Il viaggio di Benedetto XVI in un paese ostinanatamente chiamato Terrasanta, invece che Israele. I buoni rapporti della Santa Sede con l’Iran, che vorrebbe cancellare lo Stato di Israele dalle cartine geografiche. Sono cose che si tengono: basta aver presente che “la Terra Santa e i suoi luoghi santi appartengono al Cristianesimo, il Vero Israele” (L’Osservatore Romano, 14.5.1948).
“Provvisoriamente”, la rubrica di Luigi Castaldi su Vaticano e dintorni
- UN PO’ DI PASSATO - Nel giorno in cui nasce lo Stato di Israele, L’Osservatore Romano rompe un lungo silenzio e palesa, con amarezza, quali
fossero, siano e saranno le pretese della Chiesa in Palestina: “La Terra Santa e i suoi luoghi santi appartengono al Cristianesimo, il Vero Israele“. È il 14 maggio 1948 e da quel momento in poi, la parola Israele diventa un tabù e perfino Paolo VI, primo papa in Terra Santa, riesce a non pronunciarla mai, né prima, né durante, né dopo il suo viaggio nello Stato – appunto – di Israele. La ferita è ancora fresca, diciamo.
“Per quanto riguarda il destino dei luoghi santi e in generale degli interessi cattolici in Palestina, il Vaticano avrebbe preferito che né gli ebrei né gli arabi, ma una terza forza esercitasse il controllo in Terra Santa; in ogni caso, sapeva bene che questa soluzione era irraggiungibile e, nelle presenti circostanze, preferiva gli arabi agli ebrei“, così scriveva, l’8 agosto 1949, il ministro plenipotenziario della Gran Bretagna presso la Santa Sede, John Victor Perowne. La decisione britannica di rimettere il mandato in Palestina era stata della primavera del 1947; la cosa aveva messo il Vaticano in grande difficoltà. Quando se n’era ventilata l’ipotesi, nel 1945, monsignor Thomas McMahon, massimo responsabile della politica vaticana in Medio Oriente, aveva scritto: “La Palestina è internazionale. Un governo internazionale della Palestina [il riferimento, oltre nel testo, era alle Nazioni Unite] è la soluzione migliore fra tutte, perché tutela il carattere sacro della terra natale di Cristo“.
Fin lì, il controllo britannico della regione aveva dato ottime garanzie alla Santa Sede che pure non aveva mancato di esprimere qualche timore, quando la cosa era ancora in discussione presso la Società delle Nazioni nel 1922, per voce del suo Segretario di Stato, il cardinal Pietro Gasparri, ancora una volta sulla possibilità che la posizione ebraica risultasse privilegiata. Poi, le cose s’erano messe per il meglio, e per nessuna delle tre confessioni – cattolica, musulmana ed ebraica – c’era stato di che lamentarsi troppo, almeno non ufficialmente.
Per la Santa Sede l’opzione dell’internazionalizzazione della Palestina poteva essere messa da parte, per essere tirata fuori un quarto di secolo dopo. A opporsi decisamente, allora, furono musulmani ed ebrei e non se ne fece nulla. Come sempre fa, quando non può far sentire la sua voce con la forza che vorrebbe, il Vaticano tacque, si ritirò dai maneggi e lasciò fare, limitandosi a dichiararsi “del tutto indifferenti alla forma di regime che la vostra stimata Commissione [delle Nazioni Unite] potrà proporre, purché nelle vostre proposte conclusive vengano presi in considerazione e tutelati gli interessi della Comunità cattolica, protestante e ortodossa“.
Andava prendendo corpo, però, qualcosa che la Santa Sede temeva più d’ogni altra, e che non si aveva idea di come si potesse ostacolare: la nascita dello Stato di Israele. Sir Alan Cunningham, l’ultimo dei commissari britannici in Palestina, scrisse nel 1947: “La cosa peggiore, dal punto di vista cattolico, è che Gerusalemme finisca sotto il controllo ebraico“. Qualche odierno residuo di screzio tra lo Stato della Città del Vaticano e lo Stato di Israele viene dalla storia certamente, poi chissà se pure dalla teologia. In ogni caso, fino a tutto il 1948, ogni voce vaticana si astenne scrupolosamente dal seppur minimo cenno alla Palestina, cercando di far garante il governo degli Stati Uniti, presso il quale si spese il cardinal Francis Spellman: “Se in ogni caso la spartizione sarà imposta – aveva scritto a George Wadsworth, ambasciatore Usa in Iraq – non bisogna perdere l’occasione di fissare un sistema accuratamente concepito e dettagliato di garanzie e tutele per i luoghi santi e per le minoranze cristiane“.
