di Alessandro D'Amato (Gregorj)
postato alle 09:26 del 7 Agosto 2008 in Rassegna stampaTorna alla home

La passione tutta italiana per il “cosa dicono di noi gli altri“, che ci fa spesso guardare ai giudizi dei giornali stranieri con quell’aria di commiserazione per noi stessi, è insana. E spesso finisce per riservare autorevolezza anche a giornali stranieri che in patria non ne godono, proprio perché quei quotidiani sono pieni di stereotipi, sia nelle pagine interne che in quelle degli esteri (questo dovrebbe dirci qualcosa). Ma non è questo il caso. Sto parlando di un post uscito su un blog ospitato dall’agenzia di stampa Reuters, che descrive perfettamente la situazione in cui ci stiamo infilando. Il pezzo parte da un caso di ordinaria amministrazione con protagonista un militare inadeguato al ruolo, continua dicendo che persino nella Polizia ci sono perplessità sulle reali capacità dei soldati di combattere il crimine. Segue descrivendo la reazione entusiastica dei cittadini e dei sindaci (con un Gianni Alemanno in grande forma), e quella dei media e delle opposizioni, che si chiedono - domanda ovvia - a cosa servono i pochi militari a un paese che 230mila tra poliziotti e carabinieri, e dove il tasso criminale non è così allarmante: il Censis questa settimana ha fatto sapere che l’Italia ha il più basso tasso d’omicidi fra i più grandi paesi europei, e si ricorda che sarebbe il caso di mandare i militari a sorvegliare i cantieri, viste le morti sul lavoro, e combattere la corruzione, visto che l’Italia negli indici di trasparenza è penultima nel Vecchio Continente (”bisognerebbe vedere chi li compila“, si dirà).

Nell’articolo si riporta il giudizio di Forbes, secondo il quale i militari in città sarebbero un abile diversivo di Berlusconi per distrarre gli italiani dall’economia in crisi. Oddio, fa un po’ ridere come teoria: con i mezzi a disposizione e il senso del teatro che ha, il presidente del Consiglio avrebbe fatto di meglio, se avesse voluto e potuto. Ma è quello che l’articolo fa notare nel finale la cosa più vera: mandare i soldati nelle strade per combattere un’ondata di crimine di dubbie proporzioni avrebbe scatenato proteste in alcuni Paesi; qui noi al massimo abbiamo esposto un paio di manifesti con scritto “Free Rome“. Come dargli torto? Anche se forse, nel ragionamento della Reuters, è la metodologia argomentativa ad essere sbagliata. Perché non importa quanti omicidi effettivamente si commettano nella nazione in cui si abita, importa quanti la gente percepisca che se ne commettano. Nel nostro caso, siamo vissuti in un clima da “emergenza sicurezza” per molti mesi. Un po’ per campagna elettorale, un po’ per l’effettiva (sebbene modesta) crescita di comportamenti antisociali - alcuni dei quali non sono necessariamente reato - che hanno fatto percepire un aumento di insicurezza nei cittadini. E il tutto si è riverberato contro alcune categorie sociali, quelle che storicamente non stanno poi così simpatiche a prima vista. Il tutto, surrogato da numeri comunque degni di nota, quasi più nelle piccole che nelle grandi città. E questo è un dato significativo: “l’incidenza del fenomeno (calcolata rapportando il numero assoluto alla popolazione della provincia) ci racconta un’altra “storia”. In questa classifica sono i centri di piccole dimensioni a “soffrire”: Imperia, per esempio, ha oltre 3.700 persone denunciate ogni 100mila abitanti; Vibo Valentia, Rimini e Isernia superano quota 1.900. A stare meglio sono le province del Sud, quali Lecce, Cagliari, Enna, Messina e Catania (dove non arriva a 800 l’incidenza dei denunciati)“. In realtà, importa quale sia la percezione di sicurezza, non la sicurezza in sé per sé. Nel nostro paese, è in calo. Un ruolo possono averlo alcune forze esogene (”crisi” economica, o per meglio dire stagnazione), tra i quali c’è da ricordare la forza dei mass media. Ma la percezione di sicurezza è bassa. Punto. E se è bassa - a maggior ragione in assenza di numeri che possano far parlare di emergenza - il compito di riportarla a una situazione di normalità è compito della politica. Non dell’esercito.

