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pubblicato il 7 agosto 2008 alle 15:19 dallo stesso autore - torna alla home

Personaggi che sembrano fatti con stampini già usati, trame intricate quanto inconcludenti e prevedibili, una spruzzata di sano patriottismo che male non fa: è estate, e se resti a casa e non hai la tv a pagamento,tocca rimediare con serie televisive assolutamente perdibili. Come questa.

L’avevamo lasciata avvocato democratico saltuariamente in preda a disastri sentimentali e turbe mentali; la ritroviamo giornalista repubblicana, al solito impelagata in disastri sentimentali e turbe mentali incipienti, questa volta però aggravate all’inverosimile da una famiglia al collasso e, soprattutto, dalla brutta voglia di prendersi sul serio. Calista Flockhart, indimenticabile interprete di Ally Mc Beal (l’indimenticabile non è necessariamente una nota positiva) torna al successo con la serie besyn8 Brothers and Sisters: già non si sopportava come Ally Mc Beal, figuriamoci ora che è repubblicana Brothers&Sisters, saga familiare strappalacrime, proposta da Raidue nel caldo estivo di questa estate neoberlusconiana.

NON MANCA NULLA – Dei tempi di Ally Mc Beal le sono rimaste le faccette da disseminare ad ogni ciack, solo che ora più che simpatiche smorfie sono attacchi di rictus: la Flockhart pare intendere la recitazione come una variante del tic nervoso: è tutto uno storticchiare la bocca, balbettare, sospirare e alzare gli occhi. Ne ha ben da dolersi, del resto, visto la sceneggiatura del drammone, che narra le sventure della famiglia Walker, in cui Calista/Kitty è colonna portante. Gli Walker sono in pratica un assemblaggio di tutto ciò che può fare America: padre imprenditore di successo, che muore improvvisamente all’inizio della serie, costringendo la figlia a un precipitoso ritorno a casa; madre combattiva e “liberal”, descritta come una rompipalle all’ennesima potenza, così impegnata a sostenere e difendere ogni causa possibile da non accorgersi per anni che il marito la cornificava con una bionda tardona, cui lascia cospicua eredità mettendo in crisi il resto della famiglia. I fratelli rappresentano un campionario variegato delle sventure del paese: la maggiore è una donna in carriera, ma controvoglia, come ben si adegua ad una neoconservatrice: vorrebbe stare a casa ad occuparsi dei figli, ma ahimè, deve tirare la carretta per evitare i caos che combinano i fratelli scemi; il più intelligente dei maschietti è invece avvocato, ma è gay, e passa il tempo a dolersi di non trovare il grande amore nonostante la sua tanto spiccata sensibilità femminile, forse germinata per reazione ai comportamenti della madre, che si muove come invece un bulldozer.

MA NON MI DIRE… – Ci leggete un pizzico di stereotipo? Ma no, è un ritratto commosso della società calista Brothers and Sisters: già non si sopportava come Ally Mc Beal, figuriamoci ora che è repubblicana americana, aperta e libera nell’accettare il “diverso”. Difatti il fratello gay, a casa, è accettatissimo, così accettato che gli fanno organizzare persino la festa a sorpresa per i sessant’anni di mamma: del resto, è gay, se non ha buon gusto per le feste alla moda lui, di chi ci si potrà mai fidare? Certo, qualche problema lo ha anche lui, dato che Kitty/Calista non solo è Repubblicana, ma diventa persino portavoce di un aspirante candidato alla Presidenza degli Stati Uniti, famoso per le sue dichiarazioni omofobe; quando glielo porta in casa, il fratello gay un po’ si adonta, ma il Senatore Repubblicano conquista subito mammà con posizioni praticamente democratiche, confessa di avere un fratello gay lui pure – deve essere una dotazione standard nelle famiglie televisive americane – e poi ha la faccia belloccia di Rob Lowe, quindi riesce immediatamente a portarsi a letto Kitty. In effetti, con queste credenziali, la strada per la Casa Bianca dovrebbe essere tutta in discesa.

ALLA GUERRA! – Ma ci potevamo lasciar perdere un po’ di retorica sull’11 settembre e l’America guardiana del mondo libero? No, per carità. Così l’altro fratello della bella Kitty è un reduce della guerra in Afganistan: è partito dietro consiglio della sorella, rimasta sconvolta per l’attacco alle Torri Gemelle, così sconvolta che, da brava Repubblicana che si rispetti, ha subito pensato di mandare al fronte qualcun altro (Ecché, ci sarebbe dovuta andare lei? Già tenere a posto la messa in piega a Manhattan è un lavoraccio!). Il ragazzo dall’esperienza è tornato distrutto, tanto che è divenuto tossicodipendente. Cosa per cui la sorella si commuove, lo spettatore pure, mamma piange disperata; ma quando l’esercito degli Stati Uniti lo richiama, per mandarlo in Iraq, tutta questa afflizione porta ad un beneamato niente: lui, porello, tenta di evitare il  Brothers and Sisters: già non si sopportava come Ally Mc Beal, figuriamoci ora che è repubblicana richiamo adducendo la scusa che si fa di tutto, ma l’esercito replica, con logica stringente, che quando era militare non si faceva, quindi l’Iraq e la disciplina militare saranno la sua salvezza. Calista/Kitty spreca una delle sue faccette, mamma piange per venti secondi, il saggio zio ammolla al nipotino una comprensiva pacchetta sulla spalla, e tutti aspettano che venga rimandato al fronte con silente partecipazione, in base al sano principio repubblicano che è meglio sparato morto nel deserto che perito per overdose nel giardino di casa, sennò poi i vicini lo vengono a sapere e non ti rivolgono più il saluto il giorno del Ringraziamento. I drammi secondari di questa bella congrega sono per ora un rumore di fondo, ma verranno certo sviluppati a dovere nel prosieguo: c’è, per esempio, una nipotina diabetica che promette bene, magari per una puntata in cui entra in coma e viene salvata in extremis dall’eutanasia proposta da liberal e radicali cattivi. Attendiamo con impazienza.

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