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Economiadi Carlo Cipiciani (Comicomix)
pubblicato il 16 giugno 2009 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

I principi del federalismo fiscale secondo Calderoli sono diventati legge. Adesso bisogna passare dai principi alle scelte concrete, a partire dai dati e dalle stime che ci sono. Uno studio dell’ISAE, l’istituto di studi economici del governo, ci annuncia che non mancheranno sorprese

La bandiera leghista del Federalismo fiscale è legge. Ha raccolto consensi (o comunque benevole astensioni) anche da parte dell’opposizione. Ora si passa ai fatti, anche se ci vorranno 2 anni per i decreti legislativi di attuazione, e poi 5 anni di sperimentazione. I 2 anni iniziali serviranno per avere i numeri, le gambe con cui la riforma Calderoli federalismo Federalismo fiscale: primi numeri, grandi sorpresecamminerà. Ci sono le prime simulazioni che mostrano realtà un po’ diverse da quelle che la “vulgata popolare” immagina. L’ultima in ordine di tempo è quella dell’ISAE, un ente pubblico non governativo alle dirette dipendenze del Ministero dell’economia, del Governo e del Parlamento, pur se dotato di una propria autonomia scientifica. Il recente rapporto “Finanza pubblica ed istituzioni”, fornisce tanti spunti di riflessione e alcune simulazioni sorprendenti sul Federalismo fiscale che verrà.

PICCOLO SUNTO DELLA LEGGE – Prima di analizzare i principali esisti del rapporto, ed aiutandoci con i diversi articoli già scritti sull’argomento, vediamo cosa dice la Legge delega sul federalismo fiscale. Si prevede il finanziamento integrale per tutte le regioni di funzioni fondamentali come Sanità, Istruzione, Sociale e Trasporti, ma limitata ai “costi standard” (il costo “giusto”, normale) relativi ad un non ancora definito LEP, livello essenziale di prestazione, che deve essere garantito a tutti i cittadini in modo uniforme. Per le altre funzioni si perequa solo in base alle diverse capacità fiscali: ci si dà un mano tra regioni ma fondamentalmente bisogna provare a fare da soli. Il federalismo fiscale è utile, ed è un grande merito della Lega  nord averlo riportato al centro del dibattito politico, perché il decentramento di entrate e spese a livello locale responsabilizza i politici locali. Ma i numerosi problemi applicativi non si risolvono con la propaganda, o con il “comune sentire” della “gente”. Ma sui numeri, sui fatti. Come quelli dell’ISAE. Il rapporto parte da un assunto, che non tutti hanno chiaro: il federalismo fiscale in Italia in buona parte c’è già. Le entrate tributarie locali sono ormai circa il 30-40% delle entrate totali nei loro bilanci, come in molti paesi “federalisti”, Germania in testa.

L’ERRORE DELL’ ABOLIZIONE DELL’ICI –Si tratta di completare, non di rivoluzionare. Completare seguendo un percorso lineare, evitando marce indietro. Come l’abolizione dell’ICI sulla prima casa. Il rapporto ISAE in questo senso, è molto duro: “La detassazione della prima casa, prima disposta parzialmente dalle norme della legge finanziaria per il 2008 (Governo Prodi) e poi totalmente da quelle del decreto legge 93 del 2008 (Governo Berlusconi), costituisce un’anomalia nel sistema del finanziamento comunale dei paesi europei.” Ed è una sciocchezza quella di chi ora sostiene che basterà riunificare tutti i vari tributi che gravano sulla casa per ridare fiato alle esangui casse dei comuni (quelle del Nord più di quelli del sud, vedi la rivolta fiscale dei comuni del nord-est). Dice sempre l’ISAE: “si deve escludere l’ipotesi della istituzione di un tributo unico sugli immobili in favore dei comuni (come previsto dalla legge delega). Risulterebbe complesso riunire in un’unica imposta fonti di entrata molto differenti, quali le imposte sui trasferimenti immobiliari (registro, successioni e donazioni, ipotecarie e catastali, IVA), la TARSU (o TIA) e l’imposizione sui redditi fondiari. Imposte caratterizzate da imponibili, soggetti passivi, metodi di calcolo e di funzionamento nonché finalità assai diversi.” Pagare le tasse non piace a nessuno, ma l’abolizionord%2Bsud1 Federalismo fiscale: primi numeri, grandi sorpresene dell’ICI è un tarlo grave nella costruzione del federalismo.

LA DELICATA QUESTIONE DEI COSTI STANDARD – La vera partita del federalismo fiscale modello Calderoli è quella della definizione dei famigerati costi standard. Che sono in linea di principio giusti: un servizio pubblico non può costare a Catanzaro il doppio che a Mantova, o a Varese il doppio che ad Arezzo. Ma ricordando che costruirli non è semplice, che ci vorrà tempo e che le scelte  influenzeranno profondamente quantità, qualità e prezzo dei servizi pubblici offerti ai cittadini. Quindi, il concetto di cittadinanza. Perché se si passa dai principi ai fatti, ai numeri, arrivano le sorprese. Come il rapporto ISAE mette in evidenza, con riferimento a due casi specifici: il finanziamento dell’istruzione (la scuola) e i costi standard a livello delle amministrazioni comunali.

