Un po’ di “forse non tutti sanno che” rugbistico, tra attualità, ricordi, statistiche e politica internazionale.
Maggio è un mese pazzesco per il rugby mondiale, pur limitandosi all’alto livello non si riesce a star dietro a tutto quello che succede. Terminano le stagioni regolari dei campionati in Europa e si entra nei playoff decisivi per assegnare i titoli nazionali, idem per i trofei per club transnazionali sia europei che Super14 australe. Per non parlare di bilanci, iniziative e preparazione dei Test Match tra nazionali di giugno, del toru dei Lions, dell’incombente Tri-Nations e di tanta altra carne al
fuoco. Ci limitiamo qui a un vol d’oiseau sul principale torneo “sul campo” che ci darà lo spunto per saltar di Continente incontinente all’inseguimento della palla ovale. La Guinness Premiership inglese, il campionato nazionale più importante al mondo, ha concluso la stagione regolare coi Leicester Tigers al primo posto coronando una tardiva rimonta. Dopodichè il team della “città del rugby” inglese che schiera l’italo argentino Martin Castrogiovanni ha battuto in semifinale Bath, squadra pimpante e aggressiva priva del suo giocatore di spicco Butch James per infortunio; si presenta da favorita alla finale di Twickenham dove troverà sabato i London Irish, formazione molto tosta e interprete di un rugby talora “ruvido“, col “callido” trentasettenne Mike Catt in campo (una sorta di Maldini del rugby).
PER CAPIRE - Una nota sulla finalissima della Premiership per dare le dimensioni del seguito di uno sport che non molti in Italia afferrano: l’anno scorso a Twickenham c’erano circa 81.500 spettatori, il che ne fece il secondo evento sportivo singolo per squadre con più spettatori paganti al Mondo del 2008, ben più della finale di Champions League per capirci. Per curiosità il primo evento per spettatori del 2008 riguarda un altro sport con la palla ovale: non il SuperBowl come si potrebbe pensare (meno di 75.000 spettatori a Miami) bensì le finali del footy, il football australiano giocato su immensi ovali da cricket: al Melbourne Cricket Ground c’erano più di centomila spettatori ad assistere alla finale AFL, record per eventi di club del Nuovo Millennio. In tempi di grama per le attendance calcistiche, il 2009 invece parte bene per il rugby: alla semifinale di Heineken Cup (la Champions League del rugby) tutta irlandese tra Leinster e Munster erano presenti al Croke Park di Dublin 82.500 spettatori. Per gli infoiati di statistiche, il SuperBowl con più spettatori della storia fu quello disputato 1983 al Rose Bowl di Pasadena con 103.000 spettatori; contando le nazionali, il ’Greatest ever Rugby Match‘ del 2000 al Telstra Stadium di Sidney tra tra Australia e All Blacks contò 109,874 spettatori( meta di Jonah Lomu e vittoria dei Neozelandesi per 39-35 dopo il 24 pari a metà tempo). Non è questo il record di folla per gli sport con la palla ovale, regolare appannaggio delle finali delfooty australiano: il 26 settembre 1970 Carlton v. Collingwood radunò 121.696 spettatori. Più indietro nel tempo riemerge il calcio: il massimo dei massimi in assoluto per spettatori a uno sport di squadra se lo contendono due eventi celebrati in tempi di statistiche poco affidabili, con circa 200.000 spettatori mal contati: la finale Brasile -Uruguay dei mondiali di calcio 1950 e la mitica “White Horse Final” (in foto il cavallo bianco della scarsa polizia presente tra la folla, che diede il nome all’evento) di FA Cup del 1923 tra Bolton e West Ham, inaugurazione dello stadio di Wembley alla presenza di King George V.
A proposito di eventi epocali, saltiamo in un altro Continente. In previsione del prossimo tour dei British and Irish Lions, rappresentativa che raduna i migliori giocatori di quattro super nazionali (inglese scozzese gallese e irlandese) che dopo dodici anni si recheranno in Sudafrica, e’ stata presentata la nuova maglia della nazioanle sudafricana, indossata in foto da capitan John Smit; parrebbe notiziola minore da iper appassionati, ma sono sottili e ricche di implicazioni “politiche” le simbologie delle casacche. A maggior ragione in un Paese come il Sudafrica che politicizza e polemizza tutto peggio che da noi; a maggior ragione se riguarda lo sport identitario della minoranza bianca. Il rugby assieme a chi lo giocava cioè i bianchi, di fatto sarebbe stato spazzato via volentieri stile Mugabe nel Zimbabwe ex Rhodesia da molti politicanti rappresentanti della maggioranza (calciofila) nera, una volta abbattuto l’apartheid nei primi anni ’90, non fosse stato per la figura di Nelson Mandela. Il lungimirante fautore della riconciliazione tra le etnie del Paese Arcobaleno usò in modo estremamente intelligente e simbolico proprio il rugby per ribadire il suo approccio. A tal proposito non vedo l’ora esca il film in lavorazione a regia del grandissimo Clint Eastwood, con Morgan Freeman a impersonare Mandela. Racconta una delle più grandi, commoventi e misconosciute pagine
della storia politica del Novecento, la finale dei Mondiali di rugby del 1995 a Città del Capo, dove Mandela con indosso la maglia verde con l’antilope saltante, odiato (sino allora) simbolo dello sport della Tribù Bianca Afrikaner degli Altipiani oltre il Vaal, nel tripudio nazionale strinse la mano in Mondovisione e consegnò la Web Ellis Cup (il massimo trofeo mondiale del rugby) a Francois Pienaar, capitano della squadra sudafricana composta allora da ventisei bianchi e un solo nero.



