Microeconomia della pirateria musicale

11/06/2009 - QUALITA’ E QUANTITA’ – Da questo ragionamento seguono alcune considerazioni. La prima è che manca cultura musicale. Gli utenti non sanno riconoscere il valore artistico dell’opera, del booklet (a volte capolavori di grafica utili anche per la comprensione dell’album, come

     
 

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QUALITA’ E QUANTITA’ – Da questo ragionamento seguono alcune considerazioni. La prima è che manca cultura musicale. Gli utenti non sanno riconoscere il valore artistico dell’opera, del booklet (a volte capolavori di grafica utili anche per la comprensione dell’album, come Zoon e Mourning Sun dei Fields of the Nephilim), non apprezzano la “concezione” dell’album (i Chemical Brothers passarono più tempo a decidere la successione dei brani di “Dig your own hole” che a scriverli, perché cambiava il senso dell’opera) e non hanno rispetto per l’artista (che non campa d’aria e d’amore). C’è del vero in questo, soprattutto per l’Italia, che tra l’altro “vanta” uno dei più bassi tassi di acquisto di CD di musica classica (e chi conosce la musica classica ben sa che un’opera si ascolta tutta dall’inizio alla fine, e infatti si applaude solo alla fine del tutto, perché l’opera è concepita così unitariamente… come “The Wall” dei Pink Floyd, il tutto ha un senso e un valore ben diverso dalla somma delle tracce). In tal caso andrebbe rivalutato l’insegnamento della musica a scuola, oggi veramente marginale. Ma qui si parla di soldi, di un’industria che produce per vendere, e che vende se incontra il gusto dei consumatori, e allora vanno fatti ragionamenti diversi. E i ragionamenti diversi finiscono quindi sulla qualità del prodotto musicale, che evidentemente è diventato così di massa e centellinato nelle sue uscite più pregevoli (è impensabile che si riesca a tenere un’elevata qualità musicale su tutta la produzione realizzabile e per tutta la carriera di un’artista, a meno di non essere i Led Zeppelin) da essere costretta a distribuire “pezzi buoni” in numero di uno o due per album, lasciando che il resto sia fatto da “riempitiviche quindi annientano il valore “concettuale” dell’album (quanti “Disintegration” dei Cure ci sono in circolazione?) riducendolo a una collezione di mediocri singoli di cui il consumatore può fare a meno (il fatto che di “Rhythm and Stealth” dei Leftfield io ascolti solo “Afrika Shox” in effetti mi dà fastidio). Tutto questo senza ridimensionare in modo significativo il prezzo relativo del CD.

IL MERCATO E’ IL MERCATO – Non ha molto senso prendersela con i consumatori che non consumano e cercano vie alternative; quando questi lo fanno è colpa dell’imprenditore che offre loro cose poco apprezzabili. L’imprenditore “scopre” il mercato, non lo “impone“. Quando, per carenza di competizione, l’imprenditore crede di “imporre” un mercato, i consumatori cercheranno delle vie d’uscita per riequilibrare l’utilità ai prezzi e quel che accade sul mercato discografico per me rientra in questo schema. E tutto questo non è assolutamente nulla di nuovo. Già Say ci ha insegnato che è l’offerta a creare la propria domanda: il fatto che le imprese creino prodotto di un certo valore riconosciuto dai consumatori, la cui ricchezza da spendere viene dalla loro remunerazione per il lavoro svolto in quelle stesse imprese, crea i presupposti per un sistema economico di produzione e scambio. Ne discende che se le imprese non creano beni di valore riconosciuto dai consumatori, getteranno le basi per il fallimento della loro “economia“; un’offerta di qualità bassa crea la propria domanda… di qualità bassa! E non è difficile pensare che consumatori di bassa qualità si disinteresseranno all’unità dell’opera (se c’è), al booklet, alla qualità del supporto e del suono, ed al rispetto per lo meno dell’artista, sentendosi giustificato in una “pirateria” da loro stessi avvertita come “illegale“. E da qui si torna alla prima parte dell’articolo. Se questa ricostruzione ha un qualche senso, il problema dell’industria discografica è un cane che si morde la coda, e la soluzione principale non sta in alcuna strana alchimia politico-economico-legislativa bensì nel semplice “fare buona musica“. Certo, se lo Stato smettesse di impastare le mani in aziende stra-fallite e pensasse a rendere l’insegnamento della musica più profondo ed effettivo darebbe un ulteriore aiuto, sarebbe un aiuto che va ben oltre i confini del mercato discografico. Ma sì, buonanotte…

     
 

9 Commenti

  1. Gregorj scrive:

    concordo, ovviamente, riga per riga.