SORPRESE NEI “VIRTUOSI” PER ISTRUZIONE – L’istruzione è uno dei piatti forti della riforma: l’attuazione della legge 42/2009 richiederà la determinazione dell’ammontare di risorse finanziarie standard da assegnare alle Regioni (partendo da quelle sinora a carico delle Regioni e da quelle sinora assegnate dal MIUR alle singole istituzioni scolastiche) e, soprattutto – la vera grande novità – la determinazione della dotazione di personale da attribuire alle Regioni: il personale scolastico, docente e non docente, e quello degli uffici scolastici regionali). L’analisi dell’ISAE mostra che le 3 regioni meno virtuose, quelle con eccessi di personale, sono sempre Calabria, Basilicata e Sardegna. Ma subito dietro ci sono Friuli e Piemonte. E le regioni più “virtuose” sono Marche ed Emilia Romagna, seguite da Liguria, Abruzzo e Umbria. Non si vedono tra i virtuosi né LombardiaVeneto. Delle regioni del Nord c’è solo la Liguria, mentre Friuli e Piemonte sono addirittura tra i “cattivi”. La stima è fatta con un modellino econometrico dell’ISAE, e fa riflettere sul fatto che tra i pre-giudizi “popolari” e la realtà dei fatti non c’è sempre coincidenza.

LA SPESA STANDARD DEI COMUNI – Ma la vera sorpresa – che è passata, curiosamente, nel silenzio dei media – è quella dell’individuazione delle funzioni fondamentali dei Comuni e della stima della spesa standard ad esse connessa. Premesso che la questione è ancora in divenire, per la mancata approvazione del Codice delle autonomie, su cui il governo non ha idee molto chiare, il Rapporto ISAE ha stimato la spesa standard in base alle indicazioni della legge delega, utilizzando i dati di spesa storica primaria corrente pro capite dell’anno 2006 dei Comuni delle Regioni a statuto ordinario, desunti dai bilanci dei Comuni di fonte del Ministero dell’Interno, riferiti alle funzioni fondamentali. Tra le Regioni i cui Comuni in media dovranno effettuare una riduzione significativa della spesa pro capite, ci sono la Campania, la Lombardia (per la precisione, il 51,6% dei comuni lombardi presenta una spesa standard troppo alta), l’Emilia Romagna, il Piemonte e la Toscana. Le regioni virtuose sono il Veneto (il 77,7% dei comuni ha una spesa standard inferiore alla media), la Liguria, la Puglia, l’Umbria, la Calabria, il Molise, le Marche. Incrfederalismo fiscale Federalismo fiscale: primi numeri, grandi sorpreseedibile, ma vero. Questo paradosso ha  anche una possibile chiave interpretativa, che molto modestamente avevamo scritto su Giornalettismo già molti mesi fa.

SPENDERE POCO E’ SEMPRE UNA VIRTU’? – L’ISAE stima che, secondo i numeri dei bilanci comunali e in base ai criteri della legge delega, i Comuni di Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Toscana dovrebbero ridurre la propria spesa, perché spendono troppo. Ma, avverte l’ISAE, “la stima non è in grado di indicare se ciò dipenda da fattori di inefficienza nella produzione di servizi pubblici o, piuttosto, da livello, qualità o ampiezza superiori dei servizi erogati (fattori che sono legati ovviamente anche a decisioni politiche degli amministratori locali)”. L’avevamo detto anche noi. Dietro la spesa standard si celano amministrazioni regionali e comunali che forniscono servizi di alta qualità, e amministrazioni che danno solo servizi “essenziali”, a volte scadenti. C’è invece un pre-giudizio (a volte giustificato, ma a volte meno) sul fatto che la spesa pubblica sia sempre e solo spreco, inefficienza, soldi buttati o reglati a furbi, clientele, ecc… Ovviamente questi fenomeni ci sono (dappertutto: a Nord, al Centro e a Sud) ma a volte dietro una spesa standard elevata ci sono servizi di alta qualità. E i criteri “ragionieristici” e “semplicistici”, di tipo “ideologico” che stanno dietro la filosofia (o il “comune sentire”, la “vulgata popolare”) della Legge delega vengono “stanati” non appena si passa dai principi (le dichiarazioni ai giornali) ai fatti (le stime econometri che). E’ un bene che i numeri servano a far riflettere tutti su cosa deve essere e come va applicato il sacrosanto principio della spesa standard.

Ah, l’ISAE sfata anche altri miti. Ci torneremo presto.

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