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La rubricadi Michele Camaioni
pubblicato il 29 aprile 2009 alle 15:30 dallo stesso autore - torna alla home

Scene quotidiane dopo il terremoto: la vita nei paesi distrutti – anche e soprattutto quelli che non si vedono in tv – fra tristezza e pecorino sardo

Lacrime e pioggia. L’Abruzzo di fine aprile è una terra bagnata, che trasuda dolore e mostra il suo volto più spigoloso e selvaggio ai quarantamila sfollati delle tendopoli e alle migliaia di volontari e professionisti del soccorso  Abruzzo, quel che resta del sismache lottano nel fango contro i mille disagi quotidiani del dopo terremoto. Giorni umidi come le tende blu degli oltre 160 campi allestiti – non senza evidenti e a volte sconcertanti differenze di trattamento da luogo a luogo - dalla Protezione Civile nel territorio aquilano si susseguono nel grigio caos  calmo di un’emergenza che, nei timori di molti, rischia di trasformarsi in inaccetabile normalità. 

IL CAMPO DEL VICINO È SEMPRE PIÙ BELLO – L’Aquila che accoglie in questi giorni un flusso ininterrotto di volontari, soccorritori, giornalisti  imbellettati e improvvisati benefattori si presenta come una città militaritarizzata, in stato di guerra. Le forze dell’ordine presidiano ogni  accesso al centro e ai quartieri più colpiti dal sisma del 6 aprile, ma anche dalle strade esterne i segni del disastro sono visibili e lanciano, dalle pareti sgretolate dei palazzi e dalle vetrine infrante dei negozi, un inquietante e silenzioso messaggio di normalità perduta, di una quotidianità spezzata e che sarà tremendamente complicato ricomporre. Mobilitati da tutta Italia, squadre di alpini, carabinieri, militari, poliziotti e vigili del fuoco si alternano senza sosta vigilando sulle aree transennate e controllando i pass dei residenti delle tendopoli più organizzate, quelle installate all’interno della città. Campi come quello di Collemaggio, che sorge ai piedi della secolare, splendida basilica di Celestino V anch’essa intaccata dal terremoto, risultano nel vissuto di tutti i giorni quasi degli hotel a cinque stelle rispetto alle tendopoli scalcagnate di frazioni e paesini dimenticati come Colle Brincioni e Camarda, dove le telecamere non sono ancora arrivate o comunque non hanno indugiato quel tanto che basta, come ad Aragno, per far materializzare in tre giorni quei soccorsi organizzati che non si erano visti nelle prime settimane dell’emergenza e che forse, senza qualche opportuno aggancio in Rai, le decine di anziani pastori e contadini che popolano testardi e pacifici questo piccolo borgo medievale non avrebbero visto mai.  ”Ci hanno buttato le tende e ci hanno detto: montatevele. Poi se ne sono andati”, racconta un abitante di Colle Brincioni, trecento anime arroccate attorno alla piccola chiesa di San Silvestro, che ha mantenuto intatta la facciata ma è anch’essa devastata all’interno come molte delle casette del paese. In attesa di un supporto più efficace da parte della Protezione Civile, che per il momento riesce a garantire i pasti e qualche intervento estemporaneo di “manuntenzione“, quello di Colle Brincioni è di fatto un campo autogestito dalla gente che lo abita. Nel fango e nella precarietà di giorni monotoni e difficili. “Abbiamo tanti anziani che non possono muoversi e che devono starsene chiusi in tenda”, spiega padre Manfredi, parroco della piccola frazione e principale animatore della “resistenza” di Colle Brincioni, dove anche solo l’arrivo di qualche cassa d’acqua, di una forma di formaggio sardo e di una decina di bottiglie di vino viene accolto con un sospiro di sollievo.

