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Internidi Donato De Sena
pubblicato il 13 maggio 2009 alle 15:30 dallo stesso autore - torna alla home

Intorno alla consultazione del 21 giugno hanno preso corpo dei luoghi comuni che vale la pena sfatare. Tutti sembrano convinti che la vittoria del sì sconvolgerebbe il quadro politico, quando invece la situazione potrebbe restare piuttosto immutata rispetto ad oggi

Da più parti si sollevano voci discordanti sul sì unanime al referendum che si è andato delineando in questi ultimi giorni. Al netto rifiuto del referendum da parte di Lega Nord, Udc e i piccoli partiti, va aggiunto quello degli appartenenticalderoli I luoghi comuni del referendum al Partito Democratico che non si riconoscono nella linea dettata da Franceschini: c’è chi vorrebbe il ritorno al Mattarellum (Parisi and company) e chi il proporzionale puro senza premio di maggioranza (Vannino Chiti). Sta di fatto che tutti gli oppositori del referendum non si son lasciati scappare l’occasione per sollevare anche questa volta, in perfetto stile italico, il polverone del rischio incombente del ritorno al fascismo, della deriva autoritaria, del pensiero unico imperante. Il primo a farlo è stato Roberto Calderoli, che in un’intervista di un mese fa aveva parlato di “rischio-fascismo“. “Noi, quando decidiamo di andare da soli ci andiamo: non abbiamo paura di finire all’opposizione“, tuonava con tono minaccioso il Ministro, che, mostrando un livello di preoccupazione molto elevato, ci teneva a ricordare ai suoi alleati che la Lega è stata l’unica forza ad andare da sola con l’uninominale e con i vecchi sistemi elettorali. In realtà ci sarebbe molto poco da preoccuparsi, considerando che gli scenari che scaturirebbero dal successo referendario sarebbero non molto diversi da quelli di oggi. Ecco perché.

LISTONI OBBLIGATORI – Innanzitutto né il Pd, né il Popolo della Libertà possono permettersi il lusso di correre da soli. Se vincesse il sì sarebbero costretti ad unirsi in liste allargate almeno agli attuali alleati, rispettivamente running I luoghi comuni del referendumItalia dei Valori e Lega. Per il partito di Franceschini le cose vanno male. Stando agli ultimi sondaggi è inchiodato intorno al 25-26%, lontano dal 33,2 delle politiche di un anno fa, la luna di miele della maggioranza sembra infinita e la corsa solitaria equivarrebbe oggi ad un vero e proprio suicidio: nemmeno il voto utile sarebbe sufficiente a risollevare le sue sorti. E sull’altra sponda la situazione non è molto diversa: il Pdl ha un disperato bisogno di Lega. Infatti, visti i numeri importanti di cui gode il partito di Bossi nelle regioni del Nord (al Senato un anno fa ottenne il 20% in Lombardia e il 26 in Veneto, ad un passo dal Pdl), il partito berlusconiano farebbe fatica ad ottenere la maggioranza al Senato senza di loro, visto che per quanto riguarda Palazzo Madama, anche in caso di successo del referendum, i premi di maggioranza rimarrebbero comunque regionali. Inoltre, come hanno avuto modo di ricordare in questi giorni i sostenitori del referendum, se il Pdl volesse correre da solo per conquistare da solo il premio di maggioranza e il governo del Paese potrebbe tranquillamente farlo con la legge attualmente in vigore. Non si capisce, quindi, come mai i leghisti siano allarmati dai quesiti del 21 giugno, o meglio, non si capisce perché giustificano l’allarme col rischio che il Pdl possa andare da solo. Evidentemente ciò da cui vogliono seriamente stare alla larga i leghisti è il rischio di una sorta di annessione al Pdl, grossomodo come sta accadendo per Alleanza Nazionale, soffocata dal berlusconismo imperante.

MAGGIORANZE RISICATE – Vale la pena di essere sfatato, poi, il mito della migliore governabilità. Anche per quanto concerne l’aspetto della stabilità della maggioranza, infatti, se dovesse essere raggiunto il quorum e se fossero i sìgovern1 I luoghi comuni del referendum a prevalere, la situazione non sarebbe per nulla diversa da quella di oggi: la governabilità non sarebbe affatto garantita, in quanto il premio di maggioranza relativo all’elezione dei senatori continuerebbe ad essere assegnato, come già accennato, su scala regionale e non su scala nazionale come avviene alla Camera. E non è difficile che possa ripetersi in futuro quanto accaduto nel 2006, quando il centrosinistra guidato da Prodi vinse ottenendo solo 3 senatori in più del centrodestra. Bisognerà sperare in vittorie nette come quella di un anno fa, che purtroppo sono l’eccezione più che la regola, per non ritrovarsi maggioranze risicate a Palazzo Madama.

SEMPLIFICAZIONE INCERTA – Passiamo al falso-mito della semplificazione. Per semplificare ancor di più il quadro politico non c’è necessariamente bisogno di apportare modifiche alla legge elettorale vigente. Sicuramente i quesiti referendari si propongono di incentivare ad una drastica riduzione delle liste in campo alle Politiche, ma nulla può per ridurre i particles I luoghi comuni del referendumgruppi parlamentari che si formeranno in Parlamento all’indomani voto. E non è la stessa cosa. Anche il recente passato è lì a ricordarcelo. Il maggioritario in vigore per oltre un decennio, ad esempio, non ha affatto contribuito alla semplificazione del quadro politico. Paradossalmente, si è assistito, invece, ad una proliferazione dei simboli sulla scheda e dei gruppi tra i banchi di Montecitorio e Palazzo Madama. Una legge elettorale, che, invece, non avrebbe dovuto incentivare alla fusione di forze diverse, il Porcellum, ha prodotto, dopo due anni, una semplificazione senza precedenti. Il tutto è stato frutto delle scelte dei principali partiti, Ds e Margherita prima, Forza Italia e Alleanza Nazionale poi, mosse da ragioni politiche e non di mera convenienza elettoralistica. Il successo del referendum del 21 giugno potrà condurre sicuramente ad una riduzione delle forze in competizione ad ogni tornata elettorale (tutti i partiti tenderanno ad aggregarsi), ma non è detto che lo stesso avvenga tra i banchi del parlamento. Gli eletti potranno pur sempre formare tutti i gruppi che credono opportuni. Si tratta della stessa dinamica che si verificava col Mattarellum , di cui già abbiamo parlato la settimana scorsa: tutti uniti sotto il simbolo dell’Unione o della Casa delle Libertà sulla scheda, divisi in mille pezzi il giorno dopo il voto alla Camera quanto al Senato.

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