Hanno ammazzato Paolino, paolo è vivo
E’ il 24 di Maggio del 2009, l’anno del ritiro di Paolo Maldini. Al termine di
Milan-Roma, l’ultima partita in casa di quella che è stata casa, soprattutto casa sua, una festicciola tra amici al solo fine di celebrare quello che tra tutti se ne va, di solito il migliore e se non lo era lo diventa visto che gli altri restano, una bisboccia tra cameraden di un Oktober Fest con la schiuma sugli striscioni, il tempo andato come pinta e le lacrime al posto della birra, fatta in famiglia quasi apposta solo per i saluti, dovrebbe esserci la festa. C’è la festa. Dovrebbe.
Maldini ha la faccia biblica di Giobbe, l’uomo giusto colpito ingiustamente. La sua è una smorfia biblica, antica e attuale, dolorosa e ironica, un grumo di intelligenza per capire e rabbia per reagire e stile per soprassedere più che mai. Chiede perché a quello che tutto può su di te, stelle e stalle, a quel Dio onnipotente del suo simile. Chiede rispetto in fondo alla sua stessa vita. Quella che ha fatto, quella che ha creduto di fare. E’ lì che finisce Paolino. Cavaliere, commendatore, capitano. Si fa prima a chiamarlo Paolino. Troppo bello, troppo fine, troppo giovane, troppo vecchio, sempre figo. Quel ragazzo cresciuto bene forse mai troppo forse mai del tutto in quel barbecue tra amici che dura da vent’anni del suo Milan. Paolo è andato via da casa, è tornato a casa. Paolo però è vivo. Se nato è ancora vivo. Se non è morto, deve avere resistito. Agli errori, ai favori, al caso, a Baresi, ai cognomi, ai coglioni, al destino. Alla festa mancata di un giorno, all’affetto di tutto il resto.
Comincia a resistere presto, Paolino. Nato juventino con il poster della
Nazionale, l’anno della contestazione ai padri. Il suo è un monumento rossonero, elegantissimo e stiloso, soffice, una nuvola di centimetri e zebina…pardon, cappellate. Vogliamo rimanere orfani dicevano quelli quando lui faceva ‘nguè. Insomma. Paolino è forte ma mica vuol spaccare le montagne. Il cognome gli farà anche problemi ma gli serve. Eccome se ci serve. Quando Cesare gli chiede Milan o In…volevo dire, Milan o Milan ? lui è già sul campo. Dalla parte giusta. Nella posizione sbagliata, però. Ala destra. Un orrore. Ma bravissimo lo stesso. Per forza. Gli altri si guardano. Lui no, resiste. Paolino già resiste. Al suo primo allenatore serio, per esempio. Tal Fabio Capello. La Primavera rossonera va a giocare a Torino e tal Gigi Radice sprezzante del pericolo, amante delle donne e non riamato di Milano, meglio secondo che juventino, non a caso giudicato mezzo matto, rimbrotta il cerebro furlano. Non si fa così, Capello, il figlio del Maldini andiamo, nel calcio il familismo è immorale. Con lui non avrebbe mai giocato. A priori. Per principio. Per virtù. Per amor di libertà. Capello se ne frega di tutte ‘ste fregnacce di città e Paolino a sedici anni è in prima squadra. C’ero anch’io, quel giorno. A casa, lui entrava e noi (con lui) uscivamo, ero anch’io così giovane quel giorno a guardarlo per la prima volta come tutta una generazione di coetanei che se lui ha vissuto noi l’abbiamo seppellito. A Udine, un gennaio dell’85, si fa male Manzo. Liedholm prima di farlo entrare lo consiglia. Come, dove giocare. No, di certo. Gli consiglia di ricordare sempre il nome di quello sfortunato che l’ha fatto entrare, com’è targata la fortuna così che possa riconoscerla nel caso e sapere sempre il nome cui deve dire grazie. Paolino entra e tiene a mente.
Sa come chiudere la porta agli altri e non far chiudere le porte a se stesso. Non esce più.
Venticinque anni. Un quarto di secolo. Il suo primo goal è come lui, a Como, fuori casa ma in famiglia. Conosce il vecchio calcio e il nuovo. Quello che conta e quello che è nuovo. Si aumenta l’ingaggio e non se lo taglia, resiste, se lo tiene. Marca ad uomo e poi a zona. Schiena dritta anche in scivolata. Resiste alle vittorie, alle sconfitte, ai pareggi, all’etica nel calcio che lo guarda innamorata, all’armadietto sempre quello, al sempre uguale, alla moglie di Baresi, alla stampa di Milano, ai detti e nanetti a Milanello, alla curva che non passi, alla moglie in Venezuela, alla moglie che si strugge che di lui è meno bella, ai bambini in squadra e le bambine fuori, ai figli con i nomi pettinati. Terzino e centrale. Liedholm e Sacchi. Maradona e Sheva. Resiste ai paradossi, ai nuovi maghi, ai sempre stronzi. Ma che Meani. Fidatevi di Paolo, lui che c’era. L’unico a far fare il su e giù ai guardalinee era Baresi. Lui solo può dirti a quanto andasse veramente Platini. Al calcio italiano quasi converrebbe che sparisse per davvero. Con tutto quel che sa. Quando Mou esagera, è Paolo Maldini quello che ha vinto tutto che si alza a metterlo a posto a nome di tutti i giocatori che non hanno vinto.
Con il Milan fan sette scudetti (come Del Piero ma più veri, più neri sul
bianco, Paolino ne ha anche le prove). Con Sacchi (rispetto), Capello (rispetto), Zaccheroni (rispetto), Ancelotti (affetto). Il suo allenatore ideale, Carletto il compagnuccio e l’amichetto a parte, è stato Tabarez. L’unica persona beneducata che lui abbia veduto nel mondo del calcio. Gli stessi concetti di Fabio ma senza urlare, offendere, intimidire: si vede che per resistere la paura è sostanza. Fuori casa, gli aggiungi ben cinque Coppe Campioni. Termine antico, lui c’era. Quando fuori Europa pioveva sugli inglesi di fuori ed erano 40 italiani morti nel Belgio a tenerli fermi a guardare pisciandogli addosso. Termine di un’altra epoca. Con Paolino puoi usare anche questo. Lui c’era, con gli olandesi, la squadra del Ministero degli Interni rumeno giù, il muro a Berlino su e il Benfica dalle scelte di vita, quella di rimaner lento, del suo allenatore. E non parliamo di finali perdute. Tra i tanti primati, stemmi, onori, encomi, persino una buffa targa Facchetti per la dignità e la sportività (a Zanetti solo per il calcio proprio non gliela fanno sennò), c’è anche il goal più veloce delle finali, appunto in una storiaccia perduta come quella di Atene. Dentro e fuori dal campo. E’ al ritorno dalla Coppa vinta e persa che reagisce agli insulti lui che mai nella vita, lui amato da tutti, a nome di tutti i giocatori insultati.




ma come juventino ?
era juventino per via della nazionale ai mondiali ’78, l’ha detto lui e ha confermato anche il papà