Alfabetizzazione economica: il rischio morale

02/04/2009 - Con questo articolo inizierò una serie divulgativa per spiegare in parole semplici e con chiari riferimenti all’attualità i principali temi dell’economia. Gran parte della discussione politica riguarda la politica economica, e la stragrande maggioranza degli elettori non ha la minima

     
 

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Con questo articolo inizierò una serie divulgativa per spiegare in parole semplici e con chiari riferimenti all’attualità i principali temi dell’economia.

Gran parte della discussione politica riguarda la politica economica, e la stragrande maggioranza degli elettori non ha la minima idea di che cosa si parli. In Italia, del resto, non è che la maggioranza dei politici ne sappia qualcosa: semplicemente, parla facendo finta di sapere quello che dice. Una buona postura e un po’ di sicurezza nell’esposizione, di solito, bastano e avanzano per far intendere che ne capiscano assai di più di quelli che li ascoltano. Fateci caso. Quante volte li avete sentiti dire che la situazione sarebbe molto complicata da spiegare? Ecco, tradotto vuol dire banalmente che è meglio non approfondire perché non saprebbero mettere insieme un ragionamento sensato. Ora, siccome noi vi si vuol bene, vi spiegheremo qualche trucco per smascherare codesti fanfaroni. Son robe facili, non abbiate paura.

PAROLONI – Cominciamo questo serial occupandoci del rischio morale, altrimenti noto come moral hazard, un termine che ho usato spesso in passato per indicare una serie di effetti negativi delle politiche monetarie attiviste. Di cosa si tratta? Rischio morale significa che una persona  assicurata contro un certo rischio non ha più incentivi ad agire responsabilmente, cioè agisce come se quel rischio non esistesse, perché sa che a pagare sarà l’assicuratore. Il rischio morale è un problema che si ha dopo che un contratto (esplicito o meno) è stato firmato. Prima dello sviluppo dell’economia dell’informazione, il rischio morale veniva espresso in questi termini: nessuno può essere assicurato da un rischio che è in grado di influenzare. L’esempio più banale è un assicuratore che venda polizze complete contro la disoccupazione: nel momento stesso in cui il lavoratore firma il contratto, perde ogni motivo per lavorare, visto che, anche se venisse licenziato, l’assicuratore gli pagherebbe per intero lo stipendio, per sempre. In poco tempo, ovviamente, l’assicuratore fallirebbe (che questo stimoli il lavoratore a lavorare di più è improbabile, per via del dilemma del prigioniero, ma è un altro discorso). Un esempio ancora più semplice riguarda proprio i politicanti in persona: siccome sanno che non potete (o non volete) scegliere un cazzo, dicono e fanno ciò che più gli aggrada senza preoccuparsi della prossima rielezione. Tanto, non rischiano un accidenti e ben ci sta a tutti.

SIAMO SERI – L’assicurazione contro la disoccupazione è una tipica assicurazione che non può esistere, perché indubbiamente la probabilità di perdere il proprio lavoro dipende dai propri sforzi. È però in genere possibile fornire assicurazioni incomplete, o assicurazioni condizionate a determinate regole, o assicurazioni a premio variabile. Ad esempio, se l’assicurazione contro la disoccupazione garantisce solo il 50% del reddito, o  se il lavoratore deve accettare qualsiasi lavoro che gli viene offerto, fare corsi di formazione, e cercare attivamente lavoro, o se il costo dell’assicurazione aumenta nel tempo, allora il lavoratore può essere incentivato correttamente e l’assicuratore non rischia di fallire. Il terzo tipo di soluzione è rara per il mercato del lavoro, ma è ciò che le compagnie assicurative fanno per le automobili: dopo ogni anno in cui si sono fatti incidenti, si passa in una classe più costosa (l’assicurazione è anche incompleta perché i danni alla propria automobile non sono assicurati). O meglio, nel caso delle automobili lo fanno lo stesso, ma per ragioni diverse, ivi incluso il fatto che quel vostro amico ha finto di essere stato tamponato da un treno, ha chiesto i danni all’assicuratore e poi ha fatto ai mezzi col carrozziere. Se lo incontrate di nuovo, e la prima volta avete riso per la sua furbizia, ricordatevi di dare un’occhiata al costo della vostra polizza. Vi passa, garantisco io.

RISCHIO MORALE E FINANZA – I l rischio morale gioca un ruolo importante nei mercati finanziari. Supponiamo che la banca centrale prometta di intervenire ogni qual volta l’azionario scende abbastanza, tagliando i tassi e stimolando gli investimenti: cosa succederebbe? Chi compra azioni si interesserebbe solo ai rialzi, perché le perdite sull’azionario sono “pagate” dalla banca centrale, cioè da tutti gli altri cittadini, che subiscono un’inflazione superiore: ciò che succede quando le cose vanno male non è un problema dell’investitore. Il risultato è che i mercati azionari sembreranno meno rischiosi, e quindi le azioni varranno di più: si creerà una bolla speculativa. Ma spingiamoci più in là. Supponiamo che gli investitori vengano assicurati da qualsiasi tipo di perdita: sceglieranno ovviamente investimenti estremamente rischiosi, perché se le cose vanno bene guadagneranno molto, e se vanno male non perderanno nulla. Non è possibile un’assicurazione completa sulle perdite imprenditoriali: l’imprenditore influenza le probabilità di profitto e perdita con le sue azioni, e se venisse assicurato smetterebbe di comportarsi da imprenditore. Ricorda qualcosa? Anche ogni assicurazione parziale incentiverà l’assunzione di rischio, anche se in misura minore. Inoltre, l’aspettativa che in ogni evenienza verranno provate tutte le possibilità amplificherà l’irresponsabilità degli agenti economici assicurati. Il rischio morale è ovunque, ma mentre gli assicuratori privati hanno forti incentivi – pena il fallimento – per minimizzarlo, il settore pubblico non sembra molto interessato alla questione. Anche perché, è bene ricordarlo, il privato (se fa il privato) paga coi soldi suoi mentre il pubblico paga coi soldi degli altri. Cioè i nostri o, se preferite, i vostri.

     
 

5 Commenti

  1. GloriaDemo scrive:

    ne avevo bisogno. Grazie!

  2. forte

    ne facciamo una rubrica?

    io avevo giusto in mente gli swap

  3. Libertyfirst scrive:

    Leo: ok. Io farei cose più teoriche, per fissare un po’ di principi di base. Ma in effetti anche acpire cosa c’è dentro le scatole serve.

    Ad esempio, propongo un argomento nuovissimo e verginissimo: il signoraggio. :-)

  4. gregorj scrive:

    farne una rubrica settimanale? Dal titolo “E’ l’economia, stupido”? Che ne dite?

  5. topinamburs scrive:

    Topinamburs si affaccia per congratularsi con Pietro per il pezzo molto chiaro e per sostenere con entusiasmo l’avvio di una rubrica settimanale, davvero credo serva a un sacco di lettori. Go LF!

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