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Beagle maltrattati, la Cassazione conferma la condanna dei vertici di Green Hill

Cani sistematicamente maltrattati. Lacune nei controlli. Soppressioni facili. Mancanza di cure idonee. La Corte di Cassazione ha condannato definitivamente i vertici di Green Hill, l’allevamento di beagle da sperimentazione chiuso nel 2012 a Montichiari, in provincia di Brescia. Si tratta di un verdetto storico per gli animalisti che hanno denunciato le violazioni all’interno della struttura. La Lav, Lega Anti Vivisezione, parla di «vittoria epocale», «senza precedenti».

GREEN HILL, CASSAZIONE CONFERMA CONDANNE PER GESTORE E DIRETTORE

Green Hill era stato sequestrato, cinque anni fa, pochi mesi dopo un blitz degli animalisti che avevano liberato molti cuccioli. Ora i giudici hanno confermato le condanne a un anno e sei mesi per Ghislane Rondot, il co-gestore dell’allevamento, a un anno e sei mesi per il veterinario Renzo Graziosi, e a un anno per il direttore Roberto Bravi. Secondo le accuse nell’allevamento si praticava «l’eutanasia in modo disinvolto, preferendo sopprimere i cani piuttosto che curarli» e la politica aziendale «andava in senso diametralmente opposto alle norme comunitarie e nazionali». Tra le prove delle due condanne a carico dei vertici di Green Hill ci sono l’elevatissimo numero di decessi di cani per mancanza di cure adeguate (oltre 6mila beagle morti tra il 2008 e il 2012), la presenza di un unico veterinario per circa 3mila cani (che per gran parte della giornata venivano letteralmente abbandonati anche se malati), le ispezioni effettuate in modo sommario, l’incompletezza di verbali e registri dell’allevamento, l’interno dei capannoni non biologicamente puro (condizione necessaria invece per gli animali destinati agli esperimenti).

 

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GREEN HILL, ESULTANO GLI ANIMALISTI: «L’ITALIA COMPIE UN SALTO IN AVANTI»

«La Corte di Cassazione – commenta la Lav – ha definitivamente smantellato il teorema del cane-prodotto ‘da laboratorio’ e ‘usa e getta’, ponendo il proprio sigillo sulla corretta interpretazione giurisprudenziale del diritto per le violazioni commesse ai danni di tanti cani. Un’interpretazione innovativa e lungimirante, che pone in nostro Paese in una posizione di assoluta avanguardia, orientandolo al rispetto delle esigenze etologiche anche in cani allevati e destinati ad uso sperimentale». Con la sentenza della Cassazione e le precedenti del tribunale di Brescia – spiega ancora l’associazione animalista – «il maltrattamento non è giustificabile neppure in un contesto produttivo di potenziale elevata sofferenza come un allevamento di cani per la sperimentazione. Un orientamento in linea con l’accresciuta sensibilità collettiva verso gli animali e con il divieto di allevare cani a fini sperimentali e altre limitazioni, introdotto nel nostro Paese nel 2014 con il Decreto Legislativo n.26/2014 sulla sperimentazione animale». «Con questo Decreto e ora con questa sentenza di Cassazione – conclude la Lav – l’Italia compie un vero salto in avanti nella tutela giuridica degli animali».

(Foto: un cucciolo di Beagle salvato da alcuni animalisti entrati nell’allevamento Green Hill di Montichiari nel 2012. Credit: ANSA / FILIPPO VENEZIA)