Dopo il trionfo nel Sei Nazioni della nazionale irlandese, anche i club dell’Emerald Island si mettono in luce nei tornei internazionali. Un breve viaggio nell’isola felice del rugby a caccia di spunti e di qualche perche’. Relativo ai casi nostri.
Nel sesto secolo dell’era Cristiana l’Irlanda era divisa in cúigí o fifths (“quinti”, un po’ come i sei sestieri di Venezia). Nel corso della lunga dominazione inglese le più “agili” contee li rimpiazzarono da un punto di vista amministrativo, ma quattro delle cinque originarie province sopravvissero nel sentimento identitario popolare: Ulaidh (Ulster), Laighin (Leinster), Connachta (Connacht o Connaught) e An Mhumha(ain) (Munster) – invece la quinta, Mídhe in mezzo, non c’e’ piu’. Prego notare dalla mappa, la provincia dell’Ulster comprende sia contee ancora suddite di Sua Maesta’ Britannica che dell’Eire: si tratta di confini transnazionali, senza al
cun risvolto pratico- amministrativo ma intrisi di senso culturale e identitario.
IL PALIO D’IRLANDA - Orbene, quale sport poteva incorporare al meglio tale visione radicata sul territorio, tradizionalista ma al contempo dinamicamente proiettabile al futuro? Ebbene si l’ha fatto il rugby, nonostante l’esistenza nell’isola di sport praticati e sentitissimi ancora piu’ identitari come il gaelic football o l’hurling. Il fatto e’ che col rugby, sport portato dagli odiati inglesi ma codificato nell’isola sin dal 1854, a differenza degli sport gaelici si compete anche fuori dai confini isolani. La struttura organizzativa data al rugby irlandese dalla Irfu (Irish rugby football union) sin dal XIX secolo e valida ancora oggi e’ piramidale. La pratica del rugby – che conta ad oggi oltre 60.000 tesserati, tnati in rapporto alla popolazione ma non moltissimi se confrontati col milione di praticanti inglesi – avviene in una cinquantina di club distribuiti sul territorio e ancora piu’ capillarmente nei college. Questi partecipano a campionati semipro e amatoriali (AIB League, AIB Cup e college rugby), gestiti dai 4 comitati provinciali; i quali selezionano i migliori giocatori e li ingaggiano (da professionisti) nelle rappresentative provinciali – Leinster, Munster, Ulster, Connacht. Solo queste 4 selezioni e non i club competono a livello internazionale: nella Coppe Europee e nella Celtic League (si pronuncia Keltic) sponsorizzata Magners, campionato includente le quattro rappresentative irlandesi, quattro gallesi più due scozzesi e a partire dal 2010/11 anche due selezioni italiane. A loro volta tali selezioni provinciali formano la base da cui attinge la Nazionale, con un processo non meramente “su chiamata” come nel calcio o anche nel rugby di altri Paesi ( Inghilterra, Francia o il nostro), bensi’ fondato sul coordinamento tecnico e tattico costante tra (alcune) selezioni e la nazionale, con tanto di programmazione e scambio di allenatori. Di fatto i giocatori irlandesi selezionati nelle rappresentative provinciali sono sotto contratto federale e questa possiede tre dei quattro stadi in cui le selezioni giocano (a Dublino il Landsdowne Road in via di rifacimento – si chiamera’ Aviva Stadium, il Thomond Park a Limerick e il Ravenhill Park a Belfast).
OK, IL SISTEMA E’ GIUSTO - Com’e’ funzionata sinora la piramide? Benissimo a giudicare le ultime stagioni: la selezione di Leinster è campione in carica della Celtic League, quella di Mun
ster detiene la Heineken Cup (la Champions League del rugby europeo) e si è qualificata alle semifinali quest’anno con i cugini del Leinster mediante una prestazione superlativa contro i gallesi Ospreys, definita dagli avversari “una autentica lezione di rugby” schiacciandoli senza appello per 43-9. Per non parlare della Nazionale, ai vertici europei per tutto l’ultimo decennio ma sinora mai capace di calare la zampata realmente vincente, cosa finalmente successa quest’anno con la vittoria del Sei Nazioni. Successi anche a livello giovanile, forse quello seguito con piu’ attenzione dalla federazione: due vittorie su due partite per la rappresentativa scolastica under18 nel torneo Five Nations Festival, l’ultima oime’ con un convincente 29-3 sugli azzurrini a Parma lo scorso 15 aprile. Ovviamente non e’ tutto oro: mentre i due squadroni di Munster e Leinster viaggiano alla grande, rinforzati da stelle straniere del calibro dell’ex All Blacks Doug Howlett o dell’australiano Rocky Elsom, fa piu’ fatica Ulster che schiera anche il nazionale italo-argentino DelFava e addirittura arranca la rappresentativa del Connacht, recentemente eliminata nei quarti di finale della Euro Challenge Cup (la Coppa Uefa del rugby). Tant’e', se tante partecipano l’importante e’ che l’una che vince sia irlandese.
