di Vincenzo Pinto (calvin)
postato alle 10:28 del 7 Agosto 2008 in EconomiaTorna alla home

Vediamo come se la sta cavando l’economia italiana, al di là dei proclama delle maggioranze e delle opposizioni che si sono succedute negli anni, analizzando brevemente l’andamento delle entrate e delle uscite, e le prospettive future.

Le principali società di rating al mondo (S&P, Moody’s, Fitch) hanno tutte negli ultimi anni, rivisto la valutazione data allo Stato italiano. La notizia è stata naturalmente inquadrata all’interno del tifo da stadio che contraddistingue la politica nostrana: “Il Governo Prodi bocciato da S&P”, “Silvio rimandato da Moody’s” potrebbero essere due titoli letti veramente da dieci anni a questa parte. Tecnica ormai abusata per fare leva sulla panza dell’elettore e far dimenticare che le tasse per pagare - tra le altre cose - gli interessi sul debito si pagano a prescindere dal voto espresso.

RATING E AGENZIE DI RATING -  Da un po’ di tempo le agenzie di rating non se la passano bene: valutazioni, modello di business, modelli interni, tutto messo in discussione dopo le ultime “disavventure” nel fantastico mondo della finanza strutturata. E sebbene ci mettano ogni tanto del loro (vedi il caso del Comune di Roma, difeso a spada tratta a giugno e downgradato un mese dopo!), le loro valutazioni continuano ad avere una buona significatività statistica e una forte influenza sul mercato. Oggi, sfortunatamente per il contribuente italiano, sono finiti i tempi della liquidità abbondante e dei “debiti sovrani tutti uguali”, quando la differenza (spread) tra debito italiano e tedesco si misurava in un intorno di 20 punti base (poco piu’ dello 0.2% del PIL italiano); oggi siamo sopra quota 50 pb (0.54% del PIL) e le prospettive… Fosse un’azienda qualsiasi, l’azienda Italia presenterebbe non poche criticità.

PRODUTTIVITÀ - Trattandosi di un’azienda la cui fonte primaria di introiti consiste in imposte reddituali e patrimoniali, le dinamiche del reddito rivestono un particolare interesse. Su questo versante la situazione è decisamente preoccupante: dall’avvio dell’UEM, la crescita del prodotto è sempre stata inferiore alla media europea, e già da qualche anno si gioca l’ultima posizione con il Portogallo. In aggiunta, nessuna delle principali forze politiche che si sono succedute al governo negli ultimi 10 anni si sono dimostrate in grado di implementare una serie di riforme strutturali e market-oriented in grado di aumentare la produttività. Tanto per non dilungarsi, l’Index of Economic Freedom della Heritage Foundation per il 2007 ci vede ben lontani in Europa dai primi della classe (Regno Unito, Irlanda, Lussemburgo), preceduti addirittura dalla Slovenia; anche a livello mondiale la situazione è sconfortante, con un 60esimo posto (in peggioramento) e un valore per la freedom from government da socialismo reale.

FATTURATO -  I dati sulla base “commerciale” dell’azienda Italia non sono granché incoraggianti. In compenso, se consideriamo la capacità di “fatturazione”, la reazione è duplice: da un lato, lo stupore per un’azienda che riesce a sfruttare la sua base commerciale con tassi effettivi ben superiori al 50% del reddito, pur offrendo servizi assolutamente carenti nel core business (in particolar modo giustizia ed istruzione), senza scatenare rivolte di piazza di magnitudo Bava-Beccaris. Dall’altro, lo sconforto nel vedere che dove si poteva fare cassa si è già fatto, lasciando spazi praticamemte nulli per ulteriori incrementi della pressione fiscale. L’ultima moda per produrre introiti extra è stata il recupero di evasione fiscale, ma anche in questo caso i frutti sono limitati, dal momento che nelle zone più produttive, l’evasione stimata è già a livelli europei conderati “fisiologici” (virgolette d’obbligo in questo caso).

SPESA PUBBLICA - In generale, la dinamica della spesa primaria in Italia è bizzarra assai. Anzitutto, è un po’ come il prezzo della benzina: elastica solo quando aumenta. Il rallentamento dell’economia nei primi anni ‘80 ha portato la spesa pubblica dal 32% al 37% del PIL, livello dal quale non è più riscesa, anzi: il successivo rallentamento di inizio anni ‘90 ha fatto toccare il 40% del PIL, con una riduzione temporanea dovuta alla solita UEM; una volta acquisito l’ingresso nell’area Euro (2000) la spesa è tornata a crescere, complice anche il nuovo rallentamento dell’economia di inizio millennio. In aggiunta, il Libro Verde sulla Spesa Pubblica mostra anche un aumento del prezzo dei beni pubblici forniti, sebbene l’aumento della quantità di beni dovrebbe normalmente portare ad economie di scala. L’andamento di questo indicatore è riportato nella figura a fianco, e mostra un livello di inefficienza dell’azienda Italia superiore a quello dei principali concorrenti. Sai che novità.

PENSIONI E SANITÀ - Secondo uno studio del 2005 a cura di Bankitalia, la curva demografica dell’Italia è già una delle più preoccupanti tra i paesi industrializzati. Già adesso gli over-65 sul totale della popolazione sfiorano il 20%; il dato più preoccupante però, riguarda il tasso di dipendenza - il rapporto, cioé, tra anziani e popolazione in età lavorativa. Le previsioni sul lungo periodo sono ovviamente complesse, ma le stime delle Nazioni Unite vedono questo rapporto attestarsi - nel 2050 - su livelli prossimi al 65%: in soldoni, ipotizzando che tutti gli over-65 non lavorino, vuol dire che per ogni tre lavoratori ci saranno due pensionati. Questo si tradurrà inevitabilmente in un aumento della spesa pensionistica e sanitaria. Sempre secondo le stime di Bankitalia, la spesa sanitaria dovrebbe aumentare da qui al 2050 di più di 2 punti di PIL, mentre per quella pensionistica l’impatto dovrebbe attestarsi intorno ad 1 punto*. Numeri che farebbero la gioia di altri paesi - gli Stati Uniti ad esempio prevedono un aumento della spesa sanitaria dal 2.6% al 7.0% del PIL - ma che nel caso italiano appaiono ancora più preoccupanti visti i problemi già evidenziati dal punto di vista delle “entrate”.

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