Geronzi assolto e le Sliding Doors della finanza italiana

12 maggio 2009

Prosciolto perché il fatto non sussiste nel crack Bagaglino. Cesare Geronzi ha incassato ieri una grande vittoria personale, e, insieme ha messo una serissima assicurazione sulla sua vita professionale in Mediobanca. L’accusa sosteneva che le banche nel 1998, nonostante il gruppo Italcase/Bagaglino fosse ormai decotto – le società del gruppo, in tutto 19, sono state dichiarate fallite nel 2000 – imposero una ristrutturazione e, secondo la sentenza di primo grado, nel trattare la vicenda non ebbero un comportamento limpido. Questa impostazione accusatoria è stata ribaltata nella sentenza di appello, che pur confermando le condanne agli amministratori del gruppo turistico-immobiliare, ha assolto i consiglieri delle banche coinvolte (Bam, Bna e Banca di Roma) dall’accusa di bancarotta preferenziale (quella che si verifica quando l’imprenditore, prima o dopo la dichiarazione di insolvenza, agevola un creditore con pregiudizio rispetto ad altri) «perchè il fatto non sussiste» e da quella di bancarotta semplice «per non aver commesso il fatto». Tra gli assolti in secondo grado, dice l’Ansa, ci sono Ettore Lonati (ex cda di Bam), Pierluigi Fabrizi (ex presidente di Mps), Ivano Sacchetti (ex vicepresidente di Unipol), Piermaria Pacchioni (ex presidente Bam), Mario Petroni (ex dg Bam), Paolo Accorinti (ex presidente Bna), Giuseppe Mormile (ex vicepresidente Bna), Roberto Colaninno e Massimo Bianconi (ex ad Bna). Gli imputati nel processo per il crac di Italcase/Bagaglino erano 59 e per molti di loro, dopo la condanna in primo grado, nel processo di appello è arrivata quindi una sentenza di assoluzione. La vicenda del dissesto del gruppo Italcase/Bagaglino si trascina dal 2000, quando il tribunale di Brescia dichiarò il fallimento del gruppo bresciano fondato da Mario Bertelli (condannato in primo grado a 13 anni e condannato anche in appello), con un passivo di 600 milioni di euro. “Siamo sempre stati fiduciosi nel fatto che i giudici avrebbero prima o poi sconfessato il teorema accusatorio fondato sull’apodittica presunzione di un coinvolgimento degli allora vertici della banca – e tra questi del presidente Geronzi – nella vicenda del fallimento del gruppo Italcase. La sentenza odierna dà ragione di questa fiducia e sembra aprire ampi spazi – da verificare col deposito della motivazione – alla fondamentale distinzione tra ruolo delle banche e ruolo dell’imprenditore nelle problematiche penali legate al fallimento“, hanno dichiarato i difensori di Geronzi, Francesco Vassalli e Paola Severino. 

E’ bene spiegare cosa questa sentenza significa. Geronzi è il presidente di Mediobanca, è arrivato alla poltrona dopo la fusione tra Unicredit e Capitalia, e dopo aver detto, durante la trattativa, di essere “indisponibile” alla carica. Ma il banchiere di Marino in realtà quel posto lo ha sempre sognato; un po’ perché era quello di Enrico Cuccia, il mito di tutti i finanzieri italiani; un po’ perché rappresentava per lui il coronamento di una carriera cominciata da impiegato di Bankitalia e proseguita attraverso un’esperienza poco felice al Banco di Napoli, e poi approdata alla Cassa di Risparmio di Roma. Che è diventata una grande banca con l’acquisizione del Banco di Santo Spirito, effettuata attraverso la vendita al Banco stesso dei suoi sportelli, e utilizzando l’incasso per comprare le azioni della banca. Un gioco di prestigio che poteva solo riuscire con un’azienda controllata dall’allora Iri di Romano Prodi, uno che già all’epoca era piuttosto abituato a chiudere un occhio per non chiuderli tutti e due. Poi Geronzi compra tante altre banche medio-piccole, e il suo diventa un grande gruppo bancario; e siccome i supereroi hanno sempre super-problemi, è indagato per usura aggravata e concorso in bancarotta fraudolenta nell’ambito del caso Ciappazzi-Parmalat-Eurolat, e rinviato a giudizio per estorsione e bancarotta societaria. “Secondo l’accusa, Geronzi avrebbe imposto a Tanzi l’acquisto di Eurolat, società del Gruppo Cirio di Sergio Cragnotti ad un prezzo gonfiato, minacciando di chiudere gli affidamenti bancari” dice Wikipedia, e poi aggiunge poco rassicurante che il processo è stato trasferito a Roma. Nel crack Cirio, Geronzi è indagato per l’emissione di due bond su un migliaio, mentre nel caso Telecom per frode fiscale. Come si vede, anche se i casi sono tanti, le accuse sono labili: molto probabilmente cadranno anch’essa. La storia del Bagaglino invece lo proeoccupava molto di più: intanto, perché aveva come accessorio l’interdizione dai pubblici uffici, un po’ perché lo statuto di Mediobanca pretende che non ci siano condannati in via definitiva tra chi è demandato alle cariche sociali. Una condanna in secondo grado, confermata in Cassazione, avrebbe avuto come risultato finale il suo pensionamento anticipato. Con l’assoluzione, questo “rischio” svanisce definitivamente, proprio mentre la crisi ha fatto tornare in auge i modelli di capitalismo di Stato, a sua volta aiutato dalla finanza “strategica“. Praticamente, l’elemento naturale per uno come Geronzi

