La Busta. Quando il Potere calpesta i diritti
09/04/2009 - Un testo teatrale che è un atto di accusa contro un mondo privo di valori e di umanità. Al Teatro Gobetti di Torino entri e trascorri 45 minuti dentro un garage senza tempo. Decontestualizzato. Le dimensioni degli oggetti sono sproporzionate.
Un testo teatrale che è un atto di accusa contro un mondo privo di valori e di umanità.
Al Teatro Gobetti di Torino entri e trascorri 45 minuti dentro un garage senza tempo. Decontestualizzato. Le dimensioni degli oggetti sono sproporzionate. Scale grandi, porte e finestre piccole. Una grande sedia da barbiere, una sedia piccola. Una busta grande. Espressione parossistica, deformata della burocrazia. Deformante strumento, miope e crudele, con cui il potere esercita violenza sui deboli. Innocenti.
La busta arriva e scatena il plot narrativo. La busta è spedita dal Presidente di questo surreale ente che ha sede nel surreale garage. E’ indirizzata ad un malcapitato ed indifeso individuo (Francesco Sframeli). Il malcapitato si presenta per avere un colloquio con il Presidente con cui non riuscirà mai a parlare. In sua vece, il temibile Segretario (Spiro Scimone). Un personaggio che trascorre il suo tempo a guardarsi allo specchietto retrovisore che è collegato alla sedia da barbiere su cui sta seduto. Segno di un potere che guarda solo a sé stesso, autoreferenziale ed egoista. Pronto a calpestare i diritti degli indifesi, ad imporsi con la violenza e legittimarsi attraverso la propaganda. Dalla piccola porta di tanto in tanto compare un uomo che non è più uomo. I cui sogni sono stati calpestati da un pezzo. Che è stato retrocesso ad uno stato abietto e frustrante. A mangiare e bere in una ciotola. Senza speranza. Oppresso dalle urla e dalle minacce del segretario che è anche suo fratello, che attua un potere che è cieco e subdolo. Pronto a mettere in dubbio, sempre, la buona fede. Come quando si rivolge al nuovo malcapitato:
“Di chi è quella faccia sulla carta d’identità?” – “La mia” – “Da quanto tempo?” -”Da 20 anni” – “Lei abita qui vicino?” – “No” -”ha un fratello gemello che abita da queste parti?“
La vicenda si consuma in un riuscitissimo comico e raccapricciante rincorrersi di domande e risposte.
“Scusi se l’ha disturbata” – “No, non mi ha disturbato” – “Scusi se l’ha disturbata, lo fa sempre” – “Le dico che non mi ha disturbato, voleva solo una sigaretta“.
Francesco Sframeli è straordinario, superbo interprete di quella umanità debole ed innocente che vive continuamente sulla propria pelle angherie e soprusi. Del vicino di casa, dell’ufficiale giudiziario, del padre padrone. Il suo personaggio capisce che quella lettera è già una condanna. E’ un invito ma anche una sentenza definitiva. Non ci sarà nessun colloquio con il Presidente ma un torbido, lento e soffocante lavorio psicologico fino al tragico epilogo. Questi uomini, cattivi, mangiano uomini. Dove domina il potere e la violenza prevale un tragicomico alternarsi di ruoli. Vittime e carnefici sono le due facce della stessa medaglia. E perdono tutti.
L’uomo di oggi vive esportando la democrazia con la violenza, facendo violenza su altri uomini per liberarne degli altri. Una violenza che è accettata, data per scontata senza che nessun filtro, nessuno spazio per la riflessione medii. Ed infatti niente media la parola, il gesto, la comunicazione del pezzo teatrale. C’è ironia, e la scrittura di Spiro Scimone vive di un perfetto equilibrio tra dramma e comicità. Ma non c’è l’umorismo in senso classico a fare da rene in questa fagica e metabolica rappresentazione. Non c’è naturalismo, ma un sottile e acuto rapporto tra la finzione e la realtà della vita. Il Teatro dei Grandi! Ridi e ti indigni con te stesso l’attimo dopo. Lo spettatore è attivo e partecipa all’opera assieme con i quattro interpreti sulla scena. Una scena dove l’aggressività delle incidentali del testo si insanguina della rutilante immagine del sangue che il mestolo in mano al macellaio dispensa.
Questo il grande merito della compagnia Messinese. Spiro Scimone e Francesco Sframeli sono i due geniali innovatori ed interpreti di un teatro della parola che si insinua nel solco di Kafka e Beckett. Fanno riflettere mettendo lo spettatore in un grade labirinto fatto di specchi deformanti. L’esasperazione della realtà circostante ubriaca e spaventa, certo. Sgomenta e inquieta. Il risultato è una catarsi di riflessione. Uscendo dal teatro si ha la sensazione che il mondo fuori non è ancora così brutto. Forse. Ma potrebbe essere migliore se, ogni tanto, almeno per 45 minuti, ci fermassimo a riflettere. Se ogni tanto ci fermassimo a leggere e non solo a guardare, a fare finta.
Se ci voltassimo indietro. Quando l’umanità, meno frettolosa, aveva più voglia di ascoltare, di pensare e di concentrarsi. Mentre oggi consuma sé stessa fagicamente nel breve volgere di un orgasmo. Superficialmente, con pressapochismo. Con una violenza che spesso è una violenza vittimistica. Alla fine l’uomo che è stato carponi, relegato ad uno stato di umiliazione, si scopre essere il Presidente.













le tue recensioni sono come delle poesie e come gli spettacoli o i libri di cui parli andrebbero prese sul serio. Non sono solo cultura. Sono vita
I tuoi commenti soddisfano la mia vanità come mille commenti.
MF
“Fanno riflettere mettendo lo spettatore in un grade labirinto fatto di specchi deformanti.”
Il teatro è anche “cultura”, per me è stata ed è una vera scuola, anche di riflessione; è il luogo “unico” del crescere artistico; ed è bello trasmettere dei valori, o far riflettere, attraverso la magia dell’arte!
Bel post!