Seguono anni freddi in ogni senso, fino a quando nel 1967 la Santa Sede si rende conto, insieme al resto del mondo, che gli ebrei intendono difendere il possesso di Israele ad ogni costo, e che ci riescono pure facilmente. Da lì in poi, se non guarita, la ferita è come rimossa, traslata sul piano ecumenico, sicché diventa d’obbligo una nuova posizione verso l’Antico Testamento, e Gesù diventa sempre più ebreo. Sul piano diplomatico, non si può più tardare il riconoscimento dello Stato di Israele, e nel 1993 un papa lo fa: lo riconosce 45 anni dopo la sua nascita, mentre nel 2000 riconosce lo Stato palestinese, ad ora non nato.
Sul Corriere della Sera del 15 febbraio 2000, l’incipit e la chiusa di un articolo a firma di Luigi Accattoli fanno l’affresco storico: “Yasser Arafat viene oggi a Roma, incontra Carlo Azeglio Ciampi e Massimo D’Alema e va per la nona volta in Vaticano: lì assisterà alla firma di un importante «accordo» tra l’Autorità palestinese (di cui è presidente) e la Santa Sede, che dovrebbe avere – nei confronti del mondo palestinese – lo stesso rilievo che ebbe l’accordo del 30 dicembre 1993 con Israele. [...] «Non era necessario che Arafat venisse a Roma per la firma dell’accordo», dicono ancora in Vaticano. È Arafat che ha chiesto di vedere il Papa in questa occasione e Giovanni Paolo II ha accettato di riceverlo «come fa sempre volentieri». Secondo fonti palestinesi, l’accordo conterrebbe anche una clausola su Gerusalemme, nella quale il Vaticano si impegnerebbe a «non riconoscere» eventuali «decisioni unilaterali» di Israele su «Gerusalemme orientale». È nota la posizione vaticana in materia: «Gerusalemme orientale è occupata illegalmente», disse per esempio l’arcivescovo Jean-Marie Tauran – responsabile vaticano dei rapporti con gli Stati – il 23 ottobre del 1998, parlando proprio da Gerusalemme“.
Eccoci ad oggi, o quasi. Nel 2006, il papa, quello che oggi è in pellegrinaggio verso Gerusalemme, arriva a dire – e sono belle soddisfazioni per gli ebrei, cazzarola! – che “lo Stato d’Israele deve poter sussistere pacificamente in conformità alle norme del diritto internazionale” (udienza del 20.1.2006). Nessuno nota che è usato il verbo sussistere invece che il verbo esistere? Sussistere è il verbo che il Concilio Vaticano II ha scelto per significare che la vera Chiesa è la (esiste come) Chiesa cattolica apostolica romana. Lo Stato che si dice “di Israele” – lo Stato che ha per capitale Tel Aviv, perché il diritto internazionale non ha mai riconosciuto come valide le dichiarazioni di Gerusalemme capitale – “deve poter sussistere“: Gerusalemme, almeno «Gerusalemme orientale», non gli è data nel pieno governo.





















AZZ, abd nuio imccamm les omoxxexualle che song sporcaccion
ma komunkue song minoritè entre la majoritè (e quinni ‘e putemo pija a carcinkul)
ma azz, vuie, abd el grandissm fetendoni ve pijate the lux of pija’ a carcinkul le femmene, che pur song la majoritè e quinn, ve duvete sta accuort, non carantento loro la stabilità della rection matrimmonnielle e nun ce pagat facilmente manque les alimenti
azz isc abd el selim salammallek e pientete
Una crociata disarmata, di solito….
Smettiamola, per favore, di dire che il Vaticano è un alleato nella battaglia per l’Occidente. E’, nel migliore dei casi, un compagno di viaggio sempre in attesa di poterci gettare in pasto al primo brigante, pur di salvarsi….
La superbia fa brutti scherzi ragazzi. Pregate, pregate, pregate.