di Roberta Marilli
postato alle 08:45 del 16 Aprile 2008 in InterniTorna alla home

L’appuntamento alle urne nell’isola è è visto come un obbligo, non un diritto: la restituzione di un favore o la speranza di un aiuto. E nulla cambia mai.

Di politica non ni capisciu nenti. Se però ‘u dutturi sale è buono per me e per la mia famiglia”.
La politica in Sicilia non è una questione di uomini o di donne. Quelli passano, il “sistema” resta e si rinnova. La rivincita del Borsellino-Cuffaro (con la prima che alle scorse regionali si attestò al 41,6%) è una batosta sul viso fiero della modicana che fu Anna Maria Paola Luigia Finocchiaro, la quale non va oltre il 30% dei consensi. Milioni di “tumbuluni” (schiaffoni), assestati dai siciliani stessi a quella “che se n’è andata a Roma”. “Cu nesci arrinesci”, si dice in Sicilia. Chi va via dall’isola fa carriera, certo, ma sarà sempre additato dal popolo come un traditore della sua terra.

AGNELLI E LUPI - La terra, l’ossessione lombardiana. “Al timone della Sicilia va un contadino, con le mani nodose e insunsate (sporche) della sua campagna”. Così affermava oggi negli studi di una tv locale la meravigliosa Silvana Grasso ex assessore alla cultura di Catania. La rossa scrittrice ha spiegato in diretta la vittoria del leader dell’Mpa decantando, tra latino e siciliano, la favola dell’agnello (la Sicilia) e il lupo (il governo centrale): “Siamo stanchi di essere agnelli. Luuuuuupi vogliamo essere”. C’è spazio anche per una chiosa sulla sconfitta della Finocchiaro: “Semplice, per noi questa signora è una extracomunitaria: non è siciliana e non sarà mai romana, condannata al doppio epiteto come Mastro-Don Gesualdo”.

VOTO RESPONSABILE? - La maggioranza dei siciliani afferma di non capirne niente di politica. Eppure va a votare. In massa. A Catania e provincia l’affluenza è cresciuta di circa il 10%. Don Fefè da Grammichele in alcuni comuni etnei supera abbondantemente il 70% dei consensi. A ben guardare, in molti paesi la Finocchiaro fa peggio delle liste che la sostengono. E già si parla di accordi sotto banco con una parte del Pd locale: migliaia di voti in meno per la “signora di Roma”. Si chiama voto disgiunto. E permette di stare con un piede all’Ars e uno “sul territorio”, partecipando al banchetto del nuovo sogno autonomista che fa breccia soprattutto tra gli strati più bassi della popolazione. Non a caso il primo pensiero del neogovernatore la mattina del day after è stato quello di andare a ringraziare il “popolo”. Un autentico bagno di folla tra il mercato e la pescheria di Catania: applausi scroscianti, strette di mano (niente baci, qua non usa), perfino i fuochi di artificio.
L’appuntamento con l’urna è stato vissuto fino a ieri dai siciliani solo come un dovere, anzi un obbligo, mai un diritto: è la restituzione di un favore pregresso o la speranza di un aiuto futuro. Ma Raffaele Lombardo ha saputo attuare una lenta rivoluzione (che forse cambierà per sempre la faccia politica della Sicilia) puntando sull’idea sempre accarezzata dagli isolani dai tempi del milazzismo in poi: il riscatto autonomista dopo secoli di ”annessione” forzata. Tradotto: sistema clientelare capillare, decentramento amministrativo spinto, rete di signorotti feudali che “garantiscono” il consenso del popolo. Il risultato è un trionfo con percentuali bulgare. Psichiatra di mezz’età con riporto evocativo dell’ampia campata del ponte che verrà, finalmente stamattina don Fefè sorride. Pur non sfondando a causa dell’”idrovora Pdl”, il suo partito triplica la presenza al Parlamento nazionale e fa man bassa di consiglieri all’Ars.

ADDIO AL CUFFARO STYLE - Ha stravinto Lombardo. E, nonostante il patto di ferro con l’Udc, ha perso il Cuffaro Style: troppo accentratrice la politica del neosenatore, troppo “sfacciata” nel chiedere e nel concedere, con i cordoni della bisaccia regionale sempre aperti, ma incapace di spendere i soldi di Roma e Bruxelles in maniera proficua. Guardando ai risultati di oggi, cosa è stato l’exploit della Borsellino due anni fa se non un segnale di “stanca” contro Totò vasa vasa?

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