Queste sono proprio le Sliding Doors della finanza italiana. Soltanto alcuni mesi fa Alessandro Profumo stava portando Unicredit alla guerra contro Geronzi in Mediobanca, che chiedeva più poteri rispetto a quelli dell’amministratore delegato e del direttore generale, i quali portavano i loro ottimi risultati finanziari come argomento per dissuadere gli azionisti dal fare come diceva il presidente. Bisognava vedere se le azioni si pesavano (ovvero se il loro valore dipendeva da chi le possedeva) o si contavano (cioé, vigeva il principio della maggioranza), come diceva proprio la buonanima di Cuccia. Stavolta, si rischiava proprio che si contassero, e che Profumo, forte di essere al comando di un’impresa bancaria che poteva vantare risultati straordinari, riuscisse a piegare Geronzi e vincere la partita. Poi è arrivata la crisi, i rovesci di Borsa e soprattutto è stato squarciato il velo su quei bilanci troppo belli per essere veri. Oggi il capitalismo finanziario italiano si ripiega su se stesso, e un uomo di 74 anni vede confermata la sua indiscussa leadership, magari in condominio con l’amico-nemico Giovanni Bazoli (77 anni). Non è un bene (e non certo per una questione d’età), ma è andata così. Una prece.

***

Sentita al Tg2: ieri a Palermo un disoccupato ha aggredito a colpi di martello una coppia di anziani, riducendoli in fin di vita. Prima di finire linciato, è stato portato via dalla polizia, che gli ha chiesto i motivi del gesto. “Volevo solo installare il digitale terrestre“, ha risposto l’uomo. 

(Vignetta da Hardcore Judas)

7 commenti a Geronzi assolto e le Sliding Doors della finanza italiana

  1. gloria

    “bancarotta preferenziale”…
    ammetto: non l’avevo mai sentito prima

  2. maria teresa

    Sono un classico esempio di lettore medio che non conosce che superficialmente le vicende narrate nell’articolo e che si sente coinvolto dal tono accattivante con cui vengono spiegate le implicazioni della sentenza. Un ottimo modo di far crescere i lettori.
    ( piano piano, nel mio caso ;) )

  3. A ben guardare i volti e i nomi della finanza “creativa” sono sempre gli stessi, in italia poi, diversamente da quanto avviene in altri paesi, l’essere coinvolti in scandali finanziari o in transazioni poco pulite, non segna la fine di una carriera, ma anzi una bella pubblica sanzione di “furberia” e di capacità di “gestione” di certi affari.

  4. @ trippi: è una specie di medaglia al valore :D

  5. Digitale terrestre o videodrome? O_O

  6. ASSOLTI! ASSOLTI! ASSOLTI!

  7. rebyjaco

    Ma quanti sono i Geronzi, Romeo, Tanzi, Provenzano, Mastella, De Mita, Corona,Cuffaro,Angeletti,Caltagirone, Casini ecc. ecc. ecc.In Italia? Ma chi sono i loro amici???? Solamente i cattivi di destra? Chi accetta(?) i LORO contributi generosi? Perchè non pubblichiamo i nomi di TUTTI coloro che ricevono i LORO COSTOSI “” REGALI “”
    Un’altra cosa alla quale non ho MAI avuto risposta,La riforma elettorale va fatta. Ma perchè non si RIDUCE LA LEGISLATURA A 4 ANNI invece di CINQUE? MAI sentito parlare di qualcuno che l’abbia proposto. In quattro anni, si fanno meno danni che in cinque, inoltre si ha un ricambio più vicino agli “” Umori “” degli Elettori. Per una volta, i nostri eletti (si fa per dire) potrebbero pensare al Paese più che a se stessi.

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