Finti poveri e vera disinformazione
27/05/2009 - La carta acquisti di Tremonti ha ricevuto molte richieste. E ci sono stati anche molti rifiuti, perché i soliti furbetti ci hanno provato, chiedendo i benefici della carta pur non avendone diritto. Per fortuna il Corriere della Sera li ha
La carta acquisti di Tremonti ha ricevuto molte richieste. E ci sono stati anche molti rifiuti, perché i soliti furbetti ci hanno provato, chiedendo i benefici della carta pur non avendone diritto. Per fortuna il Corriere della Sera li ha scoperti! Ve ne presentiamo qualcuno anche noi. Ma forse le loro storie sono un p0′ diverse
Sono stati diffusi i dati sull’utilizzo della Social card, la trovata che [[Tremonti]] tirò fuori dal cappello a cilindro nella scorsa finanziaria per dimostrare che “il governo non lascia indietro nessuno“. La notizia è che su 780 mila domande presentate dagli italiani per la Social card, ci sono st
ate oltre 220 mila richieste respinte. Qui trovate l’immagine, con i dati regione per regione. L’occasione è ghiotta per offrire in pasto al pubblico plaudente qualche “chicca“. Mario Sensini, sul Corriere della Sera, descrive questi italiani, un popolo di finti poveri. E cita i casi, reali e verificati ed indubbiamente folkloristici, del “distinto pensionato di Caltanissetta che ha presentato richiesta con un reddito mensile di 5 mila euro mensili” o” altri 930 pensionati che avevano un reddito superiore a 50 mila euro l’anno”.
COME LEGGERE I DATI – Premesso che ognuno ha la sua testa e legge i dati come crede, e quindi senza offesa per il Corriere o per Mario Sensini, è un modo molto strano di riflettere sui dati. Sempre senza offesa, è anche un ottimo sistema per distogliere l’attenzione dalla vera questione che c’è dietro queste cifre. O almeno quella che il vostro piccolo Giornalettista vede, basandosi su quanto detto in un precedente articolo su Giornalettismo, sul testo della notizia del Corriere e anche leggendo un’altra notizia che lo stesso [[Corriere della Sera]] (assieme a tutti i giornali italiani) ha pubblicato nella medesima giornata, quella del Rapporto Istat 2008: in particolare il dato sul numero di famiglie in difficoltà. Una lettura forse meno folklorisitica, forse anche meno “divertente” e più “scomoda” per il ministro Tremonti. Ma che sembra doveroso portare all’attenzione. Cominciamo da un altro passo dell’articolo del Corriere, quello in cui, mentre si parla di questi casi eclatanti si dice che tra gli esclusi ci sono “10 mila che non avevano i requisiti dell’età, 120 mila che avevano la pensione oltre la soglia massima, altri 50 mila che non avevano diritto al beneficio perché percepivano altri redditi”. Tutti furbetti?
TROPPI VERI POVERI – Ecco. Forse non volendo (o forse sì, ma non facciamo processi alle intenzioni) il quotidiano di Via Solferino dimentica di dire che questi numeri possono essere letti anche in un altro modo. Che questi numeri mettono in mostra proprio alcune delle criticità che in molti rimproverarono a suo tempo al ministro Tremonti quando la Social card fu introdotta: quella di una platea di potenziali beneficiari troppo ristretta rispetto alle effettive esigenze e bisogni di una popolazione in crescenti difficoltà economiche. Il ministro parlò di un milione e trecentomila potenziali beneficiari, ma poi si scoprì che il tetto era molto più basso, la metà: 570 mila circa. Qualcuno lo chiamò “Robin Furb“. Mentre, secondo molti dati e da ultimo il Rapporto Istat pubblicato proprio ieri, le famiglie italiane più disagiate sono 1 milione e mezzo (oltre la metà di questi nuclei risiede nelle regioni meridionali) e in altre 3,8 milioni stanno emergendo situazioni critiche. Quindi, dietro questa alta percentuale di domande respinte, si annidano sicuramente i mille casi (o duemila?) di furbetti. Ma soprattutto centinaia di migliaia di persone veramente in grave difficoltà che fanno domanda nella speranza di un aiuto da parte del governo che “non lascia indietro nessuno“.
