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Rassegna stampadi Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 29 aprile 2009 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

Meglio dirlo subito: si ritiene eticamente sbagliato che una tv come Red Tv, il canale gratuito sulla piattaforma Sky (890) legato alla Fondazione ItalianiEuropei di Massimo D’Alema prenda più di quattro milioni di euro in sovvenzioni pubbliche, e che questi costituiscano i quattro quinti delle sue entrate; senza le quali, è ovvio, la televisione non potrebbe trasmettere. Se ne era parlato a gennaio qui, anche se mancava il dato del fatturato per comprenderne le effettive dimensioni. Sul fatto che il principio sia sbagliato, non ci piove. Giustamente da altre parti  si fa notare che il fatto che li 3484246354 55cfbe692f o I soldi pubblici che riceve la tv di DAlema, e il vero problemaprendano anche altri (o meglio: tutti i) media italiani – in una forma o nell’altra – non è un argomento valido per controbattere, e che tirare in ballo la Costituzione c’entra come i cavoli a merenda. Senza quindi voler dare l’idea di difendere qualcuno o di voler cambiare discorso, ci si terrebbe a sottolineare anche altro. Ovvero, che è triste ma vero che senza questi contributi, gran parte della stampa rischierebbe di sparire. La legge del mercato, certo. E visto che non sono le tv di partito (o di corrente) che miglioreranno lo stato dell’informazione italiana, è anche vero che il problema sarebbe esclusivamente privato. 

Dopodiché, bisognerà anche ammettere che non è che costituisca una così impressionante anomalia, la situazione della stampa italiana rispetto al suo sistema industriale. L’informazione è in mano a gruppi più o meno organizzati, che combattono più o meno violentemente la loro “battaglia per l’attribuzione del segno” (cit.): da noi sono più o meno gli stessi da quasi cinquant’anni, tranne “l’anomalia” Berlusconi, che ha costruito un impero economico proprio sui media – investendo nella tv, più redditizia dei giornali – e poi l’ha espanso al resto dell’editoria. Per il resto, tra i grandi di editori “puri” – ovvero, di gente che di mestiere fa soltanto o soprattutto vendere giornali – non ce n’è che forse uno (e non per sua scelta). Ecco perché qualunque discorso d’indignazione sui contributi che, in una forma o nell’altra, finiscono in tasche editoriali poco produttive dal punto di vista dell’audience è giusto, ma inutile. Se da un giorno all’altro si togliessero ai giornali i soldi pubblici, il risultato che si avrebbe non sarebbe il libero mercato e il florilegio della libera stampa. Semplicemente, fallirebbero moltissimi e – giocoforza – il “pluralismo” finirebbe diminuito. Il che non è necessariamente un dramma (certo che bisogna dire quello che si pensa; bisognerebbe però anche pensare a quello che si dice), ma di certo non aiuta “il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa” (cit.). E nemmeno giova più di tanto a un settore – o una professione – dove, come del resto in molte altre, non si brilla per coraggio. Quanti di quelli che danno dei servi ai giornalisti mandano a quel paese due volte al giorno il loro superiore, o il datore di lavoro? Soprattutto quando si tende ad accorgersi che, tranne pochi e rari casi mediatici, dell’atto da eroe non si accorgono che gli addetti ai lavori  (e ai livori).  

All’epoca qui  si disse: “Il giornalismo è libertà vigilata. Come qualsiasi altra cosa nella vita. Non ci vedo nulla di strano nella cosa in sé. Il problema non è certo Riotta che si sdraia, perchè i giornali nessuno li legge e per i tg, passata la rincarobollettemostrodifirenzeèmortoalbertosordi, la gente cambia canale se vede il politiko o comincia il pastone. Il problema dell’informazione è selezionato fondamentalmente come spreco. L’informazione non è vista come l’ancella da salvare. E’ vista come l’Ici“. E allora è il caso di ribadire quanto detto all’epoca: l’informazione è un bene pubblico, la cui tutela dovrebbe prescindere da tutti gli interessi particolari. Ma rimane comunque di proprietà privata. Che poi questa proprietà sia diretta (i pacchetti di maggioranza nei consigli di amministrazione) o indiretta (i gruppi politici che si spartiscono le poltrone o i contributi), è una questione di lana caprina. Se il giornalismo come settore non riuscirà a sciogliere o tagliare questo nodo, difficilmente riuscirà a perdere quella che appare contemporaneamente come una sua vocazione e contraddizione: essere un bene pubblico di proprietà privata.

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Andrea Mancia ci fa sapere che  “il 77% dei cittadini americani preferisce il libero mercato all’economia pianificata (11%). Si tratta di una crescita di sette punti percentuali rispetto a dicembre, trainata da una quasi unanimità tra i repubblicani (94%) e gli indipendenti (78%) ma anche dal discreto risultato tra i democratici (64%)“. Il dato è interessante, perché rivela più che altro la percezione che hanno i cittadini statunitensi di quanto sta accadendo oggi. Ovvero, che lo Stato sta salvando dei privati. E questo dà fastidio ai liberali (e si sapeva), ai radicals (e non poteva che essere così), ma anche (cit.) ai democrats. Evidentemente, in molti hanno capito che sta accadendo esattamente quanto i media hanno scritto da quelle parti. Ovvero, che i soldi di tutti vengono usati per salvare i pochi. Sarebbe interessante effettuare lo stesso sondaggio in Inghilterra, in Germania e – alla fine – in Italia. Per confrontare i dati, e riderci su. 

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Paolo Barrai su Mercato Libero dice una cosa un po’ provocatoria: “le banche stanno pagando persone che sui social network cercano di convincere le persone a fare mutui a tasso variabile e che il tasso fisso è un’eresia“. Siccome non è il primo che lo dice – l’altro parlava genericamente di aziende, a dire il vero – converrebbe verificare.

(La vignetta l’ho rubata, ma non ricordo dove)

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