Rubriche

Un benefattore

7 giugno 2009

Storie della domenica, la rubrica che nei giorni festivi vi tiene compagnia, facendovi pensare , o rilassare, piangere, ridere, assistere a pezzi di vita inventata. Ma vera.

UN PO’ DI RIPOSO. No, non voglio l’ora d’aria. Nemmeno la tivù mi interessa. Voglio solo riposare. L’aria taciturna del mio compagno mi tranquillizza: non mi ha riconosciuto e resta immerso nei suoi problemi, magari più grandi dei miei. Le guardie mi controllano impaurite che mi voglia togliere la vita: proprio qui che ho qualche possibilità di riprendermela questa vita veloce, risalire questo vortice improvviso che come in un lavandino mi sta portando nello scarico.

ospedale-campoTutto è cominciato qualche anno fa, secoli mi suggeriscono i ricordi. Avevo da poco raggiunto la laurea in medicina, una arma potente tra le mani che non volevo sprecare tra baroni e raccomandati: io volevo curare le persone, dimostrare agli altri che è possibile cambiare il mondo, a me stesso che potevo essere l’artefice di quel cambiamento. E volevo dimostrare a mio padre, ah come lo vedo saggio ora, che non è vero che solo a vent’anni si vuole cambiare il mondo e che, poi, diventando maturi, si cambia idea. Allora ho cominciato a contattare le società di volontariato che gestivano ospedali da campo in zone di guerra: trovata quella giusta, partii. Quando mi videro erano scettici, apparivo troppo appassionato, troppo idealista per una realtà così dura. Non avevo nemmeno l’esperienza di un ospedale e volevo andare sotto le bombe. Ma sapevo quello che volevo e non mi sarei arreso mai.

LA PRIMA MISSIONE. Ricordo il primo viaggio, vedo quel giovane che cambiava aereo, da uno grande, di linea, ad uno locale, un bimotore quasi vuoto, fino ad un passaggio di un aereo militare che portava rifornimenti alle nostre truppe. Con loro si parlava del più e del meno: ricordo uno che parlava dell’auto che avrebbe preso con i soldi, tanti, delle missioni: gli sarebbero bastati 6 mesi, L’ho visto dopo cinque mesi: scongiurava di non tagliargli la gamba devastata da una scheggia, quella gamba che la prima sera usava per mimare un cambio marcia velocissimo. Anche il mio impatto non fu semplice: la disorganizzazione era massima. Mancava di tutto, letti, garze, medicine, posti sicuri dove tenere i malati, che spesso restavano sotto le bombe prima di essere trasferiti dai padiglioni devastati a quelli appena riaggiustati.

Io facevo di tutto, come gli altri del resto, lavorando a ciclo continuo, senza un attimo per pensare a paura, sonno, mangiare. Si passava da un dramma ad un altro da una invocazione ad un ringraziamento, in lingue incomprensibili, in sorrisi uguali dappertutto, in lacrime e pianti che ti entravano nel cuore. E si ritornava a cucire, a rianimare, a cercare, con insistenza, il punto dove intervenire.

L’AFFIATAMENTO. Di quel periodo ricordo il grande affiatamento con i colleghi, con gli altri volontari, nella battute e negli sfottò, in quei tentativi di portare vita in un ambiente in cui sentivamo la morte accarezzarci come un gatto che si struscia vicino alle tue gambe e scappa via veloce. Presto divenni il più bravo, quello capace di lavorare di più, di organizzare al meglio le poche risorse che avevamo. Avevo imparato un po’ della lingua e con quella gestivo i contatti con i locali. Entravo nelle loro case, per curare i loro malati e per procurami qualunque materiale, panni come casseruole, lame o combustibile, da portare in ospedale. E poi gente che portava malati che, una volta guariti, restavano da noi con parenti, figli anche piccoli, tutti arruolati con qualche compito, in modo da dare un contributo.