REQUISITI MOLTO SELETTIVI – E invece, purtroppo, il governo non aiuta (non vuole
, o non può) tutti i “poveri”. I requisiti per la Social card sono molto restrittivi. Essa viene concessa esclusivamente agli anziani sopra 65 anni o al genitore di bambini sotto i 3 anni più vari requisiti: cittadinanza italiana, imposta netta Irpef uguale a zero (criterio poi eliminato con un decreto ministeriale di marzo 2009), redditi complessivi inferiori a 6.000 euro l’anno, 8.000 se ultrasettantenni). Ma mica basta. L’ISEE (Indicatore della situazione economica equivalente) deve essere inferiore a 6.000 euro, non bisogna essere intestatari di più utenze domestiche, non si può essere proprietari (se non in quota minoritaria) di altri immobili ad uso abitativo oltre la casa in cui si vive, non essere proprietari con una quota superiore o uguale al 10% di immobili non ad uso abitativo o di categoria catastale C7 (Tettoie chiuse e aperte). La Social card era in realtà pensata per il 3-4% delle famiglie italiane, rispetto ad una popolazione sotto la soglia di povertà che secondo l’Istat è attorno al 13% dell’intera popolazione. Non è difficile, se si ha bisogno di un aiuto, se si sentono per giorni tv e giornali dire e ridire che “questo governo non lascerà indietro nessuno“, fare domanda. Ma – e i dati diffusi ieri lo dimostrano, caro Sensini – è molto facile sentirsi rispondere: “No, lei non è povero!“
ALTRI CASI ECLATANTI – Se lo sono sentiti dire, accanto ai 1000-2000 casi eclatanti illustrati dal Corriere, tanti cittadini: un ultra 65enne con pensione minima e anche l’assegno di invalidità civile, che ha fatto domanda dicendosi: “Se non sono povero io chi è povero?” E invece si è visto rispondere picche perché supera il tetto dei 6 mila euro. Hanno avuto la stessa risposta una moglie e un marito pensionati che guadagnano complessivamente più di 723 euro netti: domanda respinta perché il loro ISEE li rende troppo “ricchi” per usufruire della Social card. Lo stesso è capitato a quel pensionato con la minima, ma anche proprietario della sua casa, un immobile dal valore catastale superiore ai 51 mila euro. E se lo sono sentiti dire anche quella mamma single con uno stipendio di mille euro mensili, quella famiglia con 3 figli piccoli che ha un reddito di 1.500 euro al mese e sta in affitto. Tutte situazioni di disagio che si trovano in giro per questo nostro paese, come dice espressamente il già citato Rapporto annuale 2008 dell’Istat. Tutti casi che non si possono aiutare: Gente che “può essere lasciata indietro“. Casi non contemplati dalla Social card. Né da altri provvedimenti del governo, passati o in programma.
P
ARLIAMO D’ALTRO – Attenzione, i casi citati non sono inventati. E’ solo l’analisi dei requisiti e l’applicazione a casi concreti. In quest’Italia che discute di Noemi & papy, che si vede sfilare davanti molti furbetti del quartierino con i miliardi in tasca, sono persone con tanta amarezza in corpo. E che si intrattengono con la notizia “Uomo morde cane“, come ha fatto simpaticamente il Corriere della Sera. Che nell’articolo, un bello spot sulla Social card, riporta un sacco di dati sul suo utilizzo, che raggiunge il 95% entro due mesi dall’attivazione. Si potrebbe dire che è un indice di grande “bisogno”. E’ un fatto reale, anche se non fa “colore“. Riporta che restano 755 milioni di euro di stanziamento, soldi che con questo ritmo saranno finiti presto (e reperire altre “donazioni” da Eni ed Enel non sarà facile). Non fa ridere. Lo stesso governo – a cui evidentemente questi dati non fanno ridere – ha deciso, vista la situazione, di introdurre ulteriori modifiche alla Social card, dopo quelle che hanno eliminato il requisito dell’incapienza e aggiornato lievemente al rialzo il reddito limite. L’idea è di raddoppiare il numero dei beneficiari, portandolo davvero a 1 milione di persone, con un nuovo decreto che elevi a 8 mila euro per tutti il tetto di reddito attualmente previsto, stanziando (speriamo, bisognerà trovare i soldi) altri 900 milioni di euro. Ma – rubando per un momento il mestiere a giornalisti professionisti e molto più bravi di noi dilettanti giornalettisti – ricordiamo che continueranno ad essere una goccia nel mare. E per quei 5 milioni di famiglie, il 20% dei nostri connazionali, che sta pagando sulla propria pelle una crisi nerissima a cui non viene data neppure l’elemosina di 40 euro al mese non c’è neppure questa speranza. A questi italiani il simpatico pensionato di Caltanissetta che pensava di poter usufruire della Social card, sicuramente non li fa ridere.













Un popolo di finti poveri…non ci sono parole. Mi vengono solo in mente Maria Antonietta, il pane, e le brioches. -
Bravo Carlo.
maria antonietta nn ci aveva capito nulla. L’importante è la topa!
La Social card era in realtà pensata per il 3-4% delle famiglie italiane, rispetto ad una popolazione sotto la soglia di povertà che secondo l’Istat è attorno al 13% dell’intera popolazione.
