La crisi è colpa della guerra. E nostra
23/04/2009 - L’offensiva dei neoconservatori americani ha contribuito all’attuale situazione economica. Ma non alla scomparsa del terrorismo. Da questo errore ai giorni nostri, ecco cosa è successo davvero all’economia Usa e mondiale “Mentre i politici ci terrorizzavano, la finanza ci rubava i
L’offensiva dei neoconservatori americani ha contribuito all’attuale situazione economica. Ma non alla scomparsa del terrorismo. Da questo errore ai giorni nostri, ecco cosa è successo davvero all’economia Usa e mondiale
“Mentre i politici ci terrorizzavano, la finanza ci rubava i risparmi, questa è la cruda verità”. Da questa considerazione terribile per quanto scontata, parte il pamphlet “La morsa” di Loretta Napoleoni, edito da Chiarelettere con il quanto mai azzeccato sottotitolo “Distratti da Al Quaeda, derubati da Wall Street”. E una domanda, inquietante: “come ne usciamo”?. La struttura è semplice, come si conviene a un libro che spiega, e bene, alcune delle cause
spesso “dimenticate” della crisi che oggi colpisce il mondo e la ricollega ad alcuni errori in modo da contestualizzarli e, forse, far comprendere ancora più chiaramente quali drammatiche conseguenze hanno avuto non per chi li ha commessi ma per chi li subisce, ancora oggi. Si può descrivere facilmente questo concetto citando un passo de “La Morsa”: “L’eredità di Bush è [...] questa, averci lasciato da gestire un conflitto asimmetrico aperto, e cioè potenzialmente irrisolvibile, che succhia denaro allo Stato e al contribuente senza produrre nulla di buono”.
INNOCENTI E COLPEVOLI – Innanzitutto è bene ricordare, come giustamente fa la Napoleoni, che se poche persone hanno avuto modo di poter disporre del denaro di intere nazioni è colpa di un capitalismo “liberista” che ha volutamente lasciato lo Stato sullo sfondo, garante di un controllo che invece non c’era, ma anche di quanti avrebbero dovuto interessarsi di quello che accadeva con le proprie finanze e non lo ha fatto. Ovvero, in ultima analisi, i cittadini. Che sia per ingenuità, come si sostiene nel libro, o per disinteresse, anche con i canonici “nostri soldi” si è cercato di mettere toppe sempre meno utili ai buchi di una serie di errori macroscopici dall’11 settembre a oggi. Questo, unito a una dissennata politica al ribasso dei tassi, ha contribuito a indebitare nazioni forti, come gli USA, in virtù di una grande distrazione di massa – quella del terrorismo – che paradossalmente ha quasi fatto avverare il “sogno” di Osama Bin Laden, distruggere l’economia capitalistica statunitense e mondiale per il predominio del modello islamico di califfato. Come se Washington fosse caduta “nella trappola ideologica” tesagli in Medio Oriente. In qualunque modo la si voglia pensare, comunque, quella a cui abbiamo assistito dal 2001 in poi sarebbe stata una “sceneggiata” abilmente portata avanti in virtù di valori universali (libertà, democrazia) che, alla stregua delle crociate, serviva a coprire gli interessi economici che entrambe le parti avevano in Medio Oriente. E non solo.
