Economia

Il welfare secondo Sacconi: libro dei sogni o degli incubi?

21 maggio 2009

La recente presentazione del Libro Bianco del ministro del Lavoro, che disegna il modello sociale del governo Berlusconi è stata condita da frasi ad effetto. Leggendolo, l’impressione è diversa

Il Libro bianco sul futuro modello di welfare è stato ribattezzato: “La vita buona nella società attiva“. Si tratta di un documento che segue l’analisi compiuta nel Libro Verde presentato nel 2008 e disegna il modello sociale dell’Italia del futuro. E’ un disegno che spazia dalla sanità al terzo settore, dal federalismo fiscale alle pari opportunità, dalla lotta alla povertà alla cura dei disabili, dagli ammortizzatori sociali alle pensioni ma “si limita intenzionalmente alla declina­zione dei valori e della visione del nuovo modello sociale“, lasciando poi a governo e maggioranza parlamentare il compito di concretizzare con atti e norme la transizione dal vecchio al nuovo modello. Un modello complessivamente sconcertante.

UNA TABULA RASA – Il libro bianco (qui il testo pubblicato dal governo) si basa, in sintesi, sull’idea del welfare personalizzato e differenziato, seguendo il principio (caro alla sinistra riformista italiana degli ultimi 20 anni) dell’”universalismo selettivo”, che interviene in anticipo rispetto all’emergere dei bisogni sociali, destinato progressivamente a sostituire il modello attuale, di tipo prevalentemente “risarcitorio“. Il libro bianco della felicità, come l’ha ribattezzato Sacconi. Le immagini contano, e alcune delle analisi contenute nel libro sono pure condivisibili, pescando qua e là nel pensiero riformista italiano degli ultimi 20 anni. Ma, come è stato notato qui, “Non viene però prospettato un preciso quadro di interventi, né si assumono impegni programmatici credibili per la sua realizzazione. Pochissimi i riferimenti al contesto istituzionale: l’impressione è di trovarsi di fronte a una tabula rasa, tale è la scarsità di riferimenti alle politiche in vigore“. E le affermazioni di principio, su felicità e allargamento delle tutele, fanno a pugni con la realtà dei tagli delle risorse e dell’assenza di riforme. E che giustamente hanno portato più di un commentatore a parlare di “libro dei sogni“.

UN LIBRO DEI SOGNI SENZA SOGNI – Un libro dei sogni che parte, a dispetto dei continui richiami al pragmatismo di cui il documento è infarcito, da un assunto davvero “ideologico“: l’idea che, in questi tempi di crisi e di ristrettezze, occorre ridimensionare uno stato sociale ormai insostenibile, che non ci possiamo più permettere. E che va sostituito con un modello “alternativo” in cui lo stato tira i remi in barca e lascia il campo ad altri soggetti. Come si dice qui, “un nuovo modello sociale basato sul concetto di stato minimo e diversificato per settori e realtà territoriali, sull’individualismo e su una bilateralità unicamente sostitutiva dell’intervento pubblico. Un progetto in cui i più deboli sono destinati a diventare ancora più indifesi e con il quale si sostituisce il welfare universale con un modello neocorporativo“. Insomma, un sogno senza sogni, un volo con ali ipotetiche, l’ideologia dello stato minimo che affida le politiche sociali al privato sociale, la tutela della salute alla sanità privata mentre si disconoscono gli impegni presi con le regioni e si delineano risorse finanziarie palesemente insufficienti per il Sistema sanitario nazionale, il sistema pensionistico alle “soluzioni individuali” e le relazioni industriali alla bilateralità “anestetizzata” a-conflittuale e a-sindacale. Un sogno senza sogni. Che poi muoiono all’alba.

LA RITIRATA DELLO STATO – Un modello ideologico, perché non è supportato da dati di fatto: il documento non contiene un dato che è uno. E allora, partiamo noi da un dato: in Italia la spesa per il welfare non è affatto superiore a quella degli altri paesi europei, caso mai il contrario. Non lo dice Giornalettismo, ma l’Eurostat: è il 26,4% del Pil contro il 27,8% della media Ue, il 29,4% della Germania, il 31,5% della Francia. Il nostro problema, da sempre, è casomai lo squilibrio esistente tra tutelati ed esclusi: ad esempio, il peso eccessivo della spesa per le pensioni, che il ministro Sacconi ha sempre detto di non voler riformare nonostante le ripetute dichiarazioni dei ministri Brunetta e Tremonti. Il nostro problema è casomai nella tutela di alcune categorie di lavoratori a spese degli altri, ma di fronte alle continue richieste di una riforma complessiva degli ammortizzatori sociali il ministro ha sempre fatto spallucce. Mentre nel libro bianco parla esplicitamente di welfare occupazionale, che però significa  - guarda caso – che i lavoratori più forti possono assicurarsi più tutele, mentre ignora le condizioni dei lavoratori più deboli. Proprio mentre l’attuale flessibilità (che a Sacconi tra l’altro piace assai) comporta soprattutto per giovani e donne continui passaggi da occupazione a disoccupazione e a ri-occupazione.

4 commenti a Il welfare secondo Sacconi: libro dei sogni o degli incubi?

  1. gloria

    “Noi abbiamo alcuni problemi storici: la bassa crescita, dovuta alla bassa produttività, e l’alta evasione fiscale. ” quando scrivi così mi torna in mente la tua vignetta di qualche giorno fa sul presunto carattere genotipico, tutto italiano, dell’evasore fiscale:D

  2. ” Mentre nel libro bianco parla esplicitamente di welfare occupazionale, che però significa – guarda caso – che i lavoratori più forti possono assicurarsi più tutele, mentre ignora le condizioni dei lavoratori più deboli”

    Nel nostro Belpaese è sempre esistita quella fascia di lavoratori garantiti (chiamiamoli cosi :) ) che si divive la ricchezza prodotta dalla nazione e, per “solidarietà di casta”, pretende privilegi lasciando ai non garantiti, cioè ai poverelli, disoccupati…le briciole del suo pasto!
    Ovvio no!
    “Il Libro bianco sul futuro modello di welfare è stato ribattezzato: “La vita buona nella società attiva“.”
    …società attiva? la nostra? si sarà confuso con qualche altro Stato…secondo me! :)

  3. @gloria:
    è un tasto su cui forse mi ripeto un po’. ma è un tema che è davvero fondamentale nel capire perchè non siamo un paese “normale”

    @Lucia:
    Una delle questioni irrisolte nel nostro paese è il retaggio (che mi azzarderei a definire catto-comunista) della famiglia “tradizionale” come modello unico e base della società: per questo la tutela è stata pensata solo per il maschio in età centrale di età (il capofamiglia, per intenderci). Il mondo è cambiato ma nella testa di certi governanti è rimasto fermo agli anni ’60. Le conseguenze sono state e sono molto gravi per lo sviluppo socio-economico. Ad esempio con un tasso di “attività” bassissimo, soprattutto per le donne, da cui discendono in parte l’inostenibilità del ssitema pensionistico e – per quanto possa sembrare strano a qualcuno – la bassa natalità: dove il tasso di attività femminile è più alto e ci sono politiche di conciliazione ben fatte, nascono pure più figli. Dentro o fuori dal “matrimonio tradizionale”.

    Grazie!

    :-)

  4. la tua risposta a Lucia mi sconvolge
    come faccio a essere così d’accordo con uno statalista schifoso come te?
    :)

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