Su Epistemes, giustamente, si dà una lezione di sportività ai boicottatori governativi dell’ultim’ora: “Il compito degli atleti - è bene ricordarlo - è quello di competere ai massimi livelli nelle proprie discipline sportive, non quello di condurre la politica estera del loro Paese. La politica estera è infatti qualcosa di serio e molto importante, che proprio per questa ragione deve essere lasciato a chi di merito. Che due esponenti di primo piano del Governo e della maggioranza al Senato deleghino responsabilità politiche agli atleti italiani è indicativo del decadimento intellettuale e politico del nostro Paese. C’è da augurarsi che gli sportivi italiani mostrino più maturità dei loro rappresentanti politici, e dunque non rispondano a questi richiami di stampo populista.“. Non si ricorda a memoria d’uomo - e nemmeno d’agenzia - dichiarazioni del ministro Meloni e dell’esponente della maggioranza Gasparri a proposito di manifestazioni di protesta da attuare durante le Olimpiadi. Nessuna richiesta di ritiro della squadra italiana - sarebbe stato un gesto significativo e che avrebbe fatto discutere - né altro: forse perché questo avrebbe fatto arrabbiare gli sportivi italiani, che portano voti? Adesso, ci si sveglia: è estate, i giornali sono vuoti, conquistare un titolo è facile…

Alemanno vuole dare le pistole ai vigili romani, dice il Corriere. Guai a chi passa con il rosso, finalmente. Gian Antonio Stella scrive grazie all’aiuto del ministro Franco Frattini - che ci tiene a comparire già nelle righe introduttive del pezzo - un articolo sulle consulenze dei giudici amministrativi. Frattini, che “poi sarebbe caduto in tentazione accettando un lussuoso incarico abbandonato solo dopo una denuncia del Corriere, condivideva insomma un punto centrale: per fare bene il suo lavoro un magistrato deve fare solo quello. E comunque è inaccettabile che quella corsia preferenziale parallela ai processi amministrativi che sono gli arbitrati (aboliti dal governo Ciampi, ripristinati da Berlusconi, ri-aboliti da Dini e via così…) veda la presenza di giudici che magari decidono su cose che toccano lo stesso Ministero, la stessa Regione, la stessa Provincia sulle quali possono essere chiamati a decidere nelle vesti di membri dei Tar o del Consiglio di Stato. Troppi conflitti d’interesse, troppi soldi, troppi scandali“. Insomma, Frattini è reo confesso e pentito. Alé

Malvino racconta dell’intervista rilasciata dalla vedova di Antonioni alla Stampa, nella quale la donna racconta dell’agonia del maestro, il quale, molto malato, a un certo punto ha smesso di mangiare fino a lasciarsi morire, secondo lei. Dice Malvino che l’intervistata, a voler essere fondamentalisti, sta raccontando di aver commesso un reato visto che non ha fatto nulla per costringere il marito a nutrirsi. E chiude così: “C’è un solo cattolico coerente, per piacere, che apra un fascicolo, se magistrato, o faccia una denuncia, se semplice cittadino? Vada in giudizio, la vedova, risponda del non aver salvato una vita, quella del marito, per giunta. Poi, magari, le diamo un indulto perché il marito aveva 95 anni. Ma se Beppino Englaro si azzarda a sfilare il sondino alla sua figliola un po’ più che cieca, nessuno sconto di pena: la figliola ha 36 anni, avrebbe avuto davanti a sé chissà quanti altri decenni di coma. Lasciarla morire di inedia, alla Antonioni, sarebbe stato un delitto“. Difficile aggiungere altro.

Vignetta di Mauro Biani

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