Società a responsabilità molto limitata

23/04/2009 - Tra i problemi del sistema bancario italiano c’è anche l’anomalia delle Banche popolari cooperative, diventate troppo grandi per le vecchie regole che le governano. Da Lodi a Verona, da Milano a Novara, l’Italia piange.  Ma anche l’Europa non ha molto

     
 

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Tra i problemi del sistema bancario italiano c’è anche l’anomalia delle Banche popolari cooperative, diventate troppo grandi per le vecchie regole che le governano. Da Lodi a Verona, da Milano a Novara, l’Italia piange.  Ma anche l’Europa non ha molto da ridere. E la commistione tra management e politica  ha sempre una sola vittima: la credibilità del mercato

Quando le prime società commerciali nacquero nel medioevo a [[Genova]], servirono per ripartire i rischi del commercio navale fra più partecipanti. Infatti in caso di perdita di un carico, eventualità non troppo remota in quei tempi, un solo “investitore” rischiava la rovina completa. Essi sceglievano il capitano e la nave più adatte per il viaggio, gli affidavano l’oro necessario per comprare le merci in qualche allora remota località e se tutto andava bene, a carico arrivato, rivendevano le merci, pagavano il capitano e l’equipaggio, e si dividevano i guadagni.

VECCHIE REGOLE PER REALTA’ NUOVE – Sono passati i secoli e ancora oggi le società in teoria dovrebbero seguire le stesse logiche: infatti prima che la crisi finanziaria mondiale colpisse, le nostre Banche Popolari erano sotto tiro incrociato sia da parte della [[Banca d'Italia]] che della UE per i loro statuti di stampo prettamente cooperativo che prevedevano dei limiti nella proprietà azionaria e il principio “una testa, un voto” indipendentemente dalla quota posseduta. Il problema non erano tanto questi concetti, presenti anche nelle Banche di Credito Cooperativo, ma il fatto che fossero applicati in aziende che oramai, vista la dimensione e la loro espansione sul territorio non più solo locale, non avevano più in realtà nulla di cooperativo e mutuale e che quindi erano diventate solo regole a protezione di un establishment creatosi negli anni fra politica locale, dipendenti e imprenditori.

IL BIG BANG – Ma appunto poi c’è stata l’esplosione dei [[mutui subprime]], il crollo dei giganti del credito USA e UK, e la crisi per tutti quanti. E chi era stato sotto scacco fino a quel momento ha potuto iniziare a fare la voce grossa. “Piccolo è bello“, “il sistema cooperativo delle Banche Popolari è di nuovo il modello da seguire“, e via con un coro di dichiarazioni roboanti che però nascondevano dietro la porta i problemi che due delle più grandi banche popolari italiane avevano. Il Banco Popolare, nato per “salvare” la finanza cattolica del nord est dai disastri di Fiorani, aveva sommato le criticità della Popolare Italiana (ex Lodi) a quella della Popolare di Verona, la cui controllata Italease aveva operato nei derivati come e peggio di tante banche d’affari statunitensi. Operazione quindi già poco preveggente in partenza e di cui sarebbe interessante chiedere al Governatore Draghi  le sicuramente profonde motivazioni economiche. Ma tant’è, con la crisi che si acuisce la banca viene praticamente “commissariata” con l’arrivo di Saviotti, ex manager Intesa e uomo di Bazoli, altro banchiere legato alla finanza cattolica, e si mette in prima fila ad aspettare con impazienza i famosi “Tremonti Bond“.

I GUAI DELLA POPOLARE DI MILANO – L’altra grande popolare italiana, la Banca Popolare di Milano, anch’essa aveva dovuto digerire un boccone un po’ indigesto, la Popolare di Novara. Ma lì più che i conti il problema è la governance il problema di Bipiemme. Lì da anni i dipendenti, tramite i sindacati, sono dentro il CdA, e fino ad oggi si era sempre trovato un accordo anche tramite l’utilizzo di “uomini per tutte le stagioni” come l’attuale presidente Mazzotta, già presidente di Cariplo in quota DC-De Mita negli anni 80 e azzoppato poi da “Mani Pulite“. Ma per la prossima assemblea è prevista battaglia, i dipendenti propongono un cambio al vertice, altri soci invece difendono l’attuale presidente. Cordate, controcordate, appoggi e sgambetti politici e sindacali, c’è di tutto nella cronaca di questi giorni. Di tutto tranne che un sistema trasparente di scelta del management per una società che comunque è quotata ma dove appunto ogni socio vale come un altro in quanto ha gli stessi diritti di voto indipendentemente dalle azioni possedute.

E LE STELLE D’EUROPA STANNO A GUARDARE – Ma se ancora prima che si manifestassero in modo così evidente le criticità di questo sistema la UE ci bacchettava di continuo, come mai adesso invece il silenzio è calato sulla questione? La risposta la si trova in un interessante articolo di Giulio Sapelli, docente di Storia economica della Statale di Milano, sul Corriere Economia. Sapelli infatti distrugge il mito delle banche europee piccole e sane portando gli esempi delle banche regionali pubbliche tedesche, anch’esse “governate” da un misto di politica locale e lobby varie, che nonostante la loro “mission” aziendale di supporto all’economia locale, in realtà si sono lanciate nei settori più profittevoli ma anche rischiosi del mercato, in particolare quello dei mutui sub-prime. Ma anche in Spagna dove la Caja Castilla la Mancha da piccola banca locale ha quintuplicato le sue dimensioni in soli otto anni, espandendosi nel paese e anche all’estero, soprattutto attraverso il finanziamento del settore immobiliare. E ovviamente questi governi, visto la presenza di loro uomini in quelle banche, non hanno nessun interesse a scoperchiare la pentola.

IL CAPITALISMO ILLIBERALE – Se quindi negli USA si è avuto un capitalismo bancario dove il potere dei manager è risultato superiore a quello degli azionisti, blanditi attraverso dividendi con ROE a doppia cifra ma a rischio altissimo e non replicabili nel tempo, in Europa lo stesso fenomeno è avvenuto ma attraverso la commistione fra management e politica. Quella che perde alla fine è comunque la credibilità del mercato, tanto che uno si chiede dove stia tutta la differenza con i famigerati piani quinquennali sovietici. Almeno una casa con 2 stanze, una Trabant  e un po’ da mangiare quei mangiabambini dei comunisti te li davano comunque.

     
 

4 Commenti

  1. Gregorj scrive:

    credibilità del mercato? ho cercato questa locuzione nel dizionario d’italiano, ma non c’è.

    Avete per caso una versione più aggiornata?

  2. Comicomix scrive:

    L’Italia è il paese del “bisogna che tutto cambi perchè tutto resti come prima”. Cambiano (e neppure troppo) gli uomini, le leggi, i contesti: ma alla fin fine, il vecchio “sistema” delle Casse di Risparmio, delle BIN, del controllo politico sul sistema bancario di un tempo è sempre vivo e forte.

    ^_^

    C.

  3. giul scrive:

    qui un monolocale con angolo cottura e una Multipla… basterebbe solo la multipla per farmi rifugiare sotto il patto di Varsavia.

  4. dervys scrive:

    il voto capitano è l’unica arma democratica che ha una banca cooperativa di evitare di farsi ingurgitare dalle grandi banche internazionali che non hanno alcun interesse nel finanziare la medio piccola impresa in quanto povera di garanzie elevate e profitto nel breve termine.
    la crisi ha dimostrato tale triste realtà

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