Economia

Obama e la nostalgia dell’IRI

SIM SALA BIM – Il caso di Citigroup è il più eclatante ed espone in maniera evidente il punto della manipolazione del sistema contabile direttamente da parte delle banche, una pratica comune anche alle altre istituzioni finanziarie. Citigroup ha annunciato un utile trimestrale, per la prima volta dopo più di un anno di perdite disastrose e ben tre salvataggi a spese del contribuente. La realtà è ancora peggiore, perché Citi avrebbe perso soldi se non per un paio di operazioni contabili. La banca ha dovuto iscrivere comunque a bilancio una perdita a seguito della ristrutturazione di parte del proprio capitale.  Il “ritorno all’utile“  è dovuto anche all’utilizzo di una pratica tipica della bolla delle dot.com: la creazione di un indicatore di bilancio depurato delle “poste straordinarie” che, casualmente, comprende tutte quelle sgradevoli svalutazioni e sopravvenienze negative. Citigroup tuttavia non sarebbe riuscita ad evitare una perdita, anche nell’attività caratteristica, se non fosse per ancora un’altra  possibilità particolare concessa alle banche: quella di contabilizzare in bilancio il proprio debito non al valore nominale, ma al valore di mercato. Non si tratta soltanto delle operazioni di riacquisto ben descritte da  Phastidio, o della scommessa contro se stessa che avrebbe posto in essere: si tratta soprattutto della pratica di valutare, ad esempio, a valore di mercato il proprio debito. Questo significa che, se il mercato crede che una banca sia poco solida e quindi il prezzo scende, la banca imputa ad utile la differenza di valore con il prezzo all’emissione del proprio debito, come se potesse ricomprarselo tutto a valori depressi nell’arco di  pochissimo tempo. Insomma, il mark-to-market non vale più per le attività che calano, ma si applica in pieno per i debiti che le banche hanno con i propri obbligazionisti.

MUSA AMERICANA PER I POETI NOSTRANI – Queste soluzioni dovrebbero far molto piacere al nostro [[Tremonti]]: da un lato, si finge che le banche siedano su portafogli sani, modificando le regole del gioco, fornendo per legge un comodo tappeto sotto cui nascondere le magagne e fornendo la solenne garanzia statale a quella stessa “finanza creativa” contro cui i neo-statalisti si scagliano in continuazione. Dall’altro, le si sussidia con denaro fresco di stampa, prestato a prezzi fuori mercato dal governo e dalla Banca Centrale, visto che i privati si rifiutano di finanziare attività rischiose a questi livelli e, fra poco, non si fideranno più neppure di bilanci “cucinati” ed alterati a piacere dalle agenzie governative. Il prossimo passo, quasi inevitabile, sarà quello di imporre volumi e destinatari del credito per legge, nazionalizzando le banche: si sentono già le richieste che il governo, fornitore ormai esclusivo di capitale e credito alle banche, le pieghi al “bene comune“, ordinando loro di prestare. Questo equivale a consegnare ai politici le chiavi della cassaforte, in una replica del disastro che in Italia ha portato allo strangolamento nella culla del miracolo italiano da parte degli ex-fascisti di centrosinistra alla Fanfani e dei comunisti. Se i banchieri privati sembrano corrotti, vedrete cosa sapranno fare gli amici degli amici dei politici; l’Italia e la Francia offrono esempi eclatanti. La demolizione delle regole contabili farà in modo che i boiardi nominati dai politici possano operare fingendo che sia tutto a posto, come accade in Cina o come accadeva ai tempi dell’IRI, dove i conti quadravano perché i conti delle aziende pubblici erano gestiti con “sistemi contabili” che avevano ben poca parentela con la contabilità.

COMANDI, ECCELLENZA! – L’urgenza di ripagare i fondi della TARP non è dovuta, ovviamente, alla tempra morale dei banchieri ed al loro desiderio di evitare agli Stati Uniti ed all’Inghilterra il baratro del socialismo. E’ dovuto alla paura di venire sostituiti dai favoriti del politico di turno. La finestra temporale è ridotta e non è una sorpresa quindi la fretta di JP e Goldman Sachs: meglio raccattare capitale privato subito, anche a costo di restituire allo stato miliardi di dollari di preziosa liquidità e mandare a picco del 10% le proprie quotazioni in poche ore, come ha fatto Goldman Sachs, piuttosto che dover tornare più avanti nel tempo, quando gli investitori si guarderanno bene dall’investire in banche dai conti opachi e quasi illeggibili, di cui ovviamente valuteranno le performance con molto maggiore scetticismo.  La speranza è che, una volta restituiti i fondi TARP, nessuno si ricordi degli altri regalini: ossia le agevolazioni sulla normativa contabile, che permetteranno ai manager di fregare i polli che avranno avuto la follia di divenire azionisti, e soprattutto le decine di miliardi di dollari di obbligazioni emesse dalle banche, ma garantite dal governo americano. Quelle non ha intenzione di rimborsarle nessuno.

3 commenti a Obama e la nostalgia dell’IRI

  1. gloria

    bella la metafora del “pifferaio magico”:D
    torno a leggerti con calma stanotte che sembra molto interessante

  2. abr

    Beh, dato che nel lungo termine saremo tutti morti, da relativista nell’intimo (l’ideale esiste solo nei libri, a noi rimane solo la scelta tra il disastroso e il catastrofico), attendo di veder sorgere i neo- Beneduce e Mattei, li preferirei comunque ai Montezumolo e in-Ciampi …

    Motivo per cui tra l’altro continuo a preferire, relativamente a quello che passa il convento, il neo-selliano (“economie fino all’osso”) Tremonti al neo keynesiano Obama o a qualche suo scimmiottatore locale, uno che i soldi li stampa veramente mentre studia come aumentare le tasse (scelgo tra i disastroso e il catastrofico)..

    Grande post esplicativissimo per noi non addetti ai lavori, grazie.

    (e okkio pliiis a non divenire un dismal-gufo dal motto “stronzi, ve lo dicevo gia’ dal 1984 cosa sarebbe successo, e questo e’ niente …” come certi tuoi “colleghi” …)
    ;)
    ciao, Abr

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