Una nuova via di uscita
05/04/2009 - La copertina incontra i fogli con un rumore secco, definitivo, che mi lascia in compagnia di questa felicità che cerco di proiettare su di me, sui miei ricordi. Un tempo stringevo i miei occhi miopi per vedere meglio qualcosa che
La copertina incontra i fogli con un rumore secco, definitivo, che mi lascia in compagnia di questa felicità che cerco di proiettare su di me, sui miei ricordi. Un tempo stringevo i miei occhi miopi per vedere meglio qualcosa che mi colpiva; piano piano ci entravo dentro, e l’immaginazione sostituiva la vista per cogliere altre sfumature.
Come una volta che, finito un libro che mi aveva appassionato, fantasticavo l’incontro con l’autore per un autografo. Di fronte a me c’era un vecchio con un bastone. Stringendo gli occhi notai che aveva un manico finemente intagliato, come una pistola con il calcio in madreperla; la mia fantasia si lanciò in una storia di autografi e minacce, di pazzi ed equivoci. Quando il bastone si avviò per accompagnare i passi incerti del suo padrone, mi risvegliai felice. Dal cielo era scesa una nuova storia che, forse, prima o poi, avrei scritto.
E certamente dal cielo è scesa questa voce che mi ricorda quello che sono stato, che mi parla di emozioni che ho provato e che ora, in questo inutile sostare nell’incoscienza, mi sono proibite. Ma stringendo gli occhi della memoria posso ritrovare quei sentimenti, quei sogni che ho perso rendendomi indifferente alla vita.
Perchè è tempo di uscire dai soliti pensieri, di abbandonarmi alle emozioni come una rockstar che buttandosi dal palco sa che non si sfracellerà perché tante braccia non desiderano altro che sorreggerlo.
Sono pronto, solo il tempo di cercare l’interruttore giusto.
Piano piano le pupille si stringono e la mia vista mette a fuoco un neon di ospedale. Non mi riesco a muovere, ma giro gli occhi verso la voce che ha cullato il mio ritorno.
Una ragazza bionda, un camice bianco con sopra scritto “Dott.ssa Arianna Papandreu”, destata da bip più intensi, si china per dirmi “Grazie per essere ritornato.”
Per la prima volta sbatto le palpebre ed una nuova linfa scorre nelle mie gambe. Tutto è intorpidito e dolorante. Ma quando alzo la mano subito le mani del mio amore l’accolgono in una stretta che mi da calore.
E poi folla che accorre, visi, lacrime e altri camici che si affanno su di me. Perdo il sapore della plastica nella bocca impastata. Mi viene voglia di vomitare, ma l’aria carezza la mia gola e mi pare che la sete si faccia meno dolorosa. Deglutisco e trovo un filo di voce per salutarla. Ha lacrime così forti che sento gocce dappertutto, sulle braccia nude, sul mio naso troppo sporgente, sulle lenzuola che le accolgono quasi senza rumore.
Più tardi, molto più tardi, dopo cicli velocissimi di giorni e di notti, ho rivisto gli occhi della dottoressa e ho trovato la forza per chiederle di quelle agende o libri che aveva letto negli ultimi periodi della mia incoscienza.
Lei mi ha guardato inclinando la testa come chi crede di non aver capito bene la domanda:
“E’ un’agenda che risale a poco prima dell’incidente. Sopra c’è scritto ‘A forza di stringere gli occhi’. C’erano solo riflessioni molto tristi.”
“E le altre? Quelle storie di speranza e quelle dolci, allegre? Dove le ha lette?”
Ora il suo sguardo è benevolo, mi carezza come la mano di mia madre quando mi consolava della caduta dalla bicicletta:
“Io ho letto solo quella.”
Ora capisco. Ho raccontato a me stesso altre storie. Ho messo insieme sogni e ricordi, sentimenti e desideri per trovare una nuova via di uscita al dolore e alla indifferenza. E, come spesso accade, la finzione è diventata realtà, i sogni mi hanno dato la forza di risvegliarmi.
Questo racconto chiude la prima raccolta che io ho scritto. E’ il tentativo di mettere insieme tutti gli spunti, i pensieri, che hanno portato a scrivere i racconti linkati e dare a tutti loro un senso comune. E il senso è il ritorno a se stessi attraverso la riscoperta delle proprie delusioni, delle proprie speranze, della propria tenerezza. Così, e non nell’abbandono, si riesce a trovare quella via di uscita da una vita che non ci rappresenta e che ci porta alla disperazione.
Dalla settimana prossima nel secondo anno di vita di Giornalettismo le storie della domenica cambieranno timbro ospiterando i racconti di una nuova raccolta “Mestieri” in cui ogni settimana una persona racconta il suo mestiere e la sua dura esperienza di vita. Stay tuned













“Anche io ho scaricato sulla famiglia depressione, isterismi, quel misto di orgoglio e distratta indifferenza che li ha allontanati per sempre.”
“Sono pronto, solo il tempo di cercare l’interruttore giusto.”
aggiungerei, solo il tempo di trovare un “input”: e ciò che è interessante è partire, non arrivare;…partire sempre pieni d’amore, di desiderio e di entusiasmo, e quest’ultimo non è lontano dalla gioia!
Altro che racconto! è un resoconto che racchiude tutte le storie che hai scritto!
La tua bimba che fa?…è tranquilla?
@cocci
Il concetto che tu hai ripreso è secondo me molto importante perchè la famiglia diventa il posto dove più spesso si da il peggio di sè (altro che famiglia del Mulino Bianco) e per questo bisogna stare attenti, molto attenti
@Lucia
non saprei dire cosa fa da input: a volte la disperazione a volte la gioia. Ma a piace credere che questo input può venire anche dalla osservazione di se stessi che, fuori dalle banalità, significa fermarsi un attimo e chiedersi se si è felici e cosa ci può rendere felici.
La bimba sta bene, mangia sempre di più e dorme sempre di meno…ma con tranquillità….
azz…ma non lo avevo commentato già, questo racconto??
Mi è venuta la voglia di leggere tutta la raccolta dall’inizio…