COSA FARE ORA - L’adesione alla Celtic League da parte italiana dimostra l’indubbio fascino che il modello “piramidale” raccoglie anche tra noi, essendo finalizzato a migliorare le prestazioni della Nazionale ma anche a schierare squadroni forti e consistenti nelle competizioni internazionali riservate alle squadre di club. L’Italia sinora aveva scelto il modello opposto, quello piu’ “calcistico” in vigore anche nel rugby tra inglesi e francesi, basato sui club che crescono attingendo ai loro vivai e soprattutto attirando campioni internazio
nali (e sponsor). Ora si trattera’ di fare una non semplice inversione a U in corso d’opera, stravolgendo il modello e inevitabilmente creando non poche frizioni. Difatti il primo problema che l’Italia rugbistica dovra’ affrontare sara’ quello di mettere d’accordo parrocchie, campanili, bande politiche e visioni centraliste, per definire banalmente CHI partecipera’ al campionato Celtico (cosa ancora lontana dall’essere chiarita). Fatto questo che richiedera’ sforzi, compromessi, capacita’ di mediazione e spreco di non poche energie, dopodichè il lavoro della Federazione Italiana Rugby, promotrice dello sbarco ai lidi Celtici, sara’ semplicemente all’inizio. Ammesso e non concesso che i prossimi, indispensabii compromessi tra Fir e club non siano al ribasso e portino a conclusioni gestibili nel medio-lungo periodo (ad esempio dal fondamentale punto di vista del radicamento territoriale, che significa fidelizzazione del pubblico e salute dei vivai), è chiaro che strutturare una pratica sportiva “a piramide”, mentre punta molto sulle prestazioni del vertice si deve fondare su una larga, larghissima base. Difatti il vero vantaggio competitivo irlandese o anche gallese non sta tanto nel numero dei praticanti, tutto sommato paragonabile a quello italiano (nei numeri assouti, non in percentuale della popolazione…), ma nel fatto che lo sport e’ molto praticato nelle scuole. Da li’ si fa leva, invogliando i giovani talenti stimolati dai risultati dei loro beniamini a intraprendere la carriera agonistica nel rugby incece che in sport concorrenti come il calcio il basket o altro. Mentre un tempo i giovani si indirizzavano allo sport più adatto al loro fisico (alti al basket, piccoli e veloci al calcio, robusti al rugby etc.) oggi il tipo fisico che tutti gli sport cercano e’ sempre piu’ omogeneo: li cercano tutti tutti alti robusti e veloci, e questa è una delle spiegazioni (assieme ai soldi, che vanno dove ci sono altri soldi) del progressivo depauperamento degli “sport minori” a scapito di Sua Maestaà il calcio nei Paesi dalla cultura sportiva scarsina come il nostro. Questa sara’ la vera sfida, conoscendoci, lavorare lontano dalle telecamere: una cinquantina di “campioni” di medio alto livello da schierare in Lega Celtica bene o male si trovano, magari in Argentina; piu’ complesso sara’ (riu-)costruire un movimento “sottostante” che alimenti nel tempo le selezioni con talenti locali.
























grazie per il gran bel pezzo sulla ‘mia’ ireland, Abr!
se ci fosse ancora la sottile linea rossa ti replicherei con ‘due paroline (non-rugbistiche) sull’irlanda’
penso che una cosa importante da imparare – che tu non dici ma che ti ho sentito dire altrove, credo – sia che le due selezioni italiane dovranno assolutamente conservare un radicamento territoriale per avere una qualche possibilita’ di durare nel tempo e di contribuire allo sviluppo dello sport in italia.
qui recentemente c’e’ stato il derby leinster vs. munster ed e’ stato derby vero nonostante, ovviamente, ci siano all’interno delle due province grosse divisioni che non sono paragonabili alle divisioni all’interno del tifo di un club. ricostruire una cosa del genere e’ difficilissimo e puo’ essere fatto solo elevando due tradizioni pre-esistenti a selezioni, visto che non abbiamo la stessa storia e substrato culturale (lo stesso discorso, anzi mi sembra di capire ancora piu’ significativo, si puo’ fare per il wales, right?)
ultima cosa: ma non e’ che col terremoto ha preso piede l’idea che la seconda selezione, quella non del nord, possa essere a l’aquila? io non l’ho letto da nessuna parte ma immagino che qualcuno deve averla gia’ tirata fuori l’idea, no?
ciao,
nullo
Grande nulla, piacere di risentirti, t’avevo alsciato al Murraydield di Edimbo e ti ritrovo … mutato in Leprechaun?! Leinster immagino … Bene bene.
Si nella chiave identitaria è fondamentale il radicamento territoriale, a maggior ragione in uno sport di combattimento come il rugby. E’ uno dei miei leit motif sull’evoluzione locale del rugby: se lo tralasciamo ciritroveremo punot e accapo ai problmei del recente passato, quando la Fir nel tentativo di far crescere il movimento l’ha quasi sradicato e “vitualizado” (alla argentina).
Ogni realtà locale arriva da storie diverse, ma trovo molto significativo l’esempio irlandese; come giustamente sottolinei, all’interno delle province ci stanno contee e città con storie molto diverse, forse alla fine come diceva A.de Saitn Exupery, sono le vittorie che uniscono.
Il Galles ha scelto una strada lievemente diversa (mista tra club promossi a selezioni e approccio “fusionista” tra club, ma pressocchè indipendente dal terriorio e più legato alle realtà urbane) e ancora diversa anches e simile alla gallese è quella scozzese,
Anche l’Italia dovrà trovare il suo peculiare ubi consistat, pensando bene alla storia di questo sport nel Paese.
Sotto tale profilo l’Aquila perchè no? Perchè, pur essendo stata una delle prime a candidarsid sola e successivamente “federata” con una parte delle romane, non possiede un bacino attrattivo per i visitors celtici: vogliono anda’ in trasferta a Roma Milano e Venezia e non certo in area sismica … (sai bene come sono i brits no? Volgiono unire l’utile al dilettevole).
approposito, mi scoso per tutti i mis-type del post: sono un raro caso di dislessia da tastiera.
Corretti i type, tranne quelli nei commenti (’sta tastera mi rende dislessic). ancora sorry.