L’Abruzzo, il terremoto e l’Italia di cui mi vergogno
07/05/2009 - Viaggio nel sisma dimenticato: l’altra faccia dell’Italia, non solo solidarietà e amore. E il peggio arriva da chi meno te lo aspetti. Hanno raccontato molte storie. Tragiche, felici, deplorevoli, lacrimevoli, positive. D’ogni tipo. Dal recupero dei sopravvissuti, sotto le macerie,
Viaggio nel sisma dimenticato: l’altra faccia dell’Italia, non solo solidarietà e amore. E il peggio arriva da chi meno te lo aspetti.
Hanno raccontato molte storie. Tragiche, felici, deplorevoli, lacrimevoli, positive. D’ogni tipo. Dal recupero dei sopravvissuti, sotto le macerie, ai 16 bimbi volati via. Dal vigile del fuoco, stroncato da infarto per lo sforzo eccessivo, gloriato da eroe, ai vigili e volontari innominati; perché, come ha detto qualcuno nella tendopoli del mio Comune, “se non muori, non sei un eroe“. <Sventurato
quel mondo che ha bisogno di eroi>, ha scritto Bertold Brecht. Dal grande impiego di risorse e mezzi, fino alla loro inadeguata gestione, fino alla mancanza di coordinamento. Fino allo sciacallaggio.
SCIACALLI IGNOTI - Tuttavia, non ho visto nessuno parlare dello sciacallaggio di seconda generazione. D’altronde, non è facile rendersene conto, neanche tramite i potenti mezzi dei mass-media. Perchè è quello sotterraneo e fuggevole, absconditus, come il Dio che non ho visto il 6 Aprile, di quelle che dovrebbero essere le vittime, i terremotati, sfollati o come li si voglia chiamare. Qualsiasi definizione ci sta bene, ormai. E’ la storia di persone senza vergogna e senza la dignità degli abruzzesi, tanto decantata dai giornalisti. Perché, come al solito, non si può far di tutta l’erba un fascio, di fronte le telecamere son tutti bravi a mostrare il proprio profilo migliore. Quando le luci si spengono, però, quando l’occhio del Grande Fratello si chiude, tutto torna allo squallore della sopravvivenza quotidiana, del bellum omnes contra omnes. Certo, sono sciacalli i distinti signori che van di notte (ma anche di giorno) per case doloranti a far saccheggio; è uno sciacallo la signora venuta appositamente da Roma, dove ha una splendida magione immagino, a farsi consegnare le merci stockate nei magazzini di fortuna, fingendosi una sfollata; sono sciacalli le onestissime persone che, nei primi giorni, rubarono un pacco di pettorine della Protezione Civile, spacciandosi per esperti geologi, convincendo la gente ad uscir di casa, con lascusa di un’altra scossa, onde introdursi a rubare.
BASTA BIBERON - Un altro genere di sciacalli è, invece, composto da alcuni (in verità molti) degli abitanti del mio Abruzzo, tanto amato, cacciati dalla propria dimora, come me, come troppi altri, dal sisma di quel maledetto 6 Aprile, ore 3.32. Ed è questo l’aspetto che ferisce, dopo i crolli, dopo i decessi, dopo aver perso una casa, di cui si pagava ancora il mutuo, dopo aver dormito per giorni all’addiaccio, cose che ci hanno già ferito abbastanza. Ma, a quanto pare, il troppo non è mai troppo. Ho visto cose che mi hanno fatto vergognare, sin nel midollo. Non riuscirei a raccontarle tutte in quest’articolo. Che non sarà affatto politically correct. Il 22 Aprile 2009, sedici giorni dopo quell’orrida notte, nel mio Comune diluviava: alle 13.00 circa, sono capitato al campo sportivo, dove ha sede la tendopoli, sotto la pioggia battente. Molte tende, tra cui quella ospitante il Centro Medico temporaneo, si stavano allagando, trovandosi la base di ghiaia su cui poggiano allo stesso livello del terreno, non permettendone, dunque, il deflusso. Sicchè, i volenterosi e salvifichi alpini, di buona lena, hanno scavato canali e collegamenti, per consentire all’acqua di scendere a valle: non ho visto nessuno, nessuno dei miei compaesani alloggiati nelle tende prendere in mano un piccone, una vanga, una pala, offrire un aiuto a quel gruppo minuscolo di combattenti nella loro opera. Vogliamo sempre lo Stato assistenzialista. Rimboccarsi le maniche pare impossibile. Mi chiedo chi cucinerà nei campi, chi scaverà canali, chi monterà tende, chi distribuirà cibo il giorno in cui i volontari torneranno al giusto riposo, dalle loro famiglie, al loro lavoro. Ho a mala pena 22 anni, ma per quel che no so e mi han raccontato, Gemona l’hanno ricostruita i Friulani, sebbene non fossi nato a quel tempo. Qui, invece, dopo quasi tre settimane ci danno ancora il biberon.
