D&G, l’evasione fiscale non va di moda sui giornali. E come potrebbe?
28/05/2009 - C’è anche chi la butta giustamente sull’ironia. Domenico Dolce & Stefano Gabbana, la famosissima coppia di stilisti finisce nei guai con il fisco: l’Erario eleva una multa pari a ottocento milioni di euro, equamente suddivisi: quattrocento milioni ciascuno, scrive il
C’è anche chi la butta giustamente sull’ironia. Domenico Dolce & Stefano Gabbana, la famosissima coppia di stilisti finisce nei guai con il fisco: l’Erario eleva una multa pari a ottocento milioni di euro, equamente suddivisi: quattrocento milioni ciascuno, scrive il Giornale (a firma dell’ex Repubblica Luca Fazzo): “Nell’avviso di accertamento firmato dalla Guardia di finanza i due sono accusati di elusione fiscale e di abuso di diritto. Si tratta, come si intuisce anche dai termini, di illeciti tributari che non rivestono di per sé rilevanza penale. Come recita una sentenza di qualche mese fa della Cassazione: «il contribuente non deve mai trarre vantaggi fiscali indebiti dall’uso distorto di strumenti giuridici idonei ad ottenere un risparmio fiscale». Esattamente questo è invece quello che hanno fatto D&G. D’altronde la ricostruzione che i finanzieri milanesi hanno compiuto della mutazione della struttura societaria del gruppo, fatica a trovare spiegazioni al di là dell’astuzia fiscale. Nel 2004, infatti, il sistema delle royalties viene sottratto a una struttura fino a quel momento lineare – con alla testa la società a responsabilità limitata D&G, con sede a Milano – e trasferito a una catena di scatole cinesi. La testa del gruppo è portata in Lussemburgo, dove viene fondata una società, la Dolce&Gabbana Luxembourg, che controlla il 100 per cento di un’altra società, la Ga.Do. srl, nel cui board siedono il fratello e la sorella di Domenico Dolce, Alfonso e Dorotea, e il direttore finanziario Cristiana Ruella“.
Ma la notizia, stranamente visto quello che era successo a Valentino Rossi, viene totalmente ignorata dai quotidiani italiani, eccezion fatta proprio da quello di Mario Giordano. Che giustamente se ne vanta. E non c’è mica di che stupirsene. Perché, oltre ad essere una coppia di stilisti un sacco fighetta e ben vestita, i due sono il terrore dell’ufficio advertising dei giornali italiani. A farne le spese è stato per la prima volta il Sole 24 Ore: un paio d’anni fa il suo critico gastronomico azzardò l’affronto maximo nei confronti del ristorante di loro proprietà, affermando che la cotoletta che si mangia lì faceva abbastanza schifo. D&G non ci hanno pensato due volte: hanno affidato al cuoco una replica stizzita con tanto di curriculum, e invitare l’intera redazione del giornale a cena da loro? Niente di tutto questo. Da un giorno all’altro hanno ritirato tutta la pubblicità dalle testate del gruppo controllato dalla Confindustria. Per punizione.
E un anno fa, sempre per un caso di evasione fiscale contestata alla loro società e a loro stessi (redditi non dichiarati per 260 milioni), fecero lo stesso, minacciando profonde ritorsioni per chi avesse ripreso la notizia pubblicata all’epoca dalla Repubblica. Ovviamente, all’epoca successe tutto quello che doveva succedere: non appena la minaccia arrivò all’orecchio dei redattori, questi cominciarono ad accanirsi sulla notizia, riportando poi stralci dei verbali dell’inchiesta che oggi giunge alla conclusione. Ma stiamo parlando del 2008: di un periodo nel quale la crisi economica non aveva ancora colpito le società editoriali, e di clienti per la pubblicità ce n’erano ancora. Oggi, invece, non è aria di fare troppo gli schizzinosi: già il budget è risicato, già i tagli degli organici sono alle porte e si preannuncia un bel braccio di ferro con le maestranze. Andare a sfrucugliare un Big Spender come Dolce & Gabbana è cosa che si può permettere giusto il Giornale, che di pubblicità dei due stilisti non ne ospita granché (forse perché il lettore medio non è considerato il giusto target, forse per questioni politiche). Gli altri dovranno essere prudenti, magari riprendendo la notizia con citazione della fonte in una decina di righe senza titolo che acchiappa e ironia sull’evasione fiscale che va di moda.
Ed ecco che al lettore medio parrà giusto ricordare la canzone di Elio e le storie tese in cui si parla di un cartello di stilisti “che ha deciso che / l’anno scorso andava il rosso / e quest’anno il blè. / Pantaloni a coste / che costavano al mercato euro 23 / oggi li trovi alla boutique / comprati dalle donne ricche. L’han deciso i ricchioni e io devo accettarlo“, concludono politically scorrect. Ecco, oltre ai vestiti, già accade da anni che lo stesso cartello di big spender influenzi anche i giornali. Piccole storie da basso Impero in declino.
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Marco Pratellesi scrive sul Corriere una paternale ai blogger tratta da una lezione del 2006 davanti agli studenti dell’Università di San Antonio del regista John August: “Cinque regole da seguire: 1. Presentazione; 2. Accuratezza; 3. Consistenza; 4. Responsabilità; 5. Raggiungere gli standard della professione” E chiude, Pratellesi, dicendo che questa è la supplica di August: “Quello che vi chiedo, quello che vi supplico di fare, è di affrontare questi nuovi strumenti da professionisti, non da dilettanti”. E anche la mia“, conclude. A ben vedere, alla fin fine sono molte cose che si chiedono ai giornalisti, i quali però – a differenza dei blogger – non sono pagati per farle (se si trascurano gli adsense, ovvio). Tra le declinazioni dell’accuratezza, ad esempio, è difficile non scorgervi la verifica dell’informazione. Che, nel caso del Corriere, qualche volta latita.
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“Che egli sia così dominante è anche in parte colpa di una sinistra esitante, di istituzioni deboli ed a volte politicizzate, di un giornalismo che troppo spesso ha accettato un ruolo subalterno”. Dal Financial Times, a proposito di Silvio Berlusconi, in un editoriale non firmato e quindi attribuibile al direttore. Nulla da aggiungere.
(immagine da HCJ)













vero, ho sbagliato a scrivere “ingenuamente” per “ironicamente”, e non me ne sono accorto
correggo, o meglio: cambio
“Da un giorno all’altro hanno ritirato tutta la pubblicità dalle testate del gruppo controllato dalla Confindustria. Per punizione.”
Ahahahah
Bellissima mossa. Nulla di sconveniente per me che sono un fan degli Evasori Fiscali.
Io tifo per loro.
Voi restate con Skeletor.
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