Ecco, è esattamente questo il punto chiave della questione. Senza dimenticare peraltro che quel 13% comprende anche famiglie monoreddito o con entrambi i coniugi cassintegrati (o non lavoratori, casalinghe, con figli più grandi di tre anni a carico, etc) esclusi a priori dalla social elemosina per cause di età, ché poi sarebbero quelli che hanno famiglia e che più avrebbero bisogno d’aiuto, persone per le quali non si è concretamente ancora fatto nulla, checché Tremonti voglia dire.
@Maria teresa:
Perfetto.
@gregorj:
Condivido l’ultima affermazione
@loska:
Ciaoo!!!
Infatti, il punto chiave è quello. Il problema è che il welfare caritatevole di Tremonti/Sacconi/Berlusconi piace a molti, perchè non ne colgono il senso: che è quello di un’elemosina di “piaceri” dati a casaccio, e non la fruizione di diritti “natuarli” come la salute, la dignità, il sostentamento.
Questo golpe strisciante (perchè è di questo che si tratta) mascherato da ristrutturazione del welfare non viene colto nella sua portata. Chè, è appunto la destrutturazione del welfare state così come l’abbiamo conosciuto. per un sistema che non fa guadagnare efficenza, ma fa perdere in equità.
E tutti (quasi) stanno a guardare.
@tutti:
Un sorriso che corre, ma non corriere…;-)
Come, con una modesta spesa di quattro soldi, il Governo si è fatta una propaganda del valore di milioni. Questo “”Tipo”" di Governo, non darà MAI niente come non siano elemosine alla “”Massa”" della popolazione, quella, per intenderci, formata dalla parte più bisognosa. Le risorse su cui riusciranno a mettere le mani, saranno destinate nella maggior parte, a coloro che, secondo la filosofia di Tremonti e Berlusconi e non solo, dovrebbero (condizionale), creare posti di lavoro e far crescere il Paese, nonostante sia dimostrato, che in particolare i nostri valenti imprenditori, abbiano più predisposizione a portare i fondi che riescono a reperire, all’estero (di nascosto) piuttosto che investirli in Italia.
…il peteggio TremontianSacconi/ano… profuma l’aria…. di molte illusioni…
Bel post. Circostanziato e condivisibile nell’analisi dei fatti. Purtroppo per me che condanno il “welfare”, non sono condivisibili le idee di fondo sottese nel testo. Ad esempio, prendi questo commento:
“a fruizione di diritti “naturali” come la salute, la dignità, il sostentamento”
A prescindere dal fatto che i diritti naturali sono un concetto giusnaturalista che non comprende neanche uno dei tre citati, lasciamo da parte la “dignita’ “. Assicuriamo a tutti il “sostentamento”.
Per me va bene, a patto che nessuno sia costretto a lavorare. Immagino un popolo che passa la giornata a chiacchierare o a fare sport, che abbia almeno il vitto gratuito assicurato dal “diritto al sostentamento”.
Per me va benissimo. Sarei il primo a non fare un cazzo tutto il giorno. E vorrei cosi’ per tutti i miei compatrioti. Resta da decidere come far spuntare il “sostentamento” dal nulla, oppure chi dobbiamo opprimere affinche’ fornisca gratis il diritto naturale al sostentamento ad un popolo che non produce nulla in cambio.
Se viceversa mi dici che il popolo “deve” produrre, ecco allora che il “sostentamento” diventa da diritto a retribuzione per la produzione.
In questo caso, la politica del “welfare” si riduce non ad una affermazioni di “sacrosanti diritti naturali”, come infatti non e’, ma al forzare qualcuno a produrre, oltre al suo sostentamento, anche il sostentamento per altri.
Siccome questo qualcuno non lo fa di sua spontanea volonta’, questo etimologicamente si chiama lavoro forzato.
Ecco, io sono contrario al lavoro forzato. Sono un tipo logico, quindi, per forza di cose, nonostante il mio animo gentile e compassionevole, sono contrario al suo sinonimo: welfare.
Inutile dire che lo stesso ragionamento si applica al diritto alla salute, al diritto alla casa, e in generale a tutti quelli che giusnaturalisticamente parlando si chiamano “diritti positivi”.
Sulla “dignita’ ” non so, in quanto e’ piuttosto vago come concetto e andrebbe esplicitato meglio, ma non mi pare il punto cruciale del discorso.
Saluti.
@rebyjaco, pierpaolobasso e libertyfighter:
Vi chiedo scusa ma ho visto solo ora i vostri commenti.
Vi ringrazio tutti e tre.
A libertyfighter, in particolare:
il tuo commento richiederebbe una lunga risposta, che in questo momento (sono molto stanco) non sono in grado di dare. Dico solo che su alcune cose hai portato argomenti che – anche se non mi convincono – mi fanno riflettere, come spesso ti capita di fare.
Ti ringrazio anche per questo.
Ovviamente, sul welfare restiamo con idee molto diverse. Ma questo è il bello della vita.
Un sorriso speciale a te!
C.
Contraccambio il sorriso !