di personale da attribuire alle Regioni: il personale scolastico, docente e non docente, e quello degli uffici scolastici regionali). L’analisi dell’ISAE mostra che le 3 regioni meno virtuose, quelle con eccessi di personale, sono sempre Calabria, Basilicata e Sardegna. Ma subito dietro ci sono Friuli e Piemonte. E le regioni più “virtuose” sono Marche ed Emilia Romagna, seguite da Liguria, Abruzzo e Umbria. Non si vedono tra i virtuosi né Lombardia né Veneto. Delle regioni del Nord c’è solo la Liguria, mentre Friuli e Piemonte sono addirittura tra i “cattivi”. La stima è fatta con un modellino econometrico dell’ISAE, e fa riflettere sul fatto che tra i pre-giudizi “popolari” e la realtà dei fatti non c’è sempre coincidenza.
LA SPESA STANDARD DEI COMUNI – Ma la vera sorpresa – che è passata, curiosamente, nel silenzio dei media – è quella dell’individuazione delle funzioni fondamentali dei Comuni e della stima della spesa standard ad esse connessa. Premesso che la questione è ancora in divenire, per la mancata approvazione del Codice delle autonomie, su cui il governo non ha idee molto chiare, il Rapporto ISAE ha stimato la spesa standard in base alle indicazioni della legge delega, utilizzando i dati di spesa storica primaria corrente pro capite dell’anno 2006 dei Comuni delle Regioni a statuto ordinario, desunti dai bilanci dei Comuni di fonte del Ministero dell’Interno, riferiti alle funzioni fondamentali. Tra le Regioni i cui Comuni in media dovranno effettuare una riduzione significativa della spesa pro capite, ci sono la Campania, la Lombardia (per la precisione, il 51,6% dei comuni lombardi presenta una spesa standard troppo alta), l’Emilia Romagna, il Piemonte e la Toscana. Le regioni virtuose sono il Veneto (il 77,7% dei comuni ha una spesa standard inferiore alla media), la Liguria, la Puglia, l’Umbria, la Calabria, il Molise, le Marche. Incr
edibile, ma vero. Questo paradosso ha anche una possibile chiave interpretativa, che molto modestamente avevamo scritto su Giornalettismo già molti mesi fa.
SPENDERE POCO E’ SEMPRE UNA VIRTU’? – L’ISAE stima che, secondo i numeri dei bilanci comunali e in base ai criteri della legge delega, i Comuni di Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Toscana dovrebbero ridurre la propria spesa, perché spendono troppo. Ma, avverte l’ISAE, “la stima non è in grado di indicare se ciò dipenda da fattori di inefficienza nella produzione di servizi pubblici o, piuttosto, da livello, qualità o ampiezza superiori dei servizi erogati (fattori che sono legati ovviamente anche a decisioni politiche degli amministratori locali)”. L’avevamo detto anche noi. Dietro la spesa standard si celano amministrazioni regionali e comunali che forniscono servizi di alta qualità, e amministrazioni che danno solo servizi “essenziali”, a volte scadenti. C’è invece un pre-giudizio (a volte giustificato, ma a volte meno) sul fatto che la spesa pubblica sia sempre e solo spreco, inefficienza, soldi buttati o reglati a furbi, clientele, ecc… Ovviamente questi fenomeni ci sono (dappertutto: a Nord, al Centro e a Sud) ma a volte dietro una spesa standard elevata ci sono servizi di alta qualità. E i criteri “ragionieristici” e “semplicistici”, di tipo “ideologico” che stanno dietro la filosofia (o il “comune sentire”, la “vulgata popolare”) della Legge delega vengono “stanati” non appena si passa dai principi (le dichiarazioni ai giornali) ai fatti (le stime econometri che). E’ un bene che i numeri servano a far riflettere tutti su cosa deve essere e come va applicato il sacrosanto principio della spesa standard.
Ah, l’ISAE sfata anche altri miti. Ci torneremo presto.























“Ah, l’ISAE sfata anche altri miti. Ci torneremo presto”
ehi, ma questa è un’anticipazione!
Federalismo fiscale: primi numeri, grandi sorprese…
I principi del federalismo fiscale secondo Calderoli sono diventati legge. Adesso bisogna passare dai principi alle scelte concrete, a partire dai dati e dalle stime che ci sono. Uno studio dell’ISAE, l’istituto di studi economici del governo, ci annun…
Mannaggia Carlo, quanto mi piace leggere i tuoi pezzi…
“un servizio pubblico non può costare a Catanzaro il doppio che a Mantova, o a Varese il doppio che ad Arezzo. Ma ricordando che costruirli non è semplice, che ci vorrà tempo e che le scelte influenzeranno profondamente quantità, qualità e prezzo dei servizi pubblici offerti ai cittadini.” Devo ancora leggere astrid online, comunque, devo ammettere, alcuni servizi, in particolar modo quelli del trasporto, son decisamente diversi da regione a regione
nel senso: in Puglia, almeno per certi posti, un biglietto del bus del trasporto urbano o extraurbano pagato uguale rispetto alla Lombardia sarebbe un furto.
pardon: farlo pagare uguale sarebbe un furto, non il “pagarlo”
Poi esiste il problema non piccolo di individuare il centro di spesa e di decisione per ogni tipo di servizio e di tributo.
