Il dramma di una madre nella crisi sociale
02/04/2009 - Ancora Carlotto, ancora Gisella Bein. Al teatro Agnelli, a Torino va in scena “Più niente al mondo“. Un monologo intenso e straordinariamente interpretato. Che rovescia sullo spettatore la disperazione del neo-proletariato. E’ la storia di una madre che racconta
Ancora Carlotto, ancora Gisella Bein. Al teatro Agnelli, a Torino va in scena “Più niente al mondo“. Un monologo intenso e straordinariamente interpretato. Che rovescia sullo spettatore la disperazione del neo-proletariato.
E’ la storia di una madre che racconta della sua routine. Bielletta di raccordo di un ingranaggio dalla grande inerzia ormai avviato. Ad un movimento
inarrestabile. La liturgia di colui che percepisce di essere povero più di quanto non lo sia veramente. Quella scandita dalle offerte degli ipermercati, dalle scommesse al lotto, dalle partite a carte, dalle bottiglie di vermouth, dalle raccolte settimanali nelle edicole. Di quelle tante, troppe, quotidiane e continue spese. Molte di esse futili. Mulinelli, piccoli, di uno sperperare e scialacquare. Da povero. Le sigarette, tante. I caffè. Troppi. I cicheti di vermouth quanti! Tre bottiglie a settimana.
La frustrazione della vita di quartiere con le sue dinamiche sociali che vogliono dire differenza di classe. L’attualità dell’anacronismo; la vita che si consuma distante dalle librerie e dalle case editrici di sinistra.
La liturgia di colui che percepisce di essere povero più di quanto non lo sia veramente, oggi si connota di altri oggetti. Prendete i cellulari. Che sono diventati commodities solo per il marketing ma non per le tasche del neo-proletariato. Ecco i pomeriggi nelle periferie delle città dormitorio, città appollaiate dietro le fabbriche silenziose dell’automotive in crisi. Pomeriggi trascorsi con la birra davanti e il cellulare in mano. La conversazione verbale col dirimpettaio cassaintegrato. L’interazione confinata al bluetooth per scambiarsi suonerie o video da un telefonino all’altro.Il monologo è un racconto di uno spaccato di vita vera. Più diffuso di quello che possa sembrare. A patto di svestire le camicie a righe sottili del sociologo da convegno ed andarsi a fare qualche gita nelle periferie. Rinunciando, per una volta, alla toma dal retrogusto di paglia francese ed accontendandosi di un toast in qualche chiosco di fortuna.
Talvolta la piéce è dura, troppo eccessiva. Estrema. Quando la madre si dimostra disposta ad avere la figlia zoccola, puttana di alto bordo. Altre volte è tragicomica. Quasi volesse toccare le corde dell’ilarità. Come quando la madre si mette a contabilizzare anche le sue scopate. L’unità di misura sono i pacchi di viagra mensili. La scenografia è scarna. Quello di Carlotto è teatro di parola. Le luci, le sfaccettature della voce di Gisella Bein colorano il tutto, riempiono la sala. L’urlo struggente d’un tratto colpisce lo stomaco. La figlia è morta. La follia sociale indotta da un sistema di sviluppo deformante ed insostenibile ha reso la madre assassina della propria stessa carne. La bambina non c’è più!
L’ennesima insoddisfazione, l’ennesima mattinata passata a fare servizi dalle
signore del quartiere. Ottoeuroeccinquanta l’ora. In nero. L’ennesimo acquisto stupido della figlia che, malgrado culo e tette apposto, non ha voluto dare alla madre la soddisfazione di provare la strada dello spettacolo. Almeno quella di serie B, di qualche “Grande fratello” o di qualche Talent show.Quelle porte di servizio alla notorietà ed alla ricchezza. Quelle porte verso l’illusione, il sogno di esserci, di essere noti. Ben vestiti, a fare la bella vita. Alla pari di quei personaggi che popolano le riviste che quelle madri, quella madre leggono. Quei personaggi che mostrano nei programmi televisivi in cui troneggiano muscoli, glutei, polpacci e cosce da perfetti atleti. Quei personaggi che d’estate sono nelle spiagge assolate delle riviere in. Quelle del casino, della baldoria, quelle in cui si consuma la vita fotografata. Quante ragazze e ragazzi a rincorrere il sogno di essere il nuovo Costantino, il nuovo Taricone, la nuova Elisabetta Canalis. Ed invece poi la realtà è quella di qualche girone dantesco in qualche fabbrica, alla linea presse di qualche “boita” in cui si stampa qualche oggetto inutile. Che solo chi lo produce potrà acquistare. Oppure per alcune ragazze, quelle con culi e tette apposto, la strada. O, se gli va bene, qualche bettola fumosa in cui spogliarsi per mani economicamente più abbienti.
Alle 5 del mattino, i bar accolgono gli uni e le altre. I primi per il caffè corretto sambuca che gli annebbierà la vista del cancello della fabbrica al rintocco della sirena del primo turno. Le seconde che si lasciano cadere su qualche sedia col trucco ormai disciolto. Disciolto come le speranze. Quel trucco disciolto che le rende delle tenere Pierrot.













bellissimo