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Economiadi Leonardo Daverio Patrizi (IHC)
pubblicato il 30 aprile 2009 alle 12:30 dallo stesso autore - torna alla home

Fra valori “superiori” e teorie economiche (o fisiche?), breve dissertazione su una di una corrente di pensiero. Debole.

È difficile parlare delle idee di Latouche sulla “decrescita felice“. È difficile perché a scapito di come viene normalmente presentata e di come se ne parla non è una vera teoria economica (non analizza, se non in minima parte, i meccanismo foto 1338 Pseudo logica della decrescita felice dell’economia) bensì un’esposizione di valori sociali ritenuti superiori (in tal senso è più una religione). Nel momento in cui si discute di valori si entra i un contesto del “per me è meglio” che pur permettendo a chiunque di entrare nell’argomento in modo paritario (ottimo per cercare seguaci) non consente alcuna vera discussione (de gustibus non disputandum est). Insomma, per dire certe cose non c’era bisogno di un Latouche. Quel minimo di teorico-economico che passa nella sua (pseudo) analisi di consumo e risorse ambientali mi consente di discutere della “decrescita felice” su un piano teorico, non limitandomi così a definire tutto un “wishful thinking ecologico-marxista” (come comunque merita).

INIZIANDO - Per la critica faccio riferimento al “Breve trattato sulla decrescita serena” di Latouche. In questo articolo mi occuperò del primo dei tre capitoli che lo compongono; in un successivo articolo parlerò del secondo capitolo. Dubito che dedicherò tempo al terzo capitolo. Per i “decrescitari” (li battezzo così) veniamo “da una società della crescita, ovvero da una società fagocitata da un’economia la cui sola finalità è la crescita fine a se stessa” (p.13) e il problema risiede nel fatto che “una crescita infinita è incompatibile con un mondo finito e che le nostre produzioni e i nostri consumi non possono superare le capacità di rigenerazione della biosfera” (p.13). La soluzione al problema sta in un cambio di paradigma dalla “crescita” alla “decrescita” (Latouche ricorda che “a rigore, sul piano teorico, si dovrebbe parlare di a-crescita” (p.18), ma certo l’espressione “de-crescita” è più funzionale a livello di marketing), per arrivare a “una società nella quale si vivrà meglio lavorando e consumando di meno” (p.18). Ragioni e fini dei “decrescitari” sono tutti qui, e sebbene già ci sarebbe da discutere sul sottinteso di certe affermazioni è il caso di vedere come i “decrescitari” giustificano queste posizioni di fondo.

PROCESSO - Si parte dal richiamo della seconda legge della termodinamica sulla imperfetta reversibilità delle trasformazioni dell’energia a causa di una residua entropia per intuire che questo deve ricadere “su un’economia basata su queste trasformazioni” (p.24), e si passa per i primi tentativi di conciliazione di socialismo ed ecologia, per poi sfociare nella newtoniana irreversibilità del tempo, fatto trascurato dall’economia ufficiale quando dimentica l’esistenza dei rifiuti (non riciclati). Tutto questo introduce la condanna degli sprechi che rappresentano uno sfruttamento di risorse naturali oltre la loro capacità di rigenerazione: il mondo è finito quindi la crescita non può essere infinita (c’è qualche reminiscenza fisiocratica in tutto questo). Il canale di trasmissione di questo processo è l’individuo ridotto al ruolo di lavoratore-consumatore, il cui consumo è giustificazione e motore della crescita (insostenibile) con cui il suo lavoro è remunerato: per questo l’individuo è indotto in una spirale consumistica attraverso credito, obsolescenza dei prodotti, e soprattutto la pubblicità.

PRIMO CAPITOLO - La pubblicità è il nemico pubblico numero uno: sposta la domanda da beni utili a beni futili, crea produzioni inutili di packaging e altri supporti, quindi spreca risorse e crea inquinamento. Questo è però alla fine uno strumento, perché il motore del tutto è in realtà il profitto, che rende ognuno di noi “complice della banalità economica del male” (p.29). Veniamo al commento del primo capitolo. Per i “decrescitari” esiste una religione della crescita fine a se stessa. Questa è una sciocchezza al pari di quelle di Giannessi (primo anno di Economia a Pisa, corso di economia aziendale: “lo scopo dell’azienda è esistere e crescere“; cazzate, il suo scopo è far soldi!), messa lì per dare un tono ieratico (ripreso più avanti con il riferimento al male) al problema di fondo e quindi messianico alle soluzioni proposte. Infatti più avanti si riconduce tutto aECONOMIA%20SOMMERSA Pseudo logica della decrescita felice una volontà di profitto individuale, posizione che per quanto scorretta (gli Stati per primi hanno fatto di tutto per mantenere un tasso di crescita economica) è per lo meno più concreta.

LE RISORSE - Concreto è invece il problema della finitezza delle risorse terrestri (a parte l’evidente confusione che Latouche crea mischiando la finitezza dello stock delle risorse e del loro tasso di ri-creazione con la crescita infinita dei consumi, cioè tassi di consumo infiniti quindi una cosa di per sé impossibile, che pur sfidando la logica è un paragone ben spendibile in termini di marketing), che però in questa tesi passa per una errata equivalenza tra valore del consumo e quantità di risorse naturali impiegate (una critica simile viene da Lomborg del Copenhagen Consensus e verte sulla “impronta ecologica“, come i “decrescitari” misurano il consumo in termini di suolo terrestre, in quanto mischia grandezze non comparabili ed ha un valore squisitamente di marketing per vendere le tesi proposte ma nulla di scientifico). Questo è un po’ lo stesso errore marxista del misurare il valore dei beni in base alla quantità di lavoro assorbita. Il valore del consumo sta nell’apprezzamento fattone individualmente dal consumatore, e questo dipende prima di tutto dalla percezione di scarsità dei beni (e tramite essi dei fattori che li producono). Concreto è anche l’accento posto sulla necessità di un paradigma di a-crescita che permetta di recuperare concetti di armonia e sostenibilità nel rapporto tra risorse e consumi: voler spingere artificialmente una qualche attività umana crea necessariamente un eccesso, e da questo seguono squilibri a catena che portano a rivelare l’insostenibilità del modello adottato; qui però il problema è che si sbaglia nell’indicare l’origine dello squilibrio iniziale (consumo eccessivo) tralasciando la teoria causale a favore di una critica quasi di costume, il che lascia priva di contenuto l’intuizione sulla a-crescita.

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