    L’analisi è perfetta proprio perché disvela che le case stanno cercando di difendere un mondo che, così com’è, non ha più ragion d’essere. Se invece di filtrare il mulo rivoluzionassero il loro modello di business, farebbero di meglio. Ma purtroppo questo non hanno voglia di farlo: troppa fatica.

  2. Just scrive:

    Dopo aver letto la prima pagina, dove si parla di dischi in cui un paio di tracce sono interessanti e poi più nulla, mi venivano in mente commenti contenenti proprio “cultura musicale” e “The wall”. Seconda pagina rulez.

  3. EssEmme scrive:

    Concordo anche io pienamente. Anche se aggiungerei un dato abbastanza importante. La persona che scarica è spesso anche quella che compra. Di più, in questa ricerca che al momento non riesco a rintracciare, l’ascoltare musica o guardare film prelevandoli illegalmente dalla rete stimola a comprare più cd ed andare più spesso al cinema. Forse – ricollegandomi a un concetto del pezzo – potersi fare una cultura musicale e cinematografica da autodidatti, aiuta poi a cercare e apprezzare opere d’arte.

    Insomma, l’atteggiamento autistico delle case discografiche e delle major è quanto di più controproducente che si possa pensare.

  4. maria teresa scrive:

    E’ vero che siamo degli ignoranti musicali, e che l’educazione musicale dovrebbe essere insegnata in maniera differente, insegnando ad ascoltare, e anche a usare gli strumenti musicali. Ci sono esempi di scuole dove questo accade, ma sono solo eccezioni, e non sempre si può sopperire con lezioni private.

  5. enrico scrive:

    Leonardo stampa fotografie di una precisione paurosa secondo me. Articolo bellissimo.

    Sul discorso major: a volte mi chiedo come vogliano agire e quali siano i fini. L’effetto positivo di un certo tipo di pirateria è indiscutibile. Quanti gruppi son diventati famosi con le musicassette copiate all’infinito? Cambiando ambito, la playstation avrebbe avuto il successo che ha avuto se non ci fosse stata la possibilità di modificarla?

  6. madiro scrive:

    L’ascoltatore della Zanzara ha fatto un’osservazione che lascia il tempo che trova; non è quello il punto.
    Le case discografiche non vendono tanto la musica in sé, ma la possibilità di ascoltarla in assenza del suonatore.
    Nel passato i musicisti vivevano del poco denaro che la platea di ascoltatori era disposta a pagare; non era raro che grandi musicisti come Mozart morissero in miseria.
    La tecnologia ha messo ha disposizione uno strumento che “moltiplica” all’infinito la presenza del musicista, ne hanno approfittato alcuni industriali facendosi pagare a peso d’oro questo supporto.
    Il risultato è stato un orgia di suonatori incapaci, pacchiani, spesso drogati ma ricchissimi, la cui immagine è sapientemente venduta dai pubblicitari al loro servizio.
    Tutto questo che cosa ha a che fare con l’educazione musicale?
    Oggi gli artisti potrebbero distribuire le loro composizioni direttamente dal loro sito, in cambio di pochi centesimi o di una offerta libera, saltando così tutta la catena distributiva (e guadagnando lo stesso cifre decenti).
    Gli autori validi ne ricaverebbero comunque di che vivere, qualcuno potrebbe anche diventare ricco. Le pippe no.
    La pirateria danneggia le case discografiche, non la musica, e le rivendicazione dei discografici sono anacronistiche quanto le lamentele dei fabbricanti di candele nei confronti delle lampadine elettriche.

  7. Z scrive:

    Bellissimo articolo.

    Condivido appieno il tuo discorso sui booklets. Credo altresì che se l’artista o il gruppo è valido può “sopravvivere” ampliamente grazie ai concerti. Un diritto d’autore che s’estende per un periodo di settant’anni(del quale godono gli eredi)è antistorico ed anticulturale, anzi, ridicolo. Sono tante le cose ridicole della legge sul copyright. Credo sia preciso dovere di ogni cittadino infrangerla.

  8. sanders scrive:

    mi sembra che sia l’ascoltatore della Zanzara sia l’articolo si sia perso un pezzo della storia. Oggi l’acquisto di singole tracce senza DRM al prezzo di 99 cents è ampiamente disponibile non solo su Itunes ma anche su Dada, e dozzine di negozi online in Italia. La giustificazione che si debba comprare un cd anche per ascoltare una o due tracce è falsa.

  9. Sanders:
    è acquistabile qualsiasi singola traccia di qualsiasi CD esistente sul pianeta? Come non lo so io credo non lo sappiano in molti, e la colpa in questo caso di chi è?
    Allora è vero che la qualità dello scarico via internet non è peggiore di quella di un CD originale? E’ alta quella di Itunes o è bassa quella del CD?

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