SBARACCARE. Sotto il mio impulso, mi si perdoni la poca modestia, le cose cominciarono a girare bene ma, mentre allargavamo il numero di interventi e di posti letto (che valore aveva in quel posto la parola magica “letto”) arrivò l’ordine di sbaraccare tutto e tornare a casa. Il nostro governo, stufo di rispondere agli incidenti che riportava la stampa, aveva dichiarato di non poter più garantire la protezione delle associazioni non governative. Protezione che non c’era mai stata! L’opposizione, per mettere in evidenza l’incapacità del governo, aveva deciso di ritirare tutti i volontari con la scusa dei motivi di sicurezza. Nessuno dei politici aveva mai guardato gli occhi di speranza di quelle madri che ci portavano i piccoli colpiti dalle schegge o dai detriti dei palazzi, occhi disperati a cui non si poteva rispondere che, per motivi politici, dovevano dire addio ai loro figli.

ospedale-campo-2LA DECISIONE DI NON PARTIRE. Ci fu una discussione infuocata. Metà dei medici decise che restare lì era un suicidio e che c’erano tanti posti nel mondo in cui c’era bisogno del loro supporto. Io non volli sentire ragioni e tra quelli che restarono ero il più autorevole, il più giovane eppure ormai già esperto. Gli altri mi riconobbero come capo e diedero a me l’onore di dare il nome al nuovo ospedale. Non potetti che chiamarlo ospedale della speranza, vocabolo allora non così svalutato come ora, perché era l’incontro tra la speranza di quelli che volevano essere guariti e noi, che più disperati di loro, cercavamo di guarirli.

DALLA STESSA PARTE. Dal giorno stesso in cui l’associazione andò via fu evidente che il problema principale era il denaro. Non avevamo soldi per nulla, per il nostro cibo come per quello dei volontari locali, per le medicine. Si avvicinava l’inverno e senza carburante si profilava un pericolo maggiore di quello delle bombe: saremmo morti tutti di fame e freddo. Allora per la prima volta ebbi paura, per la prima volta mi sentii davvero unito alla popolazione locale, dallo stesso destino: le bombe, le infezioni, il cibo ed il freddo. Ora eravamo veramente dalla stessa parte.

Dalla parte opposta c’erano i militari, di tutte le fazioni, l’opinione pubblica del nostro paese che sembrava averci dimenticato e tutti i tipi di malattie che i libri che avevo studiato avessero mai conosciuto. Ad un certo punto capii che dovevo cercare aiuto. Ad una lettera di mia sorella che mi chiedeva, per l’ennesima volta, cosa potesse fare per me, le dissi di organizzare una raccolta di fondi, in chiesa.

4 commenti a Un benefattore

  1. marblestone

    Stavolta mi tocca: questa storia è frutto della mia fantasia e ogni fatto o riferimento a persone realmente esistite (o esistenti) è puramente casuale

  2. Ho letto. Ho visto. Ho riflettuto.

    E’ una linea sottile quella che distingue il volontariato dal “business” del volontariato. La voglia di fare davvero del bene e la vanità di vantarsene.

    E’ sottile anche il confine tra la necessaria strutturazione di inziative “benefiche”, che non possono prescindere, da un certo punto in avanti, di un’organizzazione “manageriale” e la loro trasformazione in “macchine per soldi”, per cui si finisce per dimenticare il vero scopo per cui si fanno queste cose.

    Lo so perchè l’ho visto e lo vedo: mantere il cuore puro quando devi usare (bene) il cervello.

    Non credo ci siano risposte possibili, se non dentro se stessi.

    Certo è vero che la condizione umana e soprattutto le “società” umane finiscono spesso per oscurare il “cuore”.
    Ma è possibile far coesistere l’amore per il prossimo, il fare del bene e l’organizzazione di queste opere?

    La risposta, amico mio, is blowing in the wind.

    Spero tanto di sì.

    C.

    (Un abbraccio a L. da tutti noi)

  3. Che fervida fantasia Pietro!
    Ciò che mi colpisce dei tuoi racconti è la “continuità emotiva” rappresentata dai personaggi, segno evidente che l’autore dimostra di avere un animo sensibile! Complimenti!
    In effetti, questo racconto potrebbe fungere da copione per un set cinematografico…mi è piaciuto! :)

  4. marblestone

    @comicomix
    Credo che sia possibile, ci sono sicuramente tante persone che riescono a farlo. Ma il mio racconto voleva evidenziare i compromessi che deve affrontare anche chi è provvisto delle migliori intenzioni.
    Un bacio al tuo angioletto da parte del mio…
    @Lucia
    Grazie, in effetti io vedo sempre le mie storie e poi le scrivo. Quindi sarebbe bello metterle direttamente in video

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