Il welfare secondo Sacconi: libro dei sogni o degli incubi?
21/05/2009 - SILENZI E DIMENTICANZE – E poi, perché agire solo dal lato delle spese? Noi abbiamo alcuni problemi storici: la bassa crescita, dovuta alla bassa produttività, e l’alta evasione fiscale. Entrambe sottraggono risorse proprio per quello che è il primo compito
SILENZI E DIMENTICANZE – E poi, perché agire solo dal lato delle spese? Noi abbiamo alcuni problemi storici: la bassa crescita, dovuta alla bassa produttività, e l’alta evasione fiscale. Entrambe sottraggono risorse proprio per quello che è il primo compito che uno stato dovrebbe a
vere, anche per i più “liberisti”: il welfare. Di ragionamenti su politiche che aumentino la competitività del sistema, come le liberalizzazioni, o che – riducendo il carico fiscale di chi già paga le tasse – lottino contro l’evasione, nel libro bianco non c’è traccia, neppure sullo sfondo. La carenza di risorse è “data”, e tutto si concentra sull’efficentamento della spesa (che è ovviamente condivisibile) ma che, da solo, porta necessariamente a diminuire il livello quantitativo e qualitativo delle tutele, almeno per chi non ha la possibilità (è il welfare individualizzato, bellezza!) di “coprirsi” con mezzi propri e alternativi. Anche sui Livelli essenziali delle prestazioni, il libro bianco si richiama al federalismo fiscale che verrà, dicendo che il passaggio da spesa storica ai costi standard sui livelli essenziali di prestazioni significa il passaggio dal finanziamento degli sprechi a quello dei servizi. Mica non è proprio esatto, signor ministro. Lei sa certamente che la Ruef ha modificato l’aggettivo essenziale con minimo e che nella legge delega sul federalismo fiscale è stato eliminato il legame tra i livelli essenziali di assistenza e i livelli minimi di prestazione, così che la definizione dell’assistenza “essenziale” non è più ancorata ad una prestazione “minima”, ma solo al buon cuore di chi fa le leggi (il governo e la sua maggioranza).
DA ASSISTENZA A CARITA’ – Un punto a parte, analizzato anche qui, è quello che nel paragrafo “meriti e bisogni” è dedicato alla povertà. A parte la stupefacente “scomparsa” dell’Isee, che deve essere casomai potenziato e corretto (e qui torniamo al concetto di “tabula rasa“), nel libro bianco si afferma – sempre partendo dall’assunto che il welfare deve “ritirarsi” – l’innovativo principio che la tutela deve essere garantita solo a chi è in condizione di povertà assoluta (redditi sotto la soglia di sussistenza) , mentre la povertà relativa viene “annacquata” nell’ampio concetto di “disuguaglianza” da affidare a politiche correttive a futura memoria. Perché per Sacconi ci si deve concentrare solo “sugli ultimi degli ultimi“. Attenzione, perché dietro questa apparentemente sonnacchiosa e sofistica distinzione c’è un atteggiamento di scarsa attenzione alla redistribuzione del reddito che può sconfinare (dipenderà dalle scelte di “governo e maggioranza parlamentare“) nel darwinismo sociale. C’è una visione caritatevole del welfare che è contraria a quello che accade in qualsiasi parte del mondo. E anche in questo caso, non ci si deve limitare alle parole di un giornalettista qualsiasi, ma a quelle di autorevoli studi che, a partire dal Rapporto del National Research Council statunitense nel 1995 si sono succeduti in questi anni. E che sono ormai “patrimonio comune e condiviso“. Per dirne una, in questo lavoro di un brillante neolaureato che ha vinto il premio Angelo Costa della Luiss (l’Università di Confindustria) si ricorda che da Amartya Sen in poi l’approccio al tema della povertà è multidimensionale e che non si deve tener
conto solo della assoluta, ma anche della relativa.
OCCASIONE MANCATA – Altre osservazioni più puntuali sono nei link via via disseminati nell’articolo. Non diciamo nulla ad esempio sulla visione di “famiglia” e di politiche per la stessa che ne derivano, a partire dall’assunto (vero) che la bassa natalità è un altro problema che abbiamo (ma allora perché non disegnare politiche ad hoc invece di scrivere solo della “centralità del matrimonio?“). Si può parlare di occasione mancata. Dopo la mancanza di coraggio sul tema degli ammortizzatori sociali, dopo la profonda revisione del testo unico sulla sicurezza, ci si aspettava dal ministro un colpo d’ala. Invece è arrivata una visione “vecchia” condita di finta modernità, tutta basata sull’ efficienza salvifica del “privato” che in realtà mascherano l’idea di ridurre semplicemente lo stato sociale. Ovviamente, si possono prevedere – su questo siamo d’accordo con Sacconi – modelli in cui ci sia una sana “competizione” tra pubblico e privato nell’offerta di servizi. Ma non la ritirata dello Stato, giustificata da una scarsità di risorse (che non c’è, a meno che la scelta sia quella di non volerle trovare) e condita con bei paroloni come “responsabilità” “centralità dell’individuo” ecc…Insomma, come si dice nel sito Nel merito, mentre “in molti altri paesi, la crisi attuale è utilizzata come occasione per ripensare e contrastare un modello di crescita, centrato sugli incrementi a breve di reddito, nella sostanziale sottovalutazione della distribuzione di quel reddito nonché dei costi sociali della crescita” da noi accade esattamente il contrario.













“Noi abbiamo alcuni problemi storici: la bassa crescita, dovuta alla bassa produttività, e l’alta evasione fiscale. ” quando scrivi così mi torna in mente la tua vignetta di qualche giorno fa sul presunto carattere genotipico, tutto italiano, dell’evasore fiscale:D
” Mentre nel libro bianco parla esplicitamente di welfare occupazionale, che però significa – guarda caso – che i lavoratori più forti possono assicurarsi più tutele, mentre ignora le condizioni dei lavoratori più deboli”
Nel nostro Belpaese è sempre esistita quella fascia di lavoratori garantiti (chiamiamoli cosi
) che si divive la ricchezza prodotta dalla nazione e, per “solidarietà di casta”, pretende privilegi lasciando ai non garantiti, cioè ai poverelli, disoccupati…le briciole del suo pasto!
Ovvio no!
“Il Libro bianco sul futuro modello di welfare è stato ribattezzato: “La vita buona nella società attiva“.”
…società attiva? la nostra? si sarà confuso con qualche altro Stato…secondo me!
@gloria:
è un tasto su cui forse mi ripeto un po’. ma è un tema che è davvero fondamentale nel capire perchè non siamo un paese “normale”
@Lucia:
Una delle questioni irrisolte nel nostro paese è il retaggio (che mi azzarderei a definire catto-comunista) della famiglia “tradizionale” come modello unico e base della società: per questo la tutela è stata pensata solo per il maschio in età centrale di età (il capofamiglia, per intenderci). Il mondo è cambiato ma nella testa di certi governanti è rimasto fermo agli anni ’60. Le conseguenze sono state e sono molto gravi per lo sviluppo socio-economico. Ad esempio con un tasso di “attività” bassissimo, soprattutto per le donne, da cui discendono in parte l’inostenibilità del ssitema pensionistico e – per quanto possa sembrare strano a qualcuno – la bassa natalità: dove il tasso di attività femminile è più alto e ci sono politiche di conciliazione ben fatte, nascono pure più figli. Dentro o fuori dal “matrimonio tradizionale”.
Grazie!
la tua risposta a Lucia mi sconvolge
come faccio a essere così d’accordo con uno statalista schifoso come te?