Crescita o non crescita?
di Gobettiano - I perché della stagnazione italiana. Dati e motivazioni. Che indicano i momenti di uno stop. E spiegano come evitarlo in futuro
In prosieguo del discorso avviato con l’articolo Crescita: cosa, come e perchè agiungiamo delle riflessioni più analitiche sugli elementi che dovrebbero connotare un percorso riformista. Ma, visto che parliamo di Italia, ci addentriamo nei fatti specifici di casa nostra per dimostrare come il Centro Studi Confindustria collochi molto indietro nel tempo le radici del declino e della stagnazione. Ritenendo che abbia ragione, ne proponiamo le ragioni ed i dati per un ben preciso motivo: decenni di stratificazione di prassi politiche, burocratiche, legislative orientate alla tutela di clientele e corporazioni, senza capacità né volontà di guardare al paese nel suo complesso hanno cementato le resistenze al cambiamento e bloccato perfino la pervasività dei cambiamenti rivoluzionari che hanno mutato in meglio altri paesi del mondo. Basti pensare all’ICT.
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STATO - Il fallimento dello Stato e dell’azione riformatrice dagli inizi degli anni 70 ad oggi risalta ancora più amaro e marcato se si compie una anlisi comparata con quanto avvenuto in altri paesi europei ed extra europei, alcuni dei quali hanno vissuto anche cambi non facili di regime poltico. Eppure tutti sono stati in grado di cogliere il giusto momento per modernizzare le loro istituzioni economiche ed i loro sistemi ottenendo risultati assai rilevanti nella performance economica. Inghilterra, Cile, Brasile, Germania, Olanda, Svezia sono la dimostrazione di quanto andiamo sostenendo. In tutti questi casi ed in altri, non si è trattato solo di emanare nuove norme ma dell’opera faticosa del cambio di mentalità, dell’accettazione del paradigma del cambiamento necessaria premessa per superare le resistenze e le tendenze allo status quo perseverando fino alla constatazione del risultato positivo del lavoro che si manifesta con l’accrescimento del benessere.L’azione riformatrice, analizzata per come si è svolta in paesi diversi, mostra la diversità delle politiche adottate, ma, sottolinea Paolazzi, emergono alcune costanti.
LAVORO – I frutti delle riforme – la valutazione va fatta tenendo conto dei costi del non far nulla e delle opportunità da cogliere riformando. La scelta di NON riformare,, diventa insostenibile per il paese, la sua economia ed i conti pubblici. E’ solo il cambiamento appropriatamente costruito a rendere possibili svolte di crescita assai marcate rispetto al passato. Comunicare rischi e vantaggi delle riforme – è una fase cruciale nella quale a ciascuno deve essere chiaro cosa perde e cosa guadagna da interventi riformatori. Bisogna dar corso a raffronti trra la situazione di chi è in difficoltà per la mancanza di riforme e chi invece dalla NON riforme trae vantaggi. Il contributo di una opinione pubblica disponibile al cambiamento delle riforme è un elemento cruciale.
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