LE CHIPS SUL TAVOLO - Entrambi gli schieramenti impegnati in questa battaglia avevano in mente un “piatto” da vincere, efficacemente nascosto dalla propaganda populista della liberazione dall’“Islam malvagio” da una parte e dall’oppressore straniero per l’altra. Un piatto di tutto rispetto, e dunque prettamente economico: se da un lato gli USA miravano – stando almeno alle accuse di molti, fra cui un ex alleato britannico – al predomino economico del medioriente, dall’altro lato Bin Laden e chi lo appoggiava miravano al rafforzamento del sistema finanziario “insurrezionale” islamico, spinto da nuovi protagonisti della classe commerciale nata con i petrodollari e cresciuta sotto l’ala protettrice di svariate alleanze in chiave antiamericana allacciate con il passare del tempo. Così mentre il mondo impazziva nel terrore di attentati e invasioni islamiche, proliferavano soluzioni finanziare basate sul debito, sull’incertezza verso il futuro, sul nulla: è qui che futures, mortgage backed Securities con conseguenti (e ripetute) cartolarizzazioni del debito e derivati prosperano fino a diventare colonna portante dell’economia mondiale. Una colonna di vetro che si incrinerà e spezzerà molto presto, lasciando il Re non nudo, scuoiato: abbiamo vissuto nella paura che l’Islam potesse ucciderci tutti, mentre il vero pericolo mortale veniva dalla finanza. Dal continuato Monopoli che i “super ricchi” facevano sui debiti altrui e sui propri si è generata una voragine finanziaria ed economica i cui risultati li vediamo ancora oggi. E da cui uscire non è così facile come lo è stato entrarci
CHE FARE - La conclusione del pamphlet è anche il
termine logico del discorso: dov’è l’uscita? Non certo nel protezionismo, un virus identico a quello della paura usato durante la war on terror che potrebbe generare uguali danni alle economie mondiali, già provate dai troppi errori che, per imperizia, ingenuità e scarsa cultura sono stati commessi sino ad oggi. Ce lo dice la Storia, ma ancor prima la logica. E allora? La via d’uscita ha due parole chiave, posta come condizione principale la presa di coscienza del fallimento di questo sistema capitalistico finanziario: “abolizione” dell’importanza del rischio - uno dei veri “colpevoli” della crisi – e ritorno dello Stato. Che non sia, come nel peggiore degli incubi liberal, un padre padrone con le mani sul mercato, bensì un controllore che dallo sfondo, elimini o renda innocui i lati chiaramente fallimentari e pericolosi nati dalla convinzione - tragicamente errata – che questa forma economica fosse la migliore (o peggio, invincibile) perché imbattuta. La soluzione concettuale è ovviamente lasciata alle pagine del libro. Consigliato perché è una lettura utile, oggi, non solo per le informazioni che raccoglie quanto più per il quadro, innovativo, in cui iscrive la crisi economica con cui tutti oggi hanno imparato ad avere a che fare. Poiché tesse con precisione certosina le fila di errori ripetuti, e questo è sempre il primo passo di solito per evitare che si ripropongano ciclicamente. Anche perché a pagarne le spese non è mai chi li commette. E proprio per questo diventa importante conoscere i meccanismi che ci hanno portato alla situazione odierna, per capirli ed evitare – per quanto possibile – che fra qualche anno contando sull‘ingenuità di chi apre sempre alla fine il portafogli, ci vengano riproposti come gli avanzi di ieri del ristorante. Ovvero semplicemente in un piatto più bello.













Rileggendo ciò che ho scritto mi viene da pensare che si possa perdere il punto.
Secondo me, dopo la caduta dell’”alternativa” sovietica, il capitalismo s’è trasformato in monopensiero globale imperante.
Le imprese hanno determinato le politiche degli stati.
Parlare di stati come antagonisti e non servi delle imprese è pura mistificazione.
Gli stati rispondono principalmente alle esigenze del capitale e solo in minima parte alle rivendicazioni delle classi subalterne.
In quest’ottica cercare di addossare le responsabilità del fallimento del modello capitalista sulla gobba degli stati è, sempre secondo me, un atto di disonestà intellettuale.
“Il fatto è, Gregorj, che tu vivi su Marte, anche se fai finta di essere uno di noi. Tra le tante cazzate che hai postato hai detto una cosa giusta. Cui prodest? Chi trae beneficio dai periodi d’espansione e chi paga le crisi? Segui il filo della tua stessa domanda e arriverai al nodo cruciale della discussione”
ti faccio presente che non sei stato in grado di confutarne nemmeno mezza.
“Rileggendo ciò che ho scritto mi viene da pensare che si possa perdere il punto.”
ma soprattutto: il tempo.
“Rileggendo ciò che ho scritto mi viene da pensare che si possa perdere il punto.”
“ma soprattutto: il tempo.”
Ho riletto tutto, hai ragione tu.
Pensavo si discutesse di tendenze liberiste nell’ambito del gioco delle parti scaturito dal compromesso sociale post-bellico.
Rileggendo il tutto, mi rendo conto che si va oltre.
Si parla di radicalizzazione del pensiero liberista.
