di Alessandro D'Amato (Gregorj)
postato alle 09:17 del 6 Agosto 2008 in Rassegna stampaTorna alla home

E’ proprio vero che la storia non insegna nulla. Prendete le petizioni online: sono anni che si dibatte su quanto effettivamente siano verificabili le firme ricevute (e, giuridicamente, si propende tutti per il riderne davanti a una birra). Eppure ogni anno qualcuno ne inizia puntualmente una per le cause più disparate. Lo scorso anno, a novembre, toccò a Forza Italia organizzare una imponente raccolta di firme per mandare a casa l’ei fu governo Prodi. Pietra miliare dell’organizzazione, il sito rivotiamo.it, che raccolse non si sa quante centinaia di milioni di migliaia di firme. La solita canaglia comunista, però, fece notare come fosse facilissimo aggiungere plurime o false firme senza subire nessun controllo. E quindi i dati, spacciati per volontà di non si sa quanti italiani, potevano benissimo essere fasulli. Banale disattenzione? Non troppo, visto che ora al posto di rivotiamo, c’è una pagina di iscrizione al neonato PdL. E per quello la carta d’identità te la chiedono.

Insomma, si diceva, la storia non insegna nulla: è di qualche giorno fa infatti il pomposo annuncio dell’Unità che la quota di adesioni alla grande petizione contro il governo Berlusconi e i suoi modi bruschi ha toccato 650mila unità, per la gioia (immaginiamo) di Veltroni e dei veltroniani.  Mentre ieri Bassolino e Cacciari hanno entrambi annunciato che la firma  su quel foglio non hanno intenzione di mettercela. Non a torto. Perché queste petizioni dovrebbero essere affrontate con più serietà. Già il nome, “Salva l’Italia”, riecheggia il “Rialzati” dell’avversario. Anche qui, lo scivolone più grosso è il metodo di raccolta delle firme: web a volontà. Una pagina, quattro spazi bianchi da riempire, ed ecco salvata la Patria dal tiranno di Arcore. E come tirarsi indietro difronte a cotanto atto eroico? Si parla di 650 mila firme. Messe da chi? Se volete firmo anch’io, una decina di volte se necessario. E sarebbe divertente scorrerle, chissà in quanti “Silvio Berlusconi” ci si imbatterebbe. In realtà, dietro la facciata di una mossa rivolta al “popolo del web” c’è un calcolo politico ben preciso: Walter approfitta del fatto che tutti sono distratti per ricordare che il segretario del partito più votato - e quindi, il “legittimo” oppositore, per quanto faccia ridere la cosa - è lui. Difatti, a rispondergli all’epoca è stato proprio Di Pietro, che non c’era “nessuna conta” da fare, visto che l’iniziativa era stata annunciata tatticamente poco prima dell’8 luglio, giornata di Piazza Navona. Poco importa che nell’articolo dell’Unità si dica che quelle raccolte sul web sono soltanto 20mila (tra l’altro, se fosse vero questo rappresenterebbe un dato davvero deludente: se si riesce a portarne così poche su internet significa che il PD sul web non esiste). La stessa cosa si può fare nei gazebo del PD: non essendoci nessun controllo di validazione, si può firmare anche ogni volta che si incontrano le promotrici, specialmente se carine. E allora, di che parliamo? O meglio: quando passiamo a parlare di qualcosa di serio?

Sul Riformista (non credo che il pezzo sia on line), Tonia Mastrobuoni spiega cosa è successo e cosa succederà alla famosa/famigerata norma anti-precari voluta dalla Lega e avallata con poco piacere dal governo: “Alle Poste il precario è Sarmi. Il caso potrebbe diventare di scuola“, quando arriverà alla Corte Costituzionale per una (prevedibile?) bocciatura per incompatibilità con l’articolo 3 della Carta fondamentale. La Mastrobuoni continua dicendo che Sarmi rischia, nel caso non fosse capace di fare fronte all’emergenza (che potrebbe riguardare 40mila persone, stando a quanto dichiarato da Sacconi), di essere accompagnato alla porta. “Rischiando” di avviare la privatizzazione delle Poste. Ma c’è di più: secondo un lapsus del sottosegretario Vegas, interpretato dall’articolista, sembra che la norma sia stata varato con l’accordo dei sindacati. Che potrebbero così lanciare una ciambella di salvataggio allo stesso Sarmi allo scopo di evitare la privatizzazione. Sul Sole 24 Ore, invece, Antonella Olivieri fa sapere che le banche creditrici di Pirelli e Benetton in Olivetti - Capitalia, Antonveneta, Interbanca - hanno in pegno il 18% di Telecom. Andiamo davvero bene.

A quasi un mese dalla nostra segnalazione anche il Censis si accorge che più della metà delle morti bianche sono dovute ad incidenti stradali (sia in itinere, cioè da o verso l’ufficio, che durante lo svolgimento del lavoro, come può essere per camionisti o commercianti): ben 609 su 1170. Poi però, nel tentativo di mostrare che comunque la situazione è drammatica afferma che “L’Italia è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro”. Però, però. Se si escludono gli infortuni in itinere o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005). Ora però un istituto di statistica dovrebbe sapere che se a 1170 togliamo 609 otteniamo 561 che confrontato con gli altri dati farebbe dell’Italia il paese dove si muore di meno per lavoro, e non di più. Abbiamo provato a contattare il Censis ma una voce registrata ci ha detto che sono in ferie da ieri. Forse la fretta di mandare l’ultimo comunicato gli ha giocato un brutto scherzo. O forse abbiamo sbagliato noi qualche calcolo (cosa possibile, visto che non conosciamo i dettagli del rapporto, non essendo scaricabili sul sito. Inutile aggiungere che Repubblica ha copiaincollato l’articolo senza un minimo di analisi (aritmetica), seguita in questo dal Corriere, la Sampa e Ilsole24ore che con i conti dovrebbe saperci fare un po’ di più. Quindi, evidentemente ci sbagliamo noi. Speriamo.

(Ha collaborato: Pietro Marmo per la parte del Censis)
Vignetta di artefatti

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