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di Leonardo Daverio Patrizi (IHC)
pubblicato il 8 maggio 2009 alle 10:29 dallo stesso autore - torna alla home

Dopo avere brevemente dissertato qualche giorno fa dell’aspetto teorico generale delle idee di Latouche, in questa seconda parte si entra nel vivo della parte più propositiva del secondo capitolo del “Breve trattato sulla decrescita serena”. Per scoprire che assomiglia molto ad un “feudalesimo di ritorno”

Dopo avere espresso nel primo capitolo le nostre perplessità sulle troppo deboli basi teoriche della “decrescita”, concentriamoci sulle “ricette” politiche. La grandezza del progetto dei “decrescitari” vede la necessità di una “rivoluzione culturale” che quindi tocchi anche la politica. Considerato che tutti i rheader icon Felici di decrescere? Uno sguardo più in dettaglioegimi produttivi sono stati  votati alla “crescita“, è dalla politica stessa che deve venire il cambiamento, e il cambiamento sta in “un progetto di costruzione, nel Nord come nel Sud, di società conviviali autonome ed econome” (p.43). Parlando di un progetto, necessariamente politico, Latouche propone una lista di otto indicative parole d’ordine, otto “R” (distribuite in sette ieratici punti) quali cardini dell’applicazione della “teoria della decrescita”.

LE 8 R DELLA DECRESCITA – Cominciamo vedendo quali sono le 8 R. La prima. Rivalutare: recuperare i valori di “dovere di solidarietà“, collaborazione, tempo libero, gioco, socialità… così da soppiantare l’ossessione del lavoro e del consumismo; deve prevalere il locale, l’autonomia; la “bella opera” deve scavalcare l’efficienza. La seconda. Riconcettualizzare: predisporsi verso un modello di economia diverso a seguito del cambiamento dei valori. La terza Ristrutturare: uscire dal capitalismo, ribaltare il sistema produttivo in base ai nuovi valori. La quarta. Ridistribuire: la riduzione del consumo nel Nord varrebbe a ridurre il potere dei produttori che vi hanno vissuto sopra, il che permetterà di ridurre l’impoverimento di risorse del Sud del mondo; accessorio a questo potrebbe essere un “mercato” dei “diritti di prelievo” dalla natura in modo da gestire i suoi limiti di rigenerazione. La quinta. Rilocalizzare: si intende la limitazione degli scambi di merci ai soli beni non producibili localmente, cercando il massimo dell’autarchia anche a livello politico e culturale. La sesta. Ridurre: riduzione di consumi sprechi e rifiuti nel rispetto dei limiti della natura; oltre a questo deve venir fermato il turismo, sia per eliminare i “costi” degli spostamenti che per radicare le persone al territorio di origine; in forza, e al fine, di tutto questo sta la riduzione del tempo di lavoro, che ridurrebbe la disoccupazione e stimolerebbe la rotazione dei lavori; occorre “disintossicarsi dalla ‘dipendenza da lavoro’ ” (p.53) a favore del gioco,del piacere della produzione libera, della contemplazione, della conversazione. La settima e l’ottava: Riutilizzare/Riciclare: ci sono già i progetti, ma “quel che manca sono gli stimoli necessari a spingere le imprese e i consumatori a imboccare una via ‘virtuosa’. Ma questi stimoli sono abbastanza facili da concepire. È la volontà politica di crearli che fa difetto” (p.54).

L’AUTONOMIA DEL “DECRESCITARO” – Continuando a leggere, si passa ad una riflessione sull’autonomia, il “farsi da soli le proprie leggi“, (opposta all’eteronomia del mercato). Non è libertà senza limiti perché, ricordando Aristotele, “per imparare a comandare bisogna cominciare col saper obbedire” (p.55). “Nella prospettiva di una società di cittadini liberi, il ’sapere’ dell’obbedienza si deve intendere come un apprendistato, una sottomissione non servile alla legge che ci si è dati, mentre la sottomissione servile è appannaggio della tirannia. In entrambi i casi, è incontestabile che nella servitù volontaria vi sia una soddisfazione, e il tenue cworld money 749727 Felici di decrescere? Uno sguardo più in dettaglioonfine tra le due forme di sottomissione non può che essere problematico” (p.55). Alla base c’è la reciprocità, permessa dalla convivialità per “ritessere il legame sociale disfatto dall’ ‘orrore economico’. La convivialità reintroduce lo spirito del dono nel commercio sociale“. (p.55). Scusate, ma questi discorsi andavano riportati per intero.

LA PIRAMIDE DELLE ECOMUNICIPALITA’ – La meta dei “decrescitari” è la creazione di una “ecomunicipalizzazione“, una municipalità di piccole municipalità formate da un comune di comuni più piccoli, intesi come beni comuni, spazio comunitario (p.57). Da qui vengono le “ecoregioni“, entità spaziali omogenee dotate di una forte capacità di autosostenibilità ecologica. “Quel che conta è l’esistenza di un progetto collettivo radicato in un territorio inteso come luogo di vita comune e dunque da preservare e da curare per il bene di tutti” (p.58). Per garantire l’autosostenibilità della municipalità “i bisogni accettabili dovrebbero essere stabiliti dall’insieme della comunità [...] La comunità può decidere che non si può superare un certo limite” (p.68). La loro visione è quindi di un sistema piramidale con vari livelli che si riflettono nelle competenze decisionali, con alla base la “polverizzazione” comunale di soggetti legati all’ambito territoriale con spiccata attitudine ecologista e pattern di consumo rivisto. Gli scambi, limitati come già detto, sono da favorire tramite il baratto in quanto più equilibrati (p.62) o tramite “monete bioregionali” che mantengano la moneta in loco (p.63).