La mia prima ipotesi è che si vaneggi di un ritorno al capitalismo ottocentesco.
In questo caso non c’è nulla da dire, basta leggersi i testi di storia.
La seconda ipotesi è che si tratti di anarcocapitalismo. Anche in questo caso non c’è molto da dire.
E’ un filone di pensiero che si basa su un guazzabuglio di mistificazione, darwinismo sociale e giusnaturalismo la cui principale funzione è portare acqua al mulino della destra radicale xenofoba e nazistoide.
Il pilastro fondante dell’anarcocapitalismo sta nel trasformare con la bacchetta magica lo sfruttamento endogeno del lavoro salariale nell’economia capitalista, in libera contrattazione consenziente fondata sui principi del mercato tra datore di lavoro e lavoratore, inteso come imprenditore di se stesso.
Questa è chiaramente una balla macroscopica.
Avrebbe senso solo se le risorse fossero illimitate e solo se la vita dell’uomo non dipendesse da queste risorse.
Nel momento in cui il mio datore di lavoro compra il mio tempo (la mia vita) per rivendermi le risorse (privatizzate) che mi sono necessarie alla mia stessa esistenza è chiaro a chiunque abbia un QI superiore a quello dell’asino che non si tratta di un “libero” contratto, bensì di sfruttamento. Svelata questa mistificazione, tutto il resto è fuffa.
Non sprecherò nemmeno una parola sul darwinismo sociale che è persino più indifendibile di questa idiozia. Anzi, la spreco, tanto, abbiamo fatto 30, facciamo pure 31.
Il darwinismo sociale sostiene che l’imprenditore ha ragione, in quanto è più bravo, cazzi del salariato.
Condivisibile? Non so, poco importa.
Ammettiamo pure di partire da uno zero ideale. Il liberismo, per sua stessa natura, comporta delle “emergenze”. Nel momento in cui emerge la prima “emergenza”, la partita diventa truccata. Colui che ha accumulato il primo nucleo di potere ha un vantaggio rispetto al suo antagonista e lo userà per incrementarlo e per rendere impermeabili i propri privilegi alla classe alla quale appartiene l’antagonista. Per quanto riguarda la generazione successiva i giochi son già fatti e l’unica possibilità di sovvertimento delle relazioni di forza consisterà in una conquista violenta del potere (rivoluzione).
Queste sono cose abbastanza elementari. Del resto lo stesso capitale, dopo due guerre mondiali e centinaia di guerre civili e rivoluzioni in tutto il mondo, rifiuta queste logiche, avendo elaborato e attuato un sistema di controllo e perpetuazione del proprio privilegio molto meno troglodita del liberismo (inteso come ideologia).
Questo sistema si basa su una moltiplicazione dei rapporti di sfruttamento/prevaricazione che sono a loro volta funzionali alla creazione di uno stato complesso e per certi versi invasivo. Ma questo è un altro discorso…
Hai ragione. Ho sprecato tempo. Bastavano quattro righe.
Hai presente il troglodita? Quello con l’osso nei capelli e l’anello nel naso? Sì proprio quello…
Il liberista sta al capitalista come il troglodita sta al faraone egizio
“Se le materie prime e i trasporti sono dei costi fissi siamo in russia nel 1970 e Greg è un maleducato.
…….Accidenti Greg sei maleducato ovunque.”
Casomai m’aspettavo che mi si dicesse che avevo dimenticato gl’investimenti.
Scusa, dove vuoi arrivare? Al fatto che abbia confuso costi fissi con costi indeterminabili? E con questo virtuosismo cosa ne guadagna la discussione?
Te lo dico io: niente.
La variabile è se siano influenzabili da parte dell’impresa o meno.
Fai meno il figo e stai sul punto, altrimenti taci.
Senza parlare del fatto che il costo delle materie prime è dato dalla loro reperibilità, e che, in quanto a questo il mercato è profondamente alterato dalla politica estera USA.
Tra la presenza USA in Iraq e il “costo fisso” delle materie prime nell’urrs del 1970 la distanza è breve, se non altro nell’intento.
Questo dovrebbe risultare chiaro anche allo Strabadaus di turno che s’accontenta di fare il terzo incomodo a sproposito.