La regione? A quel punto tanto vale lo stato che le nostre regioni sono spesso burocratizzate ed inefficienti uguale per non dire peggio (basta vedere come alcune utilizzano i fondi UE).
La provincia? Ma non bisognava abolirle?
Il comune? Abbiamo TROPPI comuni mentre per le città appena un po’ grandi oramai il comune non riesce a coprire l’intera collettività che in realtà vive, lavora e si muove nello stesso territorio urbano che solo delle mappe di fine ottocento oramai divide ancora fra diverse amministrazioni (penso a Bologna con Casalecchio e San Lazzaro che sono comuni a sé stanti anche se inglobati oramai da oltre 40 anni).
Perchè vero che portare il “pubblico” a livello locale aiuta il controllo da parte dei cittadini. Ma polverizzare le competenze è l’esatto opposto.
Se non trovo un posto letto in ospedale o la scuola di mio figlio fa schifo chi mando a quel paese? Il Ministro? Il presidente della regione? Quello della provincia o il sindaco?
“”un servizio pubblico non può costare a Catanzaro il doppio che a Mantova, o a Varese il doppio che ad Arezzo” Siete d’accordo?”
stiamo riflettendo su anche su fb. Ti riporto qualche considerazione
“TEMPO FA HO SAPUTO CHE QUELLE COMPAGNIE ASSICURATIVE PER AUTO CHE SI CONTATTANO TELEFONICAMENTE, QUELLE CHE TI PROMETTONO SCONTI INCREDIBILILI NEGLI SPOT PUBBLICITARI, ALZANO I PREZZI PER I CLIENTI DA ROMA IN GIù O ADDIRITTURA NON LI ACCETTANO PROPRIO. LE ANTICHE DISCRIMINAZIONI SI INSINUANO ANCORA IN ALCUNE SITUAZIONI.
(Anna Maria)
“Quello dipende dalla percentuale di sinistri nelle varie province: città come Napoli e Bari hanno tariffe alte perché fanno tanti incidenti. E’ statistica, non discriminazione. Prova ne è che mio padre residente a Trapani, che non è certo una località veneta, paga pochissimo. Poi in generale le tariffe Rc sono da rapina, ma è un altro discorso.” Karin
La moltiplicazione dei centri politici di interesse, tanto quanto il grado di sofcatezza nell’individuare responsabili certi a livello politico non si eliminano semplicemente dichiarando che dal 2011 il locale potrà contare su un (nuovo e più potente) potere di prelievo fiscale diretto. Tutt’altro. Il problema è sempre lo stesso. Non è la legge elettorale che garantisce governabilità o trasparenza (ma può aiutare se fatta bene) ma il sistema politico di per sè, che dovrebbe (deve?) rispondere a criteri precisi di maturità politica. Un federalismo fiscale fatto da questa classe politica (bada bene: non da questo governo) è preoccupante e potenzialmente foriero di danni ben peggiori di lasciare lo status quo.
Un po’ di apprendistato dovremo pur lasciarlo anche alla classe politica e dirigente sulla riforma. Poi se una cosa non funziona, sarà con la Regione che bisognerà portare avanti un reclamo. Certo che se noi in Veneto facciamo la raccolta porta a porta per i rifiuti con un riciclo del 70% e a Roma buttano tutto nel cassonetto, sarà giusto che il contribuente romano paghi per lo smaltimento dei suoi rifiuti, non che vengano mandati in Germania con i treni speciali a spese di tutti come accadeva? a Napoli.
Vorrei fare i complimenti all’autore dell’articolo, sia per questo pezzo che per tutti gli altri. Molto semplicemente, il “giornalettista” che leggo piu’ volentieri di tutti, insieme alla rassegna stampa di Gregorj.
Mi sembrava giusto esternarlo almeno una volta
ciao ciao
Konx.
@gregorj:
E’ che mi avvantaggio sul lavoro
@Essemme:
Grazie di cuore
@gloria:
E’ uno dei concetti che spesso vengono ignorati. Ad esempio, nella sanità occorre “pesare” la diversa quota di popolazione anziana che c’è in Liguria rispetto alla Campania (e si fa già). Oppure, è ovvio che un servizio di trasporto pubblico a Milano non è uguale a quello di Casarano, ecc…In alcuni casi tenere conto di questi fattori è semplice, in altri meno.
@AG:
Assolutamente vero. Individuare il CHI fa COSA dovrebbe essere preliminare ai mezzi di finanziamento. In questo senso, la mancata approvazione del Codice delle Autonomie (che nelle intenzioni di Calderoli doveva essere contemporaneo alla Delega del federalismo fiscale, ma che poi si è arenato tra le contraddizioni interne al PdL e tra PdL e Lega (ad esempio, sulle Province). Da incorniciare, dal mio punto di vista, questa tua frase: “Portare il pubblico a livello locale aiuta il controllo da parte dei cittadini. Ma polverizzare le competenze è l’esatto opposto”
@Giornalettismo su facebook:
Bello quel dibattito. Il “cuore” della questione è proprio quello di una “standardizzazione” delle spese a parità di servizio offerto. Che, va detto, Si potrebbe fare a prescindere dal federalismo Fiscale.
