Abruzzo, un attimo per sorridere – Due chiacchiere con l’angelo-clown
14/04/2009 - Dopo la disperazione, la paura e l’angoscia è arrivato il momento di ricostruire. A L’Aquila, fra gli sfollati delle tende, si riparte dal sorriso dei bambini: ecco un’intervista a un clown-dottore di un’associazione romana “Per fortuna sono bambini. Loro non
Dopo la disperazione, la paura e l’angoscia è arrivato il momento di ricostruire. A L’Aquila, fra gli sfollati delle tende, si riparte dal sorriso dei bambini: ecco un’intervista a un clown-dottore di un’associazione romana
“Per fortuna sono bambini. Loro non percepiscono la pesantezza della situazione. Anzi, sembra quasi che la vivano come un’avventura da quando siamo arrivati noi”. Tra una tenda e l’altra, all’interno del campo allestito a Piazza d’Armi, i bambini giocano. Le continue scosse neppure le sentono talmente sono impegnati a saltellare, a rincorrersi e a fare i palloncini. Federica è stata lì con loro alcuni giorni, affiancata dai colleghi clown-dottori dell’associazione
“Andrea Tudisco” di Roma. Ora lei è tornata a casa, mentre gli altri sono ancora a L’Aquila. L’iniziativa, voluta dal ministero delle Pari opportunità in collaborazione con la Protezione civile, è particolarmente gradita da quelle parti: “Siamo andati in Abruzzo per cercare di aiutare le famiglie e regalare qualche sorriso ai più piccini”, spiega la volontaria. Già, il sorriso. Forse l’unica vera arma capace di fronteggiare il dramma che ha colpito la popolazione aquilana. Gli affetti, le certezze, tutto è finito sotto un cumulo di macerie. I terremoti non danno tregua da mesi, ma adesso, dopo il cataclisma del 6 aprile, ogni scossa è un duro colpo da digerire. Tuttavia i bambini, almeno loro, riescono a divertirsi. “Quando siamo arrivati al campo – racconta Federica – si respirava un’aria triste. C’erano poche tende e si avvertiva la percezione del disastro. Ma i bambini, come hanno notato la nostra presenza, ci sono venuti subito incontro e piano piano il campo si è rianimato”.
Un impatto positivo, dunque…
Assolutamente. Il nostro intento è quello di portare la fantasia, il divertimento, accompagnare i bambini in questo momento di difficoltà. La nostra presenza è molto apprezzata anche dagli adulti. Soprattutto le persone più anziane. Anche loro si divertono con noi. Pensa, un mio collega, per gioco, “si è sposato” con una signora…
In cosa consiste il vostro lavoro?
In generale il clown-dottore cerca di cambiare lo stato d’animo del bambino e di recuperare la parte sana che c’è in lui. Inoltre, lavoriamo al fianco dei medici negli ospedali allo scopo di tranquillizzare i bambini in sala operatoria o in quelle situazioni un po’ particolari quali possono essere le analisi invasive. Nella tendopoli svolgiamo più o meno lo stesso compito, anche se è difficile spiegare il nostro lavoro in poche parole.
I bambini come vivono questa situazione così particolare?
In questi casi è un vantaggio essere bambini. Generalmente non raccontano le loro emozioni, ma io ho la sensazione che scappino dalle tende per restare più tempo con noi. Sai, nella tenda hanno modo di osservare la mamma preoccupata delle loro sorti, di cosa possa accadere da qui a un mese, di cosa sarà di loro… Poi c’è da considerare che la terra continua a tremare e gli adulti vivono questa circostanza con un’ansia maggiore rispetto ai più piccoli.
E non hanno paura delle scosse?
In realtà loro neanche le sentono! A dirla tuta, a volte non me ne sono accorta nemmeno io. Quando si è concentrati nel gioco tutto il resto è superfluo. Certo, noi adulti ci facciamo più caso. Del resto lì è una cosa continua, ma alcune scosse si avvertono, altre no.
Come stanno reagendo gli sfollati?
C’è tanta speranza, tanta voglia di ricominciare. Molte delle persone che alloggiano nel campo non nascondono la
felicità di essere ancora vive, di avere l’opportunità di raccontare la loro drammatica esperienza. Questo significa già molto. Il tempo per pensare al futuro di certo non mancherà. Semmai, la loro preoccupazione più grande è quella di rimanere soli. Ora ci siamo noi e c’è la Protezione civile a dare una mano. Ma quando si saranno calmate le acque, si spegneranno le telecamere e molti dei volontari presenti al campo torneranno alla vita di tutti i giorni sarà un problema. Ecco, loro temono di essere abbandonati. Noi come associazione “Andrea Tudisco” resteremo a L’Aquila ancora un po’. Dopodiché, facendo parte della Federazione dei clown-dottori, ci daremo il cambio con altre associazioni in modo da garantire una presenza fissa sul territorio.
Cosa ti ha colpito maggiormente nei giorni che hai vissuto nella tendopoli?
La considerazione della gente. Molti ci dicevano che siamo degli angeli, la loro luce. La tendopoli con il passare dei giorni ha cambiato aspetto, per certi versi sembrava quasi di respirare un’aria di “festa”. È molto bello anche per noi, vuol dire che stiamo offrendo al meglio il nostro contributo. Poi ci sono altre piccole cose che mi hanno colpita. Ad esempio, c’era un bambino di tre anni e mezzo che si era molto affezionato a me e non faceva niente se non in mia presenza. Una coppia ha festeggiato i cinquant’anni di matrimonio nella tendopoli e noi abbiamo preparato una festa con tanto di palloncini a forma di cuore. Sono tanti gli aneddoti che potrei raccontare. L’importante, però, è regalare un po’ di serenità a queste persone. Io credo che quando un genitore vede il proprio bambino stare bene, sta bene anche lui. È una preoccupazione in meno, e non è poco.













grazie per questa testimonianza
“C’è tanta speranza, tanta voglia di ricominciare. Molte delle persone che alloggiano nel campo non nascondono la felicità di essere ancora vive, di avere l’opportunità di raccontare la loro drammatica esperienza”
Ascoltando molte interviste a chi ha subito questa tragedia , ho notato questo leit motive, il raccontare da parte di queste persone la riscoperta del fatto che, sia nel caso in cui si sia stati fortunati, sia in quello terribile in cui si sia perso qualcuno, le uniche cose che contano relamente sono gli affetti, la vita, le occasioni, e la volontà forte di non voler più perdere questa consapevolezza.
Sembra così scontato, eppure non lo è per niente evidentemente, se dobbiamo sbatterci sempre il grugno.
mi dispiace che abbiano paura di restare soli, che ad un certo i riflettori si spengano sulla loro disgrazia ma so che è un rischio.
Splendido approfondimento.
Complimenti