DIETRO LE QUINTE DEL TEATRINO DI ONNA - A Onna, invece, di cibo ce n’è pure troppo, tanto che a mensa può capitare che ti venga servito mezzo pollo per evitare che la carne vada a male. Icona non solo mediatica del dramma aquilano, Onna è in questi giorni luogo di dolore sommesso e tragicomici paradossi, frutto della generosità spontanea ma mal calibrata di molti benefattori dell’ultima ora, ma anche della cinica volontà di apparire di chi ha evocativamente eletto il paesino più colpito dal terremoto a ribalta ideale per cerimonie di rito e annunci più o meno retorici su un piano di ricostruzione in merito al quale, come ha efficacemente spiegato Carlo Cipiciani in un recente articolo, appare lecito denunciare quanto meno una certa scarsità di chiarezza. Abruzzo, quel che resta del sisma
Dietro le quinte del teatrino allestito sotto i riflettori di telecamere che non possono raggiungere i bagni con doccia guasti e comunque inaccessibili ai più anziani con quei gradini così alti, la gente di Onna è ancora in stato di choc, ma lentamente inizia a recuperare lucidità e a mostrare una composta insofferenza nei confronti dell’accanimento “terapeutico” cui è sottoposta da gruppi di clown che invece di raggiungere i luoghi meno noti della tragedia continuano ad assillare i pochissimi bambini del campo, o da iniziative al limite del ridicolo come quella del piano bar montato nella sala mensa la sera del 25 aprile, che ha generato non pochi mormorii e riscosso scarsissimo gradimento. 

LE STORIE - Eccessi, questi, che è giusto evidenziare ma che non devono mettere in ombra l’impegno e la dedizione delle migliaia di soccorritori, che in queste settimane sono stati capaci di un’umanità non scontata e di una prossimità alla gente d’Abruzzo che, al di là dei quadri patetici dipinti da un certo tipo di stampa, sono reali e sincere da parte soprattutto dei volontari.  Studenti, operai, professionisti, frati, attivisti, suore: un esercito silenzioso che lavora nel fango, arrivando con la sua capacità di condivisione e gratuità a parlare al cuore degli abruzzesi, popolo orgoglioso che mal digerisce assistenzialismo, pietismi ed elemosine, ma sa capire e accetta la voglia di rimboccarsi le maniche di chi all’Aquila non è arrivato né per lavoro, né per interessi personali. Capita così che a Collemaggio una maestra del posto, assistita da un gruppetto di ragazzi provenienti da tutta Italia, organizzi nella sala mensa una scuola autogestita in grado di girare a pieno regime ancor prima degli annunci sulla riapertura delle scuole della Gelmini.  Poche tende più in là, altri giovani si sono presi l’impegno di passare la  giornata con il vecchio Salvatore, che non può alzarsi per andare a mensa e ricambia la gentilezza e le attenzioni dei volontari con appassionanti aneddoti sulla sua terra natale, la siciliana Pachino. A Onna, dove appena spunta un raggio di sole si scatenano mischiette furibonde sulla ghiaia intorno alla porticina da calcio donata dalla Figc, il servizio mensa è gestito in tandem dai ragazzi dell‘Islamic Relief e del Magis, la ong dei gesuiti. Musulmani e cristiani insieme, per una volta. Uniti, fianco a fianco come il nutrito gruppetto di ragazzi, aquilani e non solo, che la sera si stringono sotto la  pioggia intorno alla piccola stazione mobile di Radio Popolare Roma, dove i microfoni sono aperti alle testimonianze dei giovani e alla musica locale. Sono gli stessi giovani che affollano i pochi bar aperti e che hanno seguito in trasferta a San Donà l’Aquila Rugby per la prima partita del dopo terremoto, realizzando con degli asciugamani quello splendido striscione improvvisato, che ripeteva la scritta già tracciata su diversi muri della città: “L’Aquila torna a volare” o, in un’altra versione: “Dateci le ali e torneremo a volare”. C’è una città che vuole tornare a vivere, che guarda avanti, che cerca di capire se potrà dare gli esami all’università, che si interroga sul perché quell’appartamentino acquistato con tanti sacrifici dalle parti di Pettino sia franato su se stesso insieme a un palazzo costruito meno di dieci anni fa, che attende con ansia di sapere se la  Abruzzo, quel che resta del sismapropria abitazione rientra nel novero delle case dichiarate agibili (per ora il 54.8% sulle 11.500 ispezionate) dalla Protezione Civile. Proprio il censimento e la verifica dell’agibilità delle abitazioni è, in questo momento, il versante su cui si sta concentrando lo sforzo forse maggiore della complessa macchina organizzativa gestita dal Di.Co. Mac. e dai vari Com dislocati sul territorio aquilano. Personale della Protezione Civile, ingegneri, geometri e tecnici di tutta Italia lavorano alacremente giorno e notte, coadiuvati anche in questo caso da volontari giunti a l’Aquila per stare otto ore al giorno davanti a un computer a inserire i dati rilevati sul campo dalle squadre di ispettori (per chi fosse interessato www.legamissionaria.it). Come degli impiegati. Ma con la consapevolezza che è anche attraverso quei dati che passa la ricostruzione e la speranza di una vita nuovamente normale di settantamila abruzzesi.

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