@EssEmme:
Sono giuste le considerazioni, ma sulla conclusione in parte ho un’opinione meno pessimistica. Il federalismo serve all’Italia, a patto di non farne un feticcio o di scambiarlo per una sorta di “soluzione finale” dei problemi italiani, come qualcuno sta cercando di far credere soprattutto ai cittadini settentrionali. E a partire dal fatto che non si fa con “fughe in avanti”, ma con pazienza e tenedo conto i principi espressi prima da AG
@aramis:
Ecco, questo è uno dei motivi per cui vale la pena di provare il “federalismo”: la responsabilizzazione dei politici locali. Se io pago le imposte al comune per finanziare la spesa pubblica del mio comune poi sarò in grado di giudicarlo, senza che gli sia consentito di “scaricare” il costo su altri. Ma per questo serve un federalismo che sia un mix di imposizione locale e nazionale, con il prelievo fiscale ancorato alle funzioni svolte (tradotto: aver tolto l’Ici ai comuni è stata una stupidaggine madornale) e con trasferimenti sia di tipo perequativo (tutti i cittadini hanno potenzialmente diritto, a parità di imposta pagata, a identici servizi pubblici senza discriminazione territoriale) sia di tipo “redistributivo”.
@Konx:
Grazie di cuore, sei davvero generoso/a. Io sono solo un umile artigiano, e qui scrivono dei veri fuoriclasse. Ma, ed è questo quello che è stimolante, ci sono tante voci che dicono la loro con passione e competenza. Essere anche l’ultimo tra loro, quale mi sento io, è comunque motivo di grande soddisfazione, per me. E questi commenti incoraggiano a fare meglio.
@tutti:
Mi scuso sempre per la mia scarsa tempestività nel rispondere ai commenti, ma non è un periodo particolarmente bello per me e ho davvero tantissimo da fare. Ma appena posso, provo a rispondere a tutti.
Un sorriso a perdifiato
Grazie
Grazie per il generosO
ma sono tutti complimenti meritati. (e dopo questa sviolinata me ne torno nell’anonimato del lurker
).
ciao ciao
Konx.
Il federalismo secondo Umberto.
Tanto scrivere e tanto palare per vendere fumo ai votanti Lega che più che Lega è una copia del Fascismo. Tornando al Federalismo, sembra una novella da raccontarsi nelle sere d’inverno accanto al fuoco, prima che venga applicato (purtroppo) se ne vedranno delle “”belle”". I “”semplicioni creduloni”" che lo votano, lo voterebbero anche se promettesse di farli volare con “” Alitalia”", ve la ricordate?? E partendo da Malpensa ve lo ricordate? Aspettate che prendano gusto ai “”posticini”" e vedrete che belle cose faranno. Non rimane che aspettare, che altro possiamo fare?
[...] fiscale a tutti i costi, anche se questo significa peggiorare i servizi offerti, ad esempio, dalla Lombardia) e dalla P2/mafia (controriforma della giustizia e delle [...]
Bel pezzo, anche se più che di “miti popolari”, dovremmo parlare di vere e proprie distorsioni propagandistiche impiegate da entrambi i lati della barricata.
Sono d’accordo sulla critica all’abolizione dell’ICI, come al problema dell’individuazione dei “centri di responsabilità” e dei costi standard.
Il metodo più efficiente sarebbe quello di lasciar fare al cittadino ed al contribuente, tramite l’elezione dei responsabili ed un mix di imposte di scopo e privatizzazioni. Questo presume che vi siano elettori interessati alle elezioni locali quanto a quelle nazionali un grosso se, almeno all’inizio.
Per quanto riguarda i “costi standard”, il termine mi pare fuorviante: da quel che ho capito, si tratta semplicemente del denaro erogato dal governo centrale per il sussidio di un servizio erogato da un ente locale. Chi vuole o può permettersi di pagare di più, per avere servizi migliori o più estesi, pagherà di più. Ancora una volta, funzionerà bene gli elettori potranno davvero stabilire se sono interessati a pagare di più per un dato servizio e se i soldi che spendono sono spesi “bene”.
Di qui l’utilità, a mo avviso, di imposte di scopo, perché pago una tassa per un servizio determinato, quindi so quanto spendo; dell’elettività non solo dei sindaci, ma anche di alcuni dei responsabili delle agenzie che gestiranno i sussidi per determinati servizi, in modo da avere un responsabile chiaro e “giudicabile” nelle urne per ogni compito; della privatizzazione della fornitura del servizio, per ridurre i conflitti di interesse e creare un mercato da dove ottenere competizione fra i fornitori e informazioni sui prezzi per comparare le offerte disponibili.