DOLORE – Giorgio Gaber, in una sua canzone, ha scritto: mi fa male il mondo. Anche a me. Mi fanno male i gruppi di sfaticati che stazionano di fronte agli ingressi dell’edificio dove è stato istituito il COM, Centro Operativo Misto, della mia zona, intralciando il lavoro dei poveri fessi che stanno dedicando anima, corpo, tempo, sudore a troppe persone che non si meritano tanta attenzione. Mi fa male la latitanza di alcune figure istituzionali del mio Comune. Mi fa male la mancanza di coordinamento dei lavori di sgombero, rimozione delle macerie, della stessa attività di volontariato. Mi fa male la passerella dei papaveri dell’alta politica. Mi fa male vedere L’Aquila distrutta. Mi fa male che i volontari si accollino, troppo spesso, lavori che non gli competono, perché gli abitanti del posto non sanno o non vogliono darsi da fare. Mi fa male sapere che troppe persone, le quali dovrebbero svolgere alcune attività fondamentali qui a L’Aquila, pur avendo la casa agibile, pur potendo viaggiare se del caso, stanno, invece, godendosi la villeggiatura sulla costa abruzzese, ospiti di alberghi di lusso, il cui pernottamento lo paghiamo noi abruzzesi, gravando sul bilancio regionale, e, per altra parte, voi italiani, gravando molte spese, troppe anche inutili, sul bilancio della Protezione Civile. Mi fa male vedere sempre le stesse facce dinanzi al magazzino, dove si effettua la distribuzione dei beni donati,
le stesse persone che si presentano anche sette volte al giorno. Mi fa male sapere che molte di queste facce nascondono delinquenti d’ogni dove, che caricano merci di cui non hanno bisogno per rivenderle al mercato nero. Il codice penale la definisce ricettazione, preceduta dal furto aggravato. Mi fa male che molti di questi sedicenti signori non verrano mai arrestati, processati e puniti. Mi fa male sentire promesse non mantenute da parte delle Istituzioni. Mi fa male che troppi miei concittadini non dicano mai un “grazie” ai volontari venuti da tutta la nostra amata Italia. Mi fa male, anzi mi fa schifo, che, invece, si rivolgono con somma arroganza a questi volenterosi uomini e donne, che si sono guadagnati il paradiso per il solo fatto di avere a che fare con questa gente.
IO, ABRUZZESE - Mi fa male il futuro di questa città, dei suoi comuni limitrofi, della sua storia, della sua economia, dei suoi abitanti, un futuro che vedo incerto e che, talvolta, mi sembra inesistente. Mi fa male il timore delle infiltrazioni mafiose; ma fa più male sapere che una mafia sotterranea, ambigua, già esiste qui, composta da gente che sin dal secondo giorno lucrava su questa sciagura. Mi fa male vedere sempre due facce dell’Italia: la splendida Italia solidarista, che, fregandosene della crisi, ha donato la sua anima più bella; e la solita, vetusta, angosciante, Italia dei ladri e dei truffatori. Tuttavia, ciò che mi fa più male, è sapere che questi delinquenti, sono spesso i miei vicini di casa, i miei compaesani, i miei conterranei. Oggi, è il 6 Maggio, un mese dopo. E mi fa male voler andar via da qui.













Cristo Santo: quando leggo certe cose spero sempre trattarsi di letteratura…
Caro Comix,grazie per il complimento, sono molto sensibile all’asulazione ora il mio ego si è appena gonfiato XD. Concordo sul fatto che la fuga di “cervelli” non va bene, non è quella la mia intenzione, ma ferma resta l’ambizione di fare esperienze lavorative e non al di fuori di questa regione, non solo per i motivi descritti nell’articolo. Vedremo. Spero di poter tornare a seguire assiduamente questo sito e il resto dell’amato web al più presto(la mia connessione in questi giorni è un po’ ballerina per ovvi motivi, dovrò consultare un tecnico prima o poi). Per ora vi saluto, a buon rendere.
Un pezzo dal leggere e rileggere e far leggere: non solo per gli abruzzesi ma per tutti noi! Dalle mie parti (e credo un po’ ovunque) si dice “aiutati che dio t’aiuta!” e questo dovremmo sempre averlo a mente perché molte più volte di quante non si creda le cose ce le potremmo fare da soli e invece stiamo sempre ad aspettare la pappa scodellata…
Io credo che l’Abruzzo e la sua gente abbiano ancora bisogno dell’Italia tutta ma prima ancora hanno però bisogno di se stessi!
Lisa
Ecco una diversa angolatura dei fatti…in cui serpeggia, purtroppo, anche l’indifferenza…
Bravo zoso.
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