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Rassegna stampadi Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 13 maggio 2009 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

La nostra cena si è conclusa da poche ore. Le dico francamente che è stato un errore invitarmi. Mi sono sentito davvero fuori posto. C’era tutta la prima linea dell’informazione, ma non ho sentito parlare di giornalismo neanche per un minuto. Sembrava una cena di Thanksgiving… Un giorno del ringraziamento elettorale. Tutti attorno a me avevano votato allo stesso modo, e ognuno sapeva che anche gli altri lo avevano fatto. Era scontato, così come il fatto di complimentarsi a vicenda per il contributo dato a questo buon fine… Non mi sento più di casa in un gruppo che sembra un comitato elettorale, dove tutti ormai la pensano allo stesso modo, e del resto sono stati messi al loro posto proprio per questo… Mi aiuti a uscire, presidente! Lo farò in punta di piedi“. E’ una lettera persino toccante, se ci si mette nei panni di uno che è sceso ieri dall’albero, quella che Enrico Mentana dichiara di aver inviato  a Fedele Confalonieri la notte tra il 21 e il 22 aprile 2008, dopo una cena con i vertici di Mediaset e tutti i suoi direttori delle testate giornalistiche, a una settimana dal trionfo elettorale di Berlusconi. E il cui contenuto integrale viene svelato, guardacaso, in un libro di prossima uscita (“Passionaccia“, per Rizzoli), del quale l’articolo di Vanity Fair ripreso dal Corriere rappresenta un’anticipazione con intervista. 

3525995929 0db1bbaed4 o Mentana, il bellepurato nel bosco di MediasetNon possiamo non comprendere la sorpresa di Mentana nell’apprendere che i suoi commensali – la prima linea dell’informazione Mediaset - avevano votato tutti allo stesso modo. Perché se di prima linea si trattava, significa che alla cena erano invitati i direttori dei telegiornali del Biscione. E quindi non possiamo non dichiararci stupiti insieme a Mentana, del fatto che Emilio Fede votasse per il Popolo delle Libertà. A guardare il suo prodotto editoriale, ci pareva di scorgere una chiara impronta trotzkista. Così come saltiamo giù dalla sedia nell’apprendere che Clemente Mimun, all’epoca direttore del Tg5 avesse un cuore che batteva per il centrodestra. Pensateci: direttore del Tg2 quando la rete era appannaggio dell’opposizione (Berlusconi); otto anni lì, e nel 2002 diventa direttore del Tg1: il presidente del Consiglio era Silvio. Nel 2006 vince le elezioni il centrosinistra, e lui lascia la direzione, e l’anno dopo approda al telegiornale dell’ammiraglia Mediaset. Vabeh, c’erano quelle piccole casualità: quella volta che non mandò in onda l’audio del premier che chiamava kapò il deputato socialista tedesco Martin Shulz (il Financial Times scrisse che cose del genere non succedevano nemmeno nell’Urss di Breznev). O quell’altra in cui taroccò l’intervento di Silvio Berlusconi all’ONU, che il Tg1 presentò come accolto da applausi dell’uditorio al gran completo, mentre in realtà fu fatto davanti a un’aula semivuota. Ma a parte ciò, diciamolo chiaramente: con una carriera così variegata, chi poteva pensare che Mimun votasse per il centrodestra? E poi c’è Studio Aperto: all’epoca – così come oggi – era diretto da Giorgio Mulé: assunto al Giornale da Montanelli e confermato da Vittorio Feltri, poi vicedirettore esecutivo di Panorama; quindi il salto a Mediaset dove dirige Videonews prima di approdare alla successione di Mario Giordano. Dal Giornale di Paolo alla Mondadori di Marina fino alla Fininvest di Piersilvio: con un curriculum del genere, di sicuro Mentana si sarà stupito. “Ma non votavi per gli anarco-insurrezionalisti tu, Giorgio? E io che ne ero sicuro!“, gli avrà sussurrato Chicco tra il caffé e l’ammazzacaffé. 

Anche se, proseguendo nella lettura dell’intervista, lo si vede più che altro insistere su un tema che gli sta a cuore: “Mi sentivo a rischio e , quindi, ero psicologicamente preparato a fermarmi. Soprattutto dopo la vicenda Di Pietro, che invitai spesso in trasmissione – l’ultima volta il 3 febbraio, sei giorni prima del lunedì di Eluana – nonostante mi avessero chiesto di non invitarlo più“. Dà a intendere, Mentana, che il non aver soddisfatto le richieste di Confalonieri di non ospitare ancora il leader dell’Italia dei Valori sia stata la classica goccia che fa traboccare il vaso. Povero Chicco: lui non immaginava nemmeno lontanamente che tra Berlusconi e il leader dell‘Italia dei Valori non corresse altro che una cavalleresca rivalità, come si confà tra avversari politici e statisti del loro livello. Ma pensate un po’, sembra proprio che in Italia tutto accada mentre Enrico è un attimo distratto: che i direttori dei Tg Mediaset siano vicini al PdL, che Confalonieri odi contraddire Berlusconi sul tema Di Pietro, e così via. Non solo: nell’intervista Mentana ne dice una ancora più grossa, sempre a proposito della cena: “Avevo assistito a una scena che avrebbe fatto esultare i teorici del conflitto di interessi“. Proprio quelli, pensate un po’, che Chicco ha sempre sfottuto a morte, dicendogli che quella del Biscione appannaggio dell’informazione embedded al Cavaliere era una bufala bella e buona. Ma scherziamo, diceva Mentana come se fosse lui stesso a poter garantire sulla parola: ai ponti di comando dell’informazione Mediaset è presente una trojka veterostalinista, ve lo giuro sulla testa dei figli di Berlusconi, ripeteva Chicco dando quasi l’impressione ai “teorici del conflitto di interesse” di essere gente che aveva le traveggole. Ma adesso possiamo tranquillizzarci: ora che ha aperto gli occhi, a Mentana non sfuggirà più nulla di nulla. Soprattutto, non gli sfuggono i vantaggi del dipingersi come l’ennesimo “epurato” dal berlusconismo imperante, magari con una vernice approntata in fretta e furia, e gonfia di quel risentimento che gli consentirà di accreditarsi come anti-Cav e trovare rapidamente un’altra destinazione, magari verso Sky o la Rai in quota centrosinistra. Sempre sperando che stavolta Chicco stia più attento: magari anche a viale Mazzini rischia di ritrovarsi di punto in bianco circondato da berlusconiani, e di non accorgersene finché non lo cacciano via anche da lì. Passando così gli anni del suo incarico a dire che dove lavora lui c’è il massimo del pluralismo, e dando a chi segue le vicende dal di fuori l’impressione che il pluralismo esista soltanto dove c’è lui a fare il garante. Malignità, subdole ipotesi di chi pensa sempre male. Invece, il fatto che Mentana oggi pianga dopo aver fottuto per quattordici lunghi anni, alla fine rimane solo un dettaglio. Storico, ma pur sempre un dettaglio.

(vignetta di Eiacuelezioni Precoci)

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