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Internidi Carlo Cipiciani (Comicomix)
pubblicato il 9 aprile 2009 alle 10:30 dallo stesso autore - torna alla home

Il terremoto in Abruzzo è un colpo durissimo inferto all’Italia. E’ ancora il tempo del pianto, ma anche il momento di riflettere su cosa fare. Per risolvere l’emergenza e per impostare la ricostruzione dell’Abruzzo

Quando la terra trema il sentimento prevalente, dopo la paura iniziale, è il senso di vuoto e di sperdimento, come se con le case venissero sbriciolate anche le vite di persone, famiglie, comunità. In questi momenti ci vuole pietas umana. Ma servono anche nervi saldi, la mobilitazione tempestiva di risorse umane, materiali e finanziarie adeguate, la capacità di organizzarle efficientemente e di iniziare a f 892ecd7abf7ac5ad50eefb3f63e07d3f Berlusconi, le chiacchiere e la prova del terremotopensare il futuro“. Partendo dall’emergenza dei primi mesi e impostando in parallelo una ricostruzione per la quale serviranno comunque anni. In Italia abbiamo esempi poco edificanti, ma anche alcuni “successi”, nella diversità delle esperienze: il Friuli e l’Umbria-Marche.

IL TERREMOTO DEL FRIULI – Il terremoto del 1976 in Friuli Venezia Giulia colpì un’area di 5.725 km quadrati, interessando 137 comuni, circa 600 mila persone, con poco meno di mille morti e 70 mila senza tetto. C’erano 30 mila edifici da ricostruire ex novo e 70 mila da riparare. Nonostante scosse devastanti anche a mesi di distanza, nella primavera del 1977 tutti gli sfollati furono fatti rientrare nei propri paesi ad occupare gli alloggi provvisori. C’erano 26 mila prefabbricati installati in 350 villaggi attrezzati, in aree appositamente acquisite e urbanizzate, capaci di ospitare oltre 70.000 persone. Superata così l’emergenza abitativa si impostò la ricostruzione, coniugando la riedificazione delle strutture abitative e produttive con il rilancio economico. La “scommessa” fu sicuramente vinta, grazie al buon lavoro congiunto di Stato (con l’opera di Giuseppe Zamberletti, “inventore” della Protezione civile in Italia), Regione ed enti locali: in pochi anni si arrivò ad una ricostruzione pressoché totale, con un costo di circa 10 miliardi di euro.

IL TERREMOTO DELLE MARCHE E DELL’UMBRIA - L’ultimo grave sisma italiano per intensità e durata è quello del 1997, in Marche e in Umbria. A poche decine di chilometri in linea d’aria dall’Abruzzo, in aree che assomigliano geograficamente, economicamente e culturalmente a quelle colpite oggi. Meno devastante, ma ugualmente grave ed esteso. Nella sola Umbria colpì 76 comuni, ci furono oltre 30 mila senza tetto iniziali, per fortuna pochissimi morti, 2.297 edifici monumentali e chiese danneggiati, 1.971 edifici pubblici (tra scuole, ospedali, municipi) e 690 infrastrutture (strade, acquedotti, fognature, linee elettriche e telefoniche, rete del metano). In Umbria si scelse il modello della ricostruzione come “recupero” e messa a norma del patrimonio edilizio, in una zona ad alto rischio sismico,  per la “ricostruzione” dei borghi e del paesaggio, coinvolgendo direttamente le persone, unite in consorzi per i Piani Integrati di Recupero: progetti integrati con cui si ricostruisce la propria casa, il proprio quartiere, il proprio borgo. Una ricostruzione nel senso letterale dell’espressione, che è costata in Umbria circa 5,2 miliardi di euro. Anche questo “modello” di ricostruzione ha funzionato: dopo 3213x145 20090406 211852 D916B396 Berlusconi, le chiacchiere e la prova del terremoto anni il 22% degli sfollati era rientrato nelle abitazioni riparate, il 46% a settembre 2001, il 62% nel settembre 2002, a 5 anni dal terremoto, per arrivare al 92% attuale.

LE RISORSE PER L’EMERGENZA – L’Italia quindi non parte da zero. Come la protezione civile. Solo che una calamità naturale come quella che ha colpito l’Abruzzo (270 morti, più di mille feriti, 28 mila senzatetto secondo il Governo) richiede risorse adeguate di mezzi, uomini e soldi per i primi soccorsi e per la fase dell’”emergenza“. Organizzare i primi giorni e provvedere alla “sistemazione” temporanea di  migliaia di persone. In Umbria il lavoro di circa 6-7 mila persone (Vigili del fuoco, Forze dell’ordine, Esercito, Amministrazioni pubbliche, volontari di ogni parte d’Italia) ha permesso di superare la fase acuta dell’emergenza in soli tre mesi, assicurando una sistemazione a più di 9 mila famiglie, recuperando la funzionalità delle strutture sanitarie, delle funzioni pubbliche essenziali e delle attività economiche danneggiate. 22.604 persone senza tetto che nella prima fase dell’emergenza il Dipartimento della Protezione civile fece sistemare provvisoriamente in tende e roulotte. In Abruzzo si parla di 8.500 persone, organizzate in cinque centri operativi, 2.962 tende che hanno accolto 17.772 persone.

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