Il belpaese e la scomparsa del turismo
03/04/2009 - COSE CHE NON VANNO – Un declino che sembra inarrestabile, nonostante in Italia ci siano alcune delle principali “attrazioni” mondiali, una tradizionale vocazione turistica, un’offerta ampia e diversificata. Un declino che non dipende solo dall’affacciarsi di nuovi competitors, altrettanto dotati
COSE CHE NON VANNO – Un declino che sembra inarrestabile, nonostante in Italia ci siano alcune delle principali “attrazioni” mondiali, una tradizionale vocazione turistica
, un’offerta ampia e diversificata. Un declino che non dipende solo dall’affacciarsi di nuovi competitors, altrettanto dotati di risorse attrattive ma più aggressivi nel mercati internazionali e più bravi ad organizzare l’offerta. Né solo dalla congiuntura sfavorevole. E neppure soltanto dai “danni d’immagine“, da quelli storici (la mafia, la corruzione) a quelli più recenti (emergenza rifiuti, ad esempio). Il rapporto del Wef individua 3 fattori di criticità per il turismo italiano: l’assenza di governance e di coordinamento tra pubblico e privato, la carenza di infrastrutture e lo scarso sviluppo dell’information technology. Nel recente volume Il declino economico e la forza del turismo Fattori di vulnerabilità e potenziale competitivo di un settore strategico, a cura di Attilio Celant, tra le ragioni di questo declino sono elencate: carenze infrastrutturali, un rapporto non competitivo qualità/prezzo, lungaggini burocratiche, eccessivo ricorso al lavoro stagionale o – peggio – al lavoro nero, limiti dell’innovazione e della ricerca, troppa frammentazione in piccole imprese a conduzione familiare. E soprattutto la mancanza di “un apparato pensante, una struttura in grado di proporre strategie, elaborare risposte, formulare progetti e ipotesi di lavoro“; ovvero un “osservatorio nazionale“, una “cabina di regia“.
BUONANOTTE, ITALIA – Sembrerà incredibile all’attuale governo (come a quelli che lo hanno preceduto) ma anche per il turismo sono indispensabili interventi di coordinamento e di investimento, il potenziamento delle infrastrutture necessarie per la valorizzazione delle località turistiche e un’attività coordinata, unitaria ed organica di promozione. Queste carenze penalizzano tutta Italia, e soprattutto il sud che, nonostante la ricchezza del patrimonio naturale e artistico del Mezzogiorno, registra una spesa del turismo straniero molto inferiore a quella del centronord. Anche in questo caso, le “due Italie” risentono del gap di strutture e servizi per il turismo che incide sulle scelte individuali e sulle offerte degli operatori internazionali. A peggiorare la situazione, dopo il referendum abrogativo del ministero del Turismo, ha contribuito poi una conflittualità più o meno latente fra Stato e Regioni che favorisce l’ulteriore dispersione di risorse ed energie.
COSE DA FARE – Se il Governo avesse voglia di occuparsi della prima industria nazionale, non mancherebbero cose su cui intervenire, in raccordo con le regioni. Intervenendo ad esempio
sulla piccolissima impresa a conduzione familiare, di fatto la struttura portante dell’offerta ricettiva. Imprese che – giustamente – risparmiano sui costi, usano personale stagionale (o peggio), non fanno promozione: dovrebbero occuparsi delle “nicchie di domanda“. Perché non si persegua una politica di incentivo all’affiliazione che – nell’autonomia imprenditoriale – permetta lo sviluppo di congrue economie di scala, con prezzi più convenienti, aumento dei margini, possibilità di fare campagne di marketing anziché limitarsi ad “aspettare” l’arrivo del turista è un vero mistero italiano. E che dire dell’arretratezza tecnologica e la scarsa diffusione di Internet, l’emergente “agenzia di viaggio” globale? I siti web ci sono, ma sono inadeguati. I portali e i motori di ricerca turistici italiani sono ai confini della decenza: chi si è dimenticato la storia del portale Italia.it? In compenso il turismo giovanile, che è “povero” in termini di apporto immediato alla bilancia turistica, ma di grande valore in ordine ai flussi futuri, è la cenerentola nel paese della bella addormentata. Basta pensare agli ostelli della gioventù in Italia: pochi, piccoli e spesso fatiscenti. Si potrebbe continuare, parlando del low-cost, dello scarso sviluppo del bed&breakfast, dell’agriturismo, ecc.ecc.. Se proprio il governo non ha idee originali, basterebbe guardare quei concorrenti “mediterranei” che hanno fatto in pochi anni del turismo la principale componente del Pil, progettando interventi organici e innovativi. Ma forse cantare “O sole mio” mentre Apicella suona il mandolino aspettando che i turisti vengano da soli ci riesce meglio.













ah, per me va bene