Forse è esagerato, ma di certo le quattro multinazionali che controllano il mercato discografico non se la passano bene. Colpa della crisi, ma soprattutto della propria incapacità di capire che il mondo è cambiato.
La crisi del mercato discografico dura ormai da dieci anni, e precisamente da quando – nel giugno 1999 – l’avvento di Napster diede inizio all’era del download illegale. Si
trattava della prima applicazione di massa dell’mp3, e – sventuratamente per l’industria musicale – era solo il primo fenomeno di una lunga serie che ha accompagnato tutto il decennio, e che è andata di pari passo con un declino inarrestabile delle vendite. Il mercato continua ad essere dominato dalle quattro multinazionali (Universal, Warner, Sony ed EMI) risultato di infiniti accorpamenti avvenuti durante gli anni Ottanta e Novanta: e adesso che non si possono accorpare ulteriormente per motivi di antitrust, non sanno fare altro che sostenersi a vicenda e prolungare in qualche modo l’agonia. Certo non aiuta la scarsa popolarità di cui godono, peraltro ampiamente meritata: la RIAA (Record Industry Association of America) che le rappresenta è nell’immaginario collettivo una sorta di Impero del Male dedito non tanto – come sarebbe legittimo – a difendere i propri interessi, bensì a portare in tribunale qualche downloader pescato nel mucchio.
SUICIDE BRAND – In questo bello scenario si è abbattuta adesso la recessione globale, e le cose stanno volgendo al peggio in particolare per la EMI – che delle big four è la più antica, e la più indebitata. Nel 2007 è stata acquistata per una cifra folle dal private equity Terra Firma (nome che oggi suona paradossale, vista la situazione): due miliardi e mezzo di sterline, una delle operazioni più clamorose e più suicide attuate nel periodo della bolla speculativa. Lo storico marchio del disco passava nelle mani di un gruppo finanziario che avrebbe garantito i capitali, attuato una robusta “razionalizzazione“, ovvero tagli di personale, mentre al suo interno si sarebbe rinnovata puntando su un salto di qualità verso le nuove tecnologie. E l’uomo della provvidenza (reclutato allo scopo meno di un anno fa) era Douglas Merrill, uno dei maghi di Google, che avrebbe guidato la nuova “divisione digitale” creata apposta per lui.
GUARDA COME ROTOLO – Bene! Oggi EMI chiude la divisione digitale e licenzia Merrill. Curiosa la giustificazione ufficiale della mossa: “Ora che i profitti del digitale ammontano ad oltre il 20% del totale, non c’è più motivo di tenerlo separato dagli altri settori“. E allora un anno fa quale motivo c’era, visto che non è cambiato nulla? Di certo il licenziamento di Merrill non viene rimpiazzato: la r
esponsabilità del digitale passa a Cory Ondrejka, proveniente da Second Life (notare a margine le notevoli competenze musicali dei nomi coinvolti). Ondrejka si occuperà soprattutto di marketing, con tanti saluti al nuovo modello di business vagheggiato per qualche mese e mai davvero perseguito. A dire il vero Douglas Merril nella sua permanenza ha combinato talmente poco che forse non ci si accorgerà nemmeno del cambio. Ma allo stesso tempo è difficile pensare che l’ex CEO di Google fosse un genio fino all’altro giorno ed ora si sia improvvisamente trasformato in un inetto (come accade a certi calciatori comprati a suon di miliardi). Piuttosto si direbbe il fallimento dell’unico timido tentativo di innovazione che EMI aveva messo in atto per salvare se stessa: e allora forse possiamo metterci il cuore in pace, la multinazionale del disco è irriformabile.
MONEY’S TOO TIGHT (TO MENTION) – Certo il problema riguarda anche le altre superstiti Sony, Warner e Universal, ma – recessione globale a parte – il caso EMI pare emblematico nel suo assommarsi di congiunture sfavorevoli (basti pensare che uno dei principali creditori si chiama Citigroup) ed errori manageriali (demenziale lasciarsi sfuggire i Radiohead, per esempio). Solo nelle ultime settimane il boss di Terra Firma, Guy Hands, ha ammesso che l’intera operazione EMI è stata un disastro: decidendo la svalutazione del 50% dell’investimento, un mucchio di soldi che ormai nessuno si illude più di recuperare (e se da un lato il dimezzamento secco può apparire una valutazione catastrofica, è considerata da alcuni una stima ancora troppo ottimista). A corredo di tutto ciò Hands ha offerto la sua stessa testa per placare gli azionisti, comprensibilmente nervosetti, lasciando il timone del gruppo. La cui situazione, adesso, è più in bilico che mai. Se i prossimi dati sull’andamento di EMI – attesi per il mese prossimo – non fossero quelli sperati, Terra Firma sarà costretta ad immettere altri soldi per evitare il default. E i soldi non sono proprio una merce facilissima da trovare, di questi tempi.























benvenuto a Massimo, e complimenti a chi ha messo il titoletto Money’s too tight to mention
Benvenuto, e… complimenti per l’articolo.