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Rassegna stampadi Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 5 agosto 2008 alle 09:28 dallo stesso autore - torna alla home

Non senza un certo gusto del sadico si apprende dal fantéstic NoisefromAmerika che Roberto Calderoli ne ha combinata un’altra delle sue. Ha mandato una lettera al Corriere della Sera nella quale afferma con la pomposità di quello ’struito che “il problema di tutti gli Stati, da sempre, è quello di ridurre il costo della macchina pubblica. Una soluzione a riguardo è rappresentata dai modelli a struttura 20080804 artefatti Un impegno concreto: Calderoli nella giuria del Nobelfederalista e questo non lo sostiene il sottoscritto, ma, tra gli altri, la Banca Mondiale o il premio Nobel per l’economia Wuhan“. Ebbene, ovviamente il premio Nobel per l’economia Wuhan non esiste (qui la lista degli insigniti). A sentire Wikipedia, la parola Wuhan identificherebbe “il capoluogo della provincia dell’Hubei, e la più popolosa città della Cina centrale. Si trova alla confluenza del Fiume Azzurro e del Fiume Han. Ha una popolazione di approssimativamente 9.100.000 abitanti secondo le stime del 2006“. Ora, si sa che sbagliare è una cosa che capita anche ai migliori, e quindi figuriamoci se non può accadere a Calderoli. Ma ci si perdoni se riteniamo più divertente cercare di comprendere filologicamente l’angusto percorso mentale che ha portato l’estensore della lettera a prendere questa topica. Che non può che partire dall’editoriale citato di Angelo Panebianco che, per una volta, diceva cose tanto ovvie quanto condivisibili: contestava l’assunto logico secondo il quale uno Stato federale sarebbe comunque meglio di uno Stato centralizzato. Infatti, la casistica ci insegna che bisogna giudicare – in questa come in mille altre cose della vita – caso per caso. E aggiungeva: “L’assenza di spiegazioni articolate alimenta voci e chiacchiere. Come quella secondo cui solo con il federalismo fiscale si potranno ridurre le tasse. Questa, se permettete, è una bugia. Il livello di imposizione fiscale può benissimo scendere anche in uno Stato centralista. Anzi, col centralismo, di solito, è più facile decidere di ridurre la pressione fiscale. Il federalismo, per contro, può anche far lievitare, anziché contrarre, la spesa pubblica (rendendo così impossibile la riduzione delle imposte): perché, ad esempio, crescono i «costi di transazione», ossia i costi che dipendono dall’accrescimento dei livelli istituzionali e dalle aumentate negoziazioni fra Stato centrale, Regioni, enti locali“. E infatti quella di Calderoli è una proterva replica sul punto in questione: spiega, il ministro, che il Federalismo fiscale servirà a tagliare le spese, che costringerà i presidenti di Regione e i sindaci a fare altrettanto e così via. Perché altrimenti saranno sanzionati dal popolo, che sceglierà il candidato avversario nell’elezione successiva. E poi via, buttiamoci un premio Nobel a certificare la bontà del tutto: “Ti pare che tra quei parrucconi non ce ne sia uno che ha pensato una cosa tanto ovvia?”, pensa il ministro.

Dimentica, Calderoli, qualcosa d’altro. Ovvero, che negli anni questo modello (“amministratore deludente – voto per l’avversario alle urne“) è già comparso, in Italia: nelle elezioni politiche. Che hanno visto, dal 1994 ad oggi, l’alternanza al potere di centrodestra e centrosinistra. Inutile ricordare che, se è vero che gli elettori hanno scelto di volta in volta per l’avversario di chi era al potere, questi, una volta entrato nella stanza dei bottoni, non ha fatto quasi nulla di quello auspicato da Calderoli. C’è chi la spesa pubblica (ad esempio) ha promesso di diminuirla e poi l’ha aumentata, chi dice prima che vuole diminuirla e poi che intende razionalizzarla. E questo che è accaduto nel nazionale, perché non dovrebbe ripetersi nel locale? Quando Berlusconi assume 3300 precari in Sicilia con fondi governativi (equamente ripartiti, si spera…), sceglie di spendere (immobilizzare) del capitale che invece poteva (ad esempio) investire affinché lo Stato (noi tutti, anche i siciliani) ne avesse un ritorno. Investe sull’oggi a scapito del futuro, insomma. Questo atteggiamento, che è proprio di un’intera classe politica e non appannaggio del centrodestra, finisce nel lungo termine per danneggiare tutti, anche i beneficiari di oggi. E se questo è l’atteggiamento precipuo della nostra classe politica (a tutti i livelli: comunale, provinciale, regionale, nazionale), dando maggiori possibilità di spesa e imposizione non si rischia di lasciare tale-e-quale – se non peggiorare – la situazione odierna? Per porsi questi dubbi, caro Calderoli, non serve aver conseguito un premio Nobel.

Cambiamo argomento (non troppo, in realtà). In un editoriale pubblicato da Repubblica, Ilvo Diamanti definisce quella odierna una generazione “perdente e che va a destra”. Il finale è particolarmente significativo: “Per capire il deflusso dei giovani verso la destra e il non-voto, però, è più semplice soffermarsi sullo spettacolo offerto dalla sinistra, riformista e radicale. Il Pd, attraversato da divisioni personali e di corrente. Intorno ai soliti nomi: Veltroni, D’Alema, Rutelli. Marini. [...] Pochi accenni, risaputi, evidenti a tutti. Sufficienti a comprendere perché la Sinistra non possa aiutare i 30-40enni della “generazione perduta” a ritrovarsi. Tanto meno i giovani – e gli studenti – a identificarsi. Si sentono una “generazione perdente”. Perché dovrebbero affidare il proprio destino, la propria rappresentanza a una classe politica “perdente” di professione?“. Gli risponde, distruggendolo a mio parere, Qualcosadiriformista: “[primo] Più che di destra, è una generazione “politicamente deideologizzata“, nata con il maggioritario, vota per chi può vincere e cambia facilmente (almeno rispetto al passato) orientamento elettorale. Secondo: perdente? Mah, l’aggettivo forse sarebbe più giusto associarlo a chi non è riuscito. Semmai, una generazione che fa fatica a trovare una sua “mission”, ma questo a 20 anni è anche un bene. Forzando un pò (anche il post risente del clima di agosto), è una generazione che si specchia in Amici, come quelli un poco più grandi si misuravano su Non è la Rai e prima ancora Drive In e dintorni (magari una piccola riflessione sul fatto che le trasmissioni generazionali sono da quasi 30 anni appannaggio di Mediaset andrebbe fatta)“. Dopo un botta-e-risposta del genere, come minimo in un paese attento a sé stesso si scatenerebbe un dibattito vibrante. Tranquilli, qui non succederà. Finirà tutto nel frigido mare d’agosto. (Perdonate la chiusa pseudo-wertmulleriana, ma non sapevo come concludere la frase)

In un articolo che è giusto definire ben argomentato, Giuliano Ferrara spiega perché i denari pubblici ai giornali sono cosa buona e giusta. “Le voci che rischiano di essere spente sono quelle di piccole minoranze di lettori aggregate da piccoli gruppi di giornalismo politico e culturale, non sono affatto necessarie a qualificare come democratico il sistema dell’informazione; e poi il sistema dell’informazione deve essere “libero”, non democratico, parola ormai sinistra soprattutto in bocca a tanti scalzacani del politicamente e ideologicamente corretto“, dice il direttore del Foglio. Da sottolineare che tutto il pezzo giova di un low profile davvero anglosassone. Insomma, visto quanto è lontano dalla protervia con cui affronta taluni argomenti, quasi quasi, si potrebbe essere quasi tentati di concordare con lui, e di chiedere al ministro se per caso, raschiando nel fondo del barile, qualche euro non sia rimasto per Giulianone e compagnia cantante. Quasi.

